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La scomparsa di Giorgio Agamben

di Raffaele Alberto Ventura

Linus, marzo 2017

Chiunque si sia trovato a esaminare il panorama della filosofia contemporanea ha sicuramente già osservato quel particolare tipo di fenomeno, di cui è impossibile prevedere contemporaneamente moto e posizione, convenzionalmente chiamato “Giorgio Agamben”. Da un intellettuale ci aspettiamo una traiettoria prevedibile come quella di una fascio di particelle, da un incarico universitario all’altro; ed ecco invece Agamben che sfarfalla come un’onda, appare poi scompare e riappare per infine dissolversi. Un enigma quantistico — proprio come quello di Ettore Majorana, al quale il filosofo ha dedicato il suo ultimo libro.

Onda o particelle? Le tracce di Agamben si perdono negli anni Sessanta: un cammeo nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini, la partecipazione a un seminario di Heidegger… La funzione collassa. Il seguito sarà ugualmente segnato da una serie di eventi in qualche modo leggendari ma anche piuttosto sconnessi: una tappa al Warburg Institute di Londra (da cui nascerà il suo Stanze), una collaborazione con Deleuze, una corrispondenza con Debord, il lavoro per Einaudi sulle opere di Walter Benjamin (di cui scopre un manoscritto inedito)…

Per un trentennio, il nostro Mister Arkadin tesse la sua tela nell’ombra, disseminando scritti sugli argomenti più svariati a margine del sistema universitario. Sarà la pubblicazione di Homo sacer nel 1995, a cinquant’anni passati, ad assicurargli fama internazionale e imporre il suo riconoscibilissimo stile che piega il metodo filologico a una non comune fantasia concettuale,  facendo dialogare la tradizione del diritto e della teologia cristiana con le problematiche più hype della filosofia continentale. Già, perché Agamben non è un outsider assoluto, ma un intellettuale che parla la lingua dei suoi pari — la koiné post-strutturalista — e ne condivide pure molti vezzi. Non stupisce che il pensiero di Agamben sia stato adottato dalla sinistra radicale: l’opera dell’ultimo ventennio appare come una montagna filosofica che ha partorito un’impressionante reductio ad hitlerum della società capitalistica.

Nel suo ultimo libro, agile e appassionante come spesso sono i suoi scritti, Agamben si confronta con la fisica teorica. Più precisamente indaga sul legame possibile tra le scoperte di Majorana e la sua misteriosa scomparsa nel 1938: secondo Agamben c’è qualcosa nella struttura del reale, qualcosa di spaventoso, che ha spinto il ricercatore a scomparire. La congettura sta in piedi per il tempo della riflessione agambeniana, un piccolo thriller il cui fascino letterario prevale sicuramente sulla verosimiglianza. Si tratta di un esercizio simile a quello tentato Silvia Rocchi e Francesca Riccioni nel loro romanzo grafico La scomparsa di Majorana, che traccia un parallelo tra le teorie del fisico, la sua vicenda biografica e quella tentazione di scomparire che alberga in ognuno di noi.

Forse anche in Giorgio Agamben. Il libro, del resto, si interrompe proprio dove ci si aspetterebbe qualche ulteriore arabesco intellettuale per ricollegare la scoperta di Majorana ai grandi temi politici contemporanei. La realtà “comandata” dallo sperimentatore ricorda la logica puramente statistica della governamentalità moderna, dove non c’è verità ma soltanto efficienza. O perlomeno questo è quello che avrebbe potuto scrivere Agamben se non fosse lui stesso misteriosamente scomparso, lasciando evidentemente incompiuto questo libro.

“Giorgio Agamben si è dimesso dall’insegnamento” segnala, con calcolata teatralità, la quarta di copertina del libro. Dov’è oggi? Nessuno lo sa: c’è chi parla di un’isola, o di un paese lontano, o di una capanna nei boschi. Da cosa ha voluto scappare il più importante filosofo italiano vivente?