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Sì, ma cosa c’è dentro (10)? Umberto Eco, “Fenomenologia di Mike Bongiorno”

di Claudio Giunta

Decimo estratto dal manuale-antologia
Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura


Gli storici del futuro diranno probabilmente che la vita degli occidentali nel secondo Novecento differì dalla vita dei loro antenati soprattutto a causa della tecnologia: molti, se non tutti, hanno acquistato un’automobile; molti, se non tutti, hanno cominciato ad avere il telefono in casa (e poi, tutti, un cellulare); moltissimi sono cresciuti con la televisione: vedendola prima nei bar, o in casa di qualche parente o amico, poi in casa propria.

Oggi le cose stanno cambiando, e nelle giornate degli italiani internet sta prendendo il posto della TV. Ma per i nati tra gli anni Cinquanta e i Novanta (per l’autore di questa antologia, per esempio) la televisione è stata una presenza famigliare, anzi più che famigliare: spesso si passava in compagnia dei personaggi della TV più tempo di quanto se ne passasse insieme ai propri genitori o fratelli. L’importanza anche educativa (o diseducativa) della TV è stata ed è, quindi, incalcolabile. Per invitare a una riflessione su questo argomento (una riflessione che i destinatari di questo libro, nati all’inizio del secolo XXI, potranno estendere al cinema, ai videogiochi e, appunto, a internet), proponiamo quello che è probabilmente il saggio più famoso scritto in Italia sulla televisione, la Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco, un saggio che fotografa il boom televisivo quasi ai suoi inizi.

Umberto Eco (Alessandria, 1932) lo pubblicò quando non aveva ancora trent’anni. Negli anni Sessanta e Settanta Eco sarebbe diventato uno degli intellettuali italiani più in vista, grazie ai suoi studi sulla filosofia medievale, sulla semiologia e grazie, soprattutto, ai suoi saggi sulla società e sulle arti contemporanee (Eco è stato uno dei primi a occuparsi seriamente di generi artistici considerati sino ad allora marginali, come il romanzo d’avventure e il fumetto). La Fenomenologia di Mike Bongiorno è uno di questi saggi. Eco prende un personaggio che appartiene alla cultura popolare (Mike Bongiorno è stato infatti l’uomo-simbolo della televisione italiana per mezzo secolo, colui che dagli Stati Uniti portò in Italia la moda del quiz: generazioni di italiani sono cresciute guardando i suoi programmi) e, semplicemente, lo osserva e lo descrive. Fenomenologia è un termine introdotto nel lessico filosofico da Edmund Husserl, e significa appunto ‘descrizione di un determinato oggetto o evento per come si manifesta alla coscienza di chi lo osserva’, descrizione fatta nel modo il più possibile oggettivo e asettico. Anche se, come vedremo subito, in realtà, Eco – ritraendo Bongiorno – non si limita ad osservarlo, ma lo giudica.

… La TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman. La TV presenta come ideale l’uomo assolutamente medio […]. Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comportamenti, ad una vera e propria “Fenomenologia di Mike Bongiorno” […].

Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all’ambiente. L’amore intrinseco tributatogli dalle teen-agers va attribuito in parte al complesso materno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intravedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese. Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all’apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.

In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l’uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo.

Mike Bongiorno professa una stima e una fiducia illimitata verso l’esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza. L’ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L’uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio […].

Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale […]. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui […].

Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa… «Mi dica un po’, si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos’è di preciso questo futurismo?»). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l’opinione dell’altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.

Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: «Cosa vuol rappresentare quel quadro?», «Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?», «Com’è che viene in mente di occuparsi di filosofia?».

Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è “bruciata”. Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene, desidererebbe diventare come l’altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l’educanda […].

Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adorati: voi siete Dio, restate immoti.

Note:

everyman: l’uomo normale, qualunque (contrapposto al superman, che è invece l’uomo eccezionale).
teen-agers: termine inglese che vale ‘adolescenti’ (alla lettera: i giovani la cui età si esprime attraverso i numeri che vanno dal tredici al diciannove, che in inglese contengono appunto la desinenza teen: thirteen, fourteen…).
basic italian: italiano basico, elementare.
benpensante: persona conservatrice e un po’ gretta.
l’educanda: alla lettera, l’allieva di un collegio religioso; ma per traslato, qui, la ragazza beneducata e modesta.
immoti: immobili.

Non è un ritratto gentile: e infatti Bongiorno si arrabbiò, quando lo lesse, e a buon diritto. Eco disseziona il personaggio-Bongiorno osservando il suo atteggiamento nei confronti della cultura, del denaro, dei comportamenti sociali, e in ognuno di questi ambiti riconosce i segni della mediocrità del personaggio. Le non-qualità di Bongiorno sono, secondo Eco, il simbolo, il prototipo di un mondo, quello televisivo, che indica come modelli non dei supermen, cioè degli esseri umani migliori di coloro che stanno davanti allo schermo, ma degli everymen, cioè degli esseri umani normali, comuni, anche un po’ banali, nei quali qualsiasi spettatore può identificarsi senza sforzo.

Mike Bongiorno è un grigio uomo medio, e proprio questo è il segreto del suo successo. Chiunque può identificarsi con lui non nel senso che chiunque vorrebbe essere come lui ma nel senso che chiunque può sentire di essere già come lui, al suo livello; è questo il significato di una delle frasi che chiude il pezzo, «in lui si annulla la tensione tra essere e dover essere»: non c’è tensione, non c’è contraddizione, perché Mike Bongiorno sembra dire al suo pubblico ‘non cambiare, vai benissimo così come sei, e soprattutto va bene la realtà così com’è, non devi darti la pena di trasformarla’.

L’analisi di Eco è acuta, intelligente, spietata, e – cosa rara e difficile, quando si scrive – riesce a far sorridere. È anche un’analisi giusta? Eco scriveva all’inizio degli anni Sessanta, quando la televisione, nata nel 1954, era qualcosa di molto diverso da ciò che è adesso. Le trasmissioni duravano solo per poche ore al giorno, il numero degli abbonati era piuttosto contenuto (possedere la televisione era un lusso che non molti potevano permettersi), e fino al 1961, l’anno del saggio di Eco, esisteva soltanto un canale RAI. Insomma, la televisione era uno spettacolo nuovo, che si rivolgeva non a un’élite di persone colte ma a tutto il popolo italiano. Viene da domandarsi, allora, se ciò di cui Eco accusa Bongiorno – la semplicità del suo linguaggio, la banalità dei suoi punti di vista e delle sue domande, il suo conservatorismo, il suo ossequio solo formale, di facciata, per la cultura – non sia in realtà la ragione del suo successo.

Non solo: viene da domandarsi se un mezzo nuovo come la televisione, nell’Italia del dopoguerra, non dovesse essere adoperato precisamente come ha fatto Bongiorno, non soltanto per avere degli spettatori ma anche per fornire quella elementarissima educazione di base che molti italiani non possedevano. Insomma: sbagliava Mike Bongiorno, con le sue ovvie, banali trasmissioni per l’everyman, l’uomo qualunque; oppure sbagliava Eco, prendendo per «mediocrità» quella che era invece una suprema capacità di farsi ascoltare anche dalle persone più semplici e ignoranti, dai non-superman? Quasi tutti diedero ragione a Eco, negli anni Sessanta e Settanta, e gliene diedero ancora di più quando Bongiorno passò – primo tra i ‘nomi storici’ della TV italiana – dalla Rai alle televisioni di Berlusconi. Oggi, a distanza di decenni, forse il nostro giudizio su chi aveva ragione e chi torto è meno sicuro.