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Sì, ma cosa c’è dentro (3)? “Fuga di morte” di Celan

di Claudio Giunta

Terzo estratto dal manuale-antologia
Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura

Oggi Fuga di morte di Paul Celan.

Paul Celan (si pronuncia zélan) è stato uno dei massimi poeti europei del Novecento. Si chiamava in realtà Paul Antschel. Nacque in Romania nel 1920, da genitori ebrei di lingua tedesca che morirono in un campo di concentramento nazista durante la Seconda guerra mondiale (lui stesso trascorse diciotto mesi in un Lager, ma riuscì a salvarsi). Nel 1947 emigrò a Parigi, dove insegnò tedesco all’École Normale, e continuò a scrivere poesie nella sua lingua madre, poesie che gli diedero presto fama internazionale. Nel 1970, a cinquant’anni, si suicidò buttandosi nella Senna.

Una nota frase del filosofo tedesco Theodor Adorno dice che «Dopo Auschwitz è impossibile scrivere poesie». È un paradosso, un giudizio che non dev’essere preso alla lettera: vuol dire che l’orrore dei campi di sterminio è stato tanto grande da far sì che ogni tentativo di dimenticare questo orrore dedicandosi all’arte è destinato a fallire, e anzi, che l’esercizio stesso dell’arte rappresenta quasi un’offesa alla memoria dei milioni di vittime della ‘Soluzione finale’. Ma poesie se ne sono scritte ancora; e Todesfuge di Celan è, possiamo dire, la poesia sui campi di sterminio, anche se i campi non vi vengono mai nominati. Si parla di una Margarete dai «capelli d’oro»; si parla di una Sulamith dai «capelli di cenere»; e si parla soprattutto di un misterioso «latte nero» che «noi» beviamo. Non è immediatamente chiaro chi siano queste due donne, perché il latte sia nero, e chi siano questi «noi»; ma a mano a mano che si procede nella lettura si capisce che tutte queste immagini, queste presenze, alludono appunto ai campi di sterminio:


Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno e voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina e beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Note:

Nero latte dell’alba: quella del «latte nero» è l’immagine che torna ossessivamente lungo tutto il testo. Come interpretarla? Non alla lettera, certo; ma il capovolgimento cromatico, così innaturale, ha una risonanza sinistra: il latte, il più bianco e famigliare dei liquidi, diventa nero, il colore funebre per eccellenza, e «noi» beviamo giorno e notte questo strano intruglio.

Scaviamo una tomba nell’aria: i prigionieri erano obbligati a scavare le tombe per i cadaveri; ma i corpi che entravano nei forni crematori venivano bruciati, e attraverso i camini svanivano, appunto, «nell’aria».

Nella casa … serpenti: è evidentemente una delle guardie addette ai campi di sterminio, e Celan ce lo presenta sotto una luce misteriosamente sinistra, mentre gioca con i serpenti (l’animale-simbolo del tradimento e della falsità, nella tradizione cristiana).

Scrive … Germania: di giorno è un aguzzino, un carnefice, la sera invece riscopre la sua vena letteraria, e si mette a scrivere.

Margarete: è Margherita, la bionda ragazza protagonista del Faust di Goethe: il prototipo della ragazza tedesca. Il carnefice ama la grande letteratura tedesca, i suoi personaggi più romantici, i cieli stellati: come accade sovente, è un uomo al tempo stesso crudele e sentimentale.

Fischia ai suoi mastini: una volta lasciato il libro, una volta contemplate le stelle, la guardia torna al suo lavoro e chiama a raccolta i cani da guardia perché sorveglino i prigionieri.

Ci comanda … danza: nei campi di concentramento i prigionieri erano spesso obbligati a fare musica (ed è appunto questa la ‘fuga di morte’ che dà il titolo alla poesia).

Capelli di cenere: perché scuri (come quelli degli ebrei), ma anche perché bruciati nei forni crematori.

Sulamith: è il nome della ragazza ebrea di cui parla uno dei più celebri libri della Bibbia, il Cantico dei Cantici, e qui (con voluta simmetria rispetto a Margarete, il tipo ideale della bionda ragazza tedesca) simboleggia tutte le ragazze ebree che sono morte nei campi di sterminio.

I suoi occhi sono azzurri: anche la guardia del campo è un ‘tedesco-tipo’, che come molti tedeschi ha gli occhi azzurri.

Impugna … brandisce: estrae la pistola (il ferro) e la mostra ai prigionieri.

La morte è un maestro tedesco: ‘maestro’ (Meister) qui va inteso nel senso di ‘direttore d’orchestra’: la guardia del campo nazista dirige i suoi ebrei come un musicista, ma un musicista demoniaco, il simbolo stesso della morte.

Suonate più cupo: in studiata corrispondenza con «suonate più dolce» del verso precedente.

Ti colpisce … preciso: la guardia, ora, spara, colpisce i prigionieri con proiettili di piombo (e in quel preciso sentiamo quasi il pensiero, la voce dell’assassino, che si compiace della sua mira).

Commento:

Chi parla, in questa poesia? Chi sono i «noi» che si affacciano già al primo verso? Non lo comprendiamo subito, perché l’immagine che apre il testo è enigmatica: si parla infatti di un «latte nero» che «noi beviamo» a ogni ora del giorno e della notte. Il quarto verso risponde alla nostra domanda: si tratta di prigionieri che «scavano» una tomba; e i versi successivi non lasciano dubbi sul fatto che ci troviamo in Germania, in un campo di concentramento, e che quei prigionieri sono costretti da uno dei capi del campo sia a scavare delle tombe (che presumibilmente sono destinate proprio a loro, o ai loro compagni) sia a suonare e a ballare. L’uomo che dà questi ordini atroci non è un selvaggio, è una persona che scrive, legge, conosce Goethe (Margarete è un personaggio del Faust). Ma proprio questo dettaglio, evocato dalla frase «i tuoi biondi capelli Margarete», rende la scena ancora più macabra e straziante; è come se Celan constatasse che una delle più raffinate culture del mondo – quella tedesca – ha prodotto uno dei più atroci abomini della storia umana: il nazismo, lo sterminio programmato degli ebrei.

Nelle strofe successive ritorna il Leitmotiv del «latte nero», e ritornano i personaggi introdotti nella prima strofa, ma l’azione va avanti: la guardia del campo non si limita a dare ordini, diventa minaccioso, mostra la sua pistola, aizza i suoi cani, spara, uccide. Inoltre, Celan introduce, o meglio evoca, un nuovo personaggio, un nuovo nome, Sulamith, la fanciulla ebrea cantata nel Cantico dei Cantici, che – coi suoi capelli di cenere, neri e bruciati dal forno crematorio – diventa il simbolo di tutti gli ebrei uccisi nei campi. E nei due versi finali le due ragazze si trovano affiancate: «i tuoi capelli d’oro Margarete / i tuoi capelli di cenere Sulamith» – semplicemente, senza commento, perché il lettore è ormai pronto a capire la portata simbolica di questi nomi, il loro essere immagine, rispettivamente, del popolo tedesco e del popolo ebraico: i carnefici e le vittime.

La struttura della poesia merita una considerazione attenta, perché il titolo, Todesfuge (‘Fuga di morte’) allude all’articolazione della fuga musicale, cioè di quella composizione (le più celebri sono le fughe del grande musicista settecentesco Johann Sebastian Bach) che si sviluppa a partire da un tema principale (soggetto) e da alcuni temi secondari (contrassoggetti) che vengono poi ripresi più volte (quattro, di solito) con lievi variazioni tonali. Di fatto, anche questa poesia è organizzata – proprio come una fuga musicale – in quattro sequenze di lunghezza variabile che ripropongono e rielaborano il motivo principale del latte nero, e una serie di motivi secondari: l’uomo nella sua casa, Margarete dai capelli biondi, Shulamith dai capelli di cenere, la musica suonata dai prigionieri. Questi motivi, tuttavia, non vengono sviluppati in modo da comunicare un messaggio di senso compiuto: sono invece evocati in forma di frammenti che non sembrano avere un preciso rapporto con quelli che li precedono e li seguono, come se il poeta (e i suoi personaggi) non fosse in grado di comprendere la realtà che sta cercando di descrivere, e vedesse tutto come attraverso una nebbia, o in sogno. Di fatto, la struttura della fuga dà al testo un tono cantilenante, quasi da filastrocca, e molti suoi dettagli ci trasmettono l’impressione di trovarci dentro un mondo stregato: il misterioso «latte nero», l’uomo coi serpenti, la musica che accompagna la danza, musica che viene ‘diretta’ da un «maestro tedesco» che s’identifica con la morte – non sembra soltanto una ‘fuga di morte’ ma anche una di quelle danze macabre che venivano dipinte sui muri delle chiese tardo-medievali per ricordare ai fedeli che bisogna morire (memento mori: ‘ricordati che devi morire’, è la locuzione latina che accompagnava queste immagini).