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Sì, ma cosa c’è dentro (7)? Un sonetto di Petrarca sull’amore in tarda età

di Claudio Giunta

Settimo estratto dal manuale-antologia
Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura.

Petrarca fantastica di un casto amore per Laura, in tarda età. Ma Laura è morta. 


I sonetti 315, 316 e 317 del Canzoniere, scritti dopo la morte di Laura, hanno una particolarità interessante: sono tutte e tre poesie nelle quali Petrarca immagina come avrebbe potuto essere la vita insieme a Laura una volta che sia lei sia lui fossero invecchiati: una volta cioè che quello che si chiama un po’ retoricamente ‘il fuoco della passione’ si fosse spento. Ecco il primo testo della serie (testo + commento, lasciamo stare le note va’):

Tutta la mia fiorita e verde etade
passava, e ’ntepidir sentia già ’l foco
ch’arse il mio core, ed era giunto al loco
ove scende la vita ch’al fin cade.
Già incominciava a prender securtade
la mia cara nemica a poco a poco
de’ suoi sospetti, e rivolgeva in gioco
mie pene acerbe sua dolce onestade.

Presso era ’l tempo dove Amor si scontra
con Castitate, e agli amanti è dato
sedersi inseme, e dir che lor incontra.
Morte ebbe invidia al mio felice stato,
anzi a la speme; e feglisi a l’incontra
a mezza via come nemico armato.

Sonetto di schema ABBA ABBA CDCDCD.

Tra un passato reale e un futuro immaginato. Nel sonetto s’intrecciano – un po’ come nella canzone Chiare, fresche et dolci acque, ma su una superficie molto più ridotta – tre tempi differenti. Il primo (nei vv. 1-8) è un passato rivissuto nel ricordo grazie all’imperfetto (passava, sentia, incominciava…): il poeta rievoca il periodo in cui stava finendo la giovinezza (la «verde etade») e la passione amorosa (il «foco ch’arse il mio core») si stava attenuando; vedendo questo, Laura («la mia cara nemica») si rassicurava e si mostrava meno ostile al poeta. Il secondo tempo (nei vv. 9-11) è un futuro soltanto immaginato: quello nel quale i due amanti, Francesco e Laura, ormai anziani, avrebbero potuto sedersi l’uno accanto all’altro, castamente, senza più temere che la passione amorosa si riaccendesse. Il terzo tempo è un passato puntuale, un momento preciso, espresso infatti non con l’imperfetto (che è il tempo che esprime durata nel passato) ma con il passato remoto: la morte, invidiosa non ancora della felicità del poeta ma della speranza («speme») di quella felicità, si è schierata contro questa speranza («feglisi a l’incontra»), uccidendo Laura.



La giovinezza come ostacolo
. Questo sonetto è originale e interessante soprattutto per due ragioni. La prima è che la poesia d’amore, tanto nel Medioevo quanto oggi, è spesso articolata come ricordo: il poeta rievoca la felicità passata, o il dolore passato, e mette in relazione quella felicità o quel dolore col suo stato presente (pensiamo per esempio al sonetto che apre il Canzoniere). In questo sonetto, invece, Petrarca rievoca con nostalgia non la passione vissuta bensì il momento in cui quella passione stava per essere sopraffatta, vinta dall’età: e la felicità sarebbe venuta dunque non dall’amore ma dalla cessazione dell’amore, ovvero dalla possibilità di vivere a fianco di Laura senza che il poeta fosse indotto al peccato. Questa è insomma una poesia d’amore nella quale l’amore viene rappresentato come un ostacolo, un pericolo che l’età avrebbe aiutato a superare (se la morte di Laura non avesse dimostrato vano questo desiderio).

Anche gli anziani possono amare. La seconda ragione d’interesse ha a che fare non tanto con Petrarca quanto con la poesia lirica in generale. Di solito, nella lirica antica e medievale, l’amore è visto come una cosa che riguarda quasi esclusivamente la giovinezza. Il normale, il solido amore che lega gli esseri umani, frutto di una lunga consuetudine e del reciproco affetto, di solito non viene rappresentato in poesia. Quello che viene rappresentato, l’amore di cui parlano i poeti è quasi sempre l’amore inteso come stato d’eccezione, come avventura che non rientra nella normale esperienza della vita, cioè appunto l’amore-passione momentaneo e travolgente che è proprio della giovinezza. Questa idea – che l’amore riguardi soltanto i giovani – è già presente nei lirici latini (scrive per esempio Tibullo, Elegie I i 71-72: «ecco che arriva l’età della debolezza, quando non si potrà più amare, / perché le mollezze dell’amore non si vanno d’accordo coi capelli bianchi» [«iam subrepet iners aetas, nec amare decebit, / dicere nec cano blanditias capite»]). Ma nel Medioevo all’idea del decoro e della serietà che competono all’uomo maturo si unisce il biasimo della dottrina cristiana contro l’amore carnale. Per questo, scrivere d’amore in età matura è una debolezza di cui occorre scusarsi e giustificarsi, come fa Boccaccio nel prologo alla quarta giornata del Decameron («Sono adunque, discrete donne, stati alcuni che, queste novellette leggendo, hanno detto che […] alla mia età non sta bene l’andare omai dietro a queste cose, cioè a ragionar di donne o a compiacer loro»). E per questo, anche, molte delle poesie d’amore che leggiamo non mettono in scena l’amore vissuto bensì la nascita dell’amore, il colpo di fulmine: non una passione dell’anima ma un evento traumatico. Petrarca tenta una strada diversa: parla dell’amore in tarda età, ma ne parla appunto come di un amore ormai liberato dal sesso, come dell’affetto che può esserci tra vecchi coniugi. Ma la morte di Laura – lamenta il poeta – ha reso impossibile questo lieto fine.

Un confronto con Yeats. In questa splendida poesia, William Butler Yeats (1865-1939) svolge un tema abbastanza simile. Yeats immagina di poter parlare alla donna amata di lì a molti anni, quando lei sarà vecchia, la sua bellezza sfiorita, la sua passione spenta. Allora, scrive Yeats, aprendo il libro di poesie che il poeta le dedica, la donna si commuoverà ripensando a colui che l’ha amata non per la sua bellezza ma per la sua anima «pellegrina» (cioè instabile, mutevole) e per il suo «trascolorante volto» (cioè soggetto a cambiare colore al cambiare dei sentimenti, delle emozioni); e si commuoverà ancora di più – e noi ci commoviamo con lei – pensando a quanto l’amore è fugace, a quanto rapidamente si dissolve ciò che sembrava dover durare per sempre.

When you are old

When you are old and gray and full of sleep
And nodding by the fire, take down this book,
And slowly read, and dream of the soft look
Your eyes had once, and of their shadows deep;

How many loved your moments of glad grace,
And loved your beauty with love false or true;
But one man loved the pilgrim soul in you,
And loved the sorrows of your changing face.

And bending down beside the glowing bars,
Murmur, a little sadly, how love fled
And paced upon the mountains overhead,
And hid his face amid a crowd of stars.

Quando tu sarai vecchia

(traduzione di Eugenio Montale)

Quando tu sarai vecchia, tentennante
tra fuoco e veglia prendi questo libro,
leggilo senza fretta e sogna la dolcezza
dei tuoi occhi d’un tempo e le loro ombre.

Quanti hanno amato la tua dolce grazia
di allora e la bellezza di un vero o falso amore.
Ma uno solo ha amato l’anima tua pellegrina
e la tortura del tuo trascolorante volto.

Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace
e di’ a te stessa a bassa voce Amore
ecco come tu fuggi alto sulle montagne
e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.