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I cento metri di italiano

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 28 agosto 2016

Sono stati pubblicati gli esiti degli scritti del concorso a cattedra per le scuole, e i numeri sono allarmanti. Più della metà dei 71.000 candidati (tutti provvisti di abilitazione) non ha superato la prova, il che vuol dire che molte cattedre non verranno assegnate, e che anche il prossimo anno bisognerà ricorrere a incarichi pro tempore affidati agli iscritti alle graduatorie ad esaurimento o a supplenze annuali. Di qui un coro di lamentele sull’ignoranza dei futuri insegnanti, sulle università che non formano a dovere i loro iscritti, sul declino di questa professione bistrattata, che non attira più i talenti migliori. Il coro è anche legittimo: molti che aspirano ad insegnare (anche tra gli abilitati) dovrebbero invece tornare sui banchi, perché sanno troppo poco; le università non riescono (se pure ci provano) a colmare negli studenti lacune di preparazione che datano agli anni delle superiori, o delle medie; ed è vero che, specie nelle discipline scientifiche, l’insegnamento è spesso, per gli studenti più bravi, l’ultima delle scelte. Solo che per un giudizio più equilibrato sul caso in questione conviene leggere le prove d’esame. Io l’ho fatto, limitatamente alla prova d’italiano per le superiori, e sono rimasto allibito.

Si tratta di otto domande. (1) Impostare «una lezione di due ore» a partire dal sonetto di Petrarca La vita fugge, lezione in cui occorre analizzare i temi, le immagini e lo stile «che caratterizzano la poesia petrarchesca», quindi riflettere sul ruolo di Petrarca nella storia letteraria, quindi precisare gli «interventi didattici» rivolti agli studenti con bisogni educativi speciali. (2) A partire da Cigola la carrucola nel pozzo di Montale, elaborare «una prova di verifica conclusiva» sul tema della memoria «da Leopardi a Montale, attraverso Pascoli, Gozzano e Ungaretti», analizzando testi, connettendo «le diverse opere proposte e le poetiche dei vari autori». (3) Elaborare «un breve curricolo di letture (tre o quattro testi) di autori non solo italiani intorno al tema dello straniero, del diverso, del profugo e, più in generale, dell’estraneità. La scelta di ogni singolo testo va motivata alla classe e vanno spiegate le connessioni tra le diverse opere scelte». (4) Approntare «un’unità di apprendimento di due ore per presentare la Costituzione». (5) Impostare un’unità di apprendimento su «Densità e distribuzione di popolazione». (6) A partire da una frase di Sciascia che dice quanto la letteratura è importante, riflettere su quanto la letteratura è importante (ma il testo ministeriale dice: «Il candidato evidenzi la rilevanza della didattica della letteratura ai fini dell’orientamento formativo dello studente, ispirandosi alla lezione di Sciascia». (7 e 8) Leggere due testi in lingua straniera e rispondere a cinque + cinque domande a risposta chiusa, per dimostrare di averli capiti bene.

Sono, come si vede, domande estremamente complesse, che richiedono risposte ben argomentate. Io francamente non saprei indicare, su due piedi, «tre o quattro testi» sul tema dello straniero e del profugo; sull’estraneità forse, ma dando a estraneità un senso talmente largo da farci entrare dentro un po’ di tutto, dai Promessi sposi all’Ulisse (e questo sarebbe il meno perché c’è poi da connettere questi testi, come poi, nella domanda successiva, vanno trovate le connessioni tra le opere degli autori in questione: il demone del collegamento imperversava già quando andavo a scuola io, e vedo con pena che le cose non sono cambiate). Sono anche in parte, a mio giudizio, domande piuttosto assurde, che incoraggiano al dilettantismo perché premiano non la conoscenza reale dei testi e degli autori ma quella tabe dell’istruzione umanistica che è l’infarinatura (chi può dire, in un temino, cose sensate sul tema della memoria da Leopardi a Montale passando per Pascoli Gozzano Ungaretti?), e quell’altra tabe dell’istruzione umanistica che è la retorica, o l’ipocrisia, o il fariseismo, o comunque si voglia chiamare quella brutta virtù che permette di scrivere, senza manifestare mai l’ombra di un dubbio, pensierini ispirati sull’importanza della Letteratura e della Grande Lezione di Sciascia, o sulla dignità del diverso e del profugo.

Sono anche scritte male: parlare di «lezione di Sciascia» a proposito di una sua frase di venti parole è fuori luogo, e «il candidato evidenzi l’importanza della didattica della letteratura ai fini dell’orientamento formativo dello studente» è pura antilingua.

Tutti questi però sono dettagli, e del resto si sa che al MIUR pensano e scrivono così. Quello che lascia allibiti è il tempo. Per svolgere questa prova, i candidati hanno a disposizione 150 minuti, cioè due ore e mezza. In due ore e mezza io avrei saputo rispondere dignitosamente a due, forse a tre di queste domande. Perché bisogna riflettere, organizzare la materia, scrivere e – dato che i primi getti sono sempre mediocri – riscrivere. La cosa mi pare talmente evidente che ho telefonato a un paio di candidati per assicurarmi che occorresse davvero rispondere a tutti i quesiti e non, per ipotesi, sceglierne due. No, tutti e sei: venticinque minuti a quesito. Anzi, di meno, perché ci sono anche le domande a risposta chiusa. Diciotto minuti a quesito.

Ora, io escluderei che una prova del genere, nel tempo assegnato, possa essere svolta decentemente da parte di chicchessia, anche del migliore studioso di letteratura italiana. Può essere svolta alla meno peggio, stenografando un certo numero di banalità, accozzando nomi e date per far vedere che si è letto il manuale, magnificando l’incontro con l’Altro o l’importanza della Letteratura come diceva Leonardo Sciascia; ma più di questo davvero no.

E dunque: perché non dare più tempo ai candidati, o perché non assegnare meno domande, o dare la possibilità di sceglierne un paio tra molte, in modo da poter fare poche cose bene, e non tante cose male? Non è una domanda retorica: immagino e spero che ci sia una ratio, ma non riesco proprio a capirla.