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Je suis Lo Sgargabonzi. Su quello che si può dire e non dire su Facebook

di Claudio Giunta

Internazionale online, marzo 2017

Lo Sgargabonzi è il nome di uno scrittore comico (per me, oggi, il più bravo di tutti) e della pagina Facebook nella quale lo Sgargabonzi pubblica i suoi status. Mentre altri comici fanno ridere coi loro sketch alla radio o in TV, lo Sgargabonzi fa ridere con gli status, è un virtuoso di questa nuova forma di scrittura. Facebook è dunque il suo principale strumento di lavoro, e gli serve anche per comunicare a chi lo segue le date delle sue serate.

Gli status dello Sgargabonzi contengono storie surreali, immagini buffe photoshoppate, tormentoni che si capiscono solo se si sono letti i cento precedenti, opinioni scorrette che fanno la parodia delle opinioni scorrette, e naturalmente un certo numero di termini non urbani. Per capirsi, è uno che dopo la morte di Bowie fa un lungo status in cui s’inventa una seduta spiritica con evocazione del fantasma di Bowie; ma è anche uno che dopo gli attentati islamisti del 2015 a Parigi pubblica lo status seguente:

Ho ospitato a casa dei feriti a morte degli attacchi parigini che avevano bisogno d’un ricovero d’urgenza. Un’ora dopo vado in bagno e la carta era finita. Vado di là e gli faccio: «ma quanto cagate?».

Niente di più volgare di quello che si sente in TV in un giorno a caso, e soprattutto niente che si sia costretti a leggere se non si vuole farlo (cioè se non si segue la pagina dello Sgargabonzi), niente che debba piacere per forza a tutti.

Faccio questo riassunto solo perché negli ultimi due mesi la pagina dello Sgargabonzi è stata bannata per otto volte. Bannata vuol dire chiusa, vuol dire che il suo titolare non può più usarla per alcuni giorni o – com’è accaduto per due volte – per un mese intero: niente più status comici, niente più annunci delle serate in giro per l’Italia. Ho chiesto all’interessato a che cosa si devono, da quali presunti «abusi» (tutto parte con la segnalazione anonima di un abuso) derivano questi ban, e l’elenco è grottesco: una foto di Manuel Agnelli a torso nudo che sembra Gesù, con il mascara che cola (giustificazione: «Contiene immagine di nudo»); lo status «BEVETE OLIO CUORE» (giustificazione: «Contiene immagine di nudo» [!?]); due status di tre anni fa contenenti la parola frocio, status in cui la voce che parlava non era però quella dell’autore ma quella di un suo personaggio tanto omofobo quanto cripto-gay; il commento di un utente che rispondeva ad uno status finto-depresso con un cappio. Eccetera.

L’algoritmo, se è un algoritmo a decidere chi va bannato e chi no, evidentemente non conosce l’ironia. Se non si tratta di un algoritmo ma di un essere umano, anche lui non riesce a capire la differenza tra gridare frocio e scrivere frocio per prendere in giro chi grida frocio (o per non prendere in giro nessuno). Ma qui sta il punto. Perché ai ban di Facebook non si può opporre praticamente niente. Uno prova a spiegare, manda delle e-mail all’indirizzo che trova nel sito, ma le e-mail restano senza risposta. Cerca in giro qualcuno che lo metta in contatto con «quelli di Facebook», cioè con un essere umano raziocinante, ma niente. Intanto, aspettando che il mese passi, lo Sgargabonzi non può scrivere i suoi status e non può pubblicizzare le sue serate. Ma soprattutto, con le sue parole,

si è polverizzata ogni serenità di poter scrivere quello che voglio, così come di poter continuare ad investire su una piattaforma che per la girata di culo di un algoritmo potrebbe togliermi tutto in un attimo, quattro anni di lavoro, contenuti e contatti. Nel frattempo, impaurito come una mammola, ho tolto ogni parola a rischio dai commenti: frocio, gay ma per sicurezza pure parrucchiere. E ci sarà chi leggendo i futuri status politicamente correttissimi (per forza!) dirà che Lo Sgargabonzi s’è rammollito. Se poi vai a leggere il codice di comportamento su Facebook ti metti le mani nei capelli per come tutto è vago, vaporizzato e opinabile.

Qui non è in questione, naturalmente, il diritto da parte di Facebook di adottare la policy che vuole, quindi di bannare chi vuole: è un’azienda privata, lo spazio è suo, siamo tutti suoi ospiti. È in questione la ratio di questi bandi e, un po’ più seriamente, la quantità e la qualità delle cose che possono essere dette, che si vorrebbe fossero sempre la più ampia e la più varia possibile. Da un lato, dal momento che dietro l’algoritmo ci sono esseri pensanti, è sorprendente che questi esseri pensanti non capiscano che il linguaggio con cui ci si esprime in una pagina comica non può essere quello posato e referenziale delle pagine non comiche: i buffoni hanno sempre avuto un diritto di parola più largo rispetto alle persone serie, e questa libertà è bene che continui ad essere protetta. Dall’altro lato, la segnalazione anonima è, in casi come questi, un invito alla delazione da parte degli indignati di mestiere, degli illiberali e di chi semplicemente si è alzato con la luna storta e vuole farla pagare a qualcuno. Proprio per questo, ai segnalati (e rimossi) andrebbe concesso almeno il diritto di replica. E anche per un’altra ragione, d’ordine più generale: che in questi tempi nervosi molti pensano che sia sufficiente sentirsi offesi per trovarsi dalla parte della ragione – ma non è così, anzi.