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Sì, ma cosa c’è dentro (5)? Un sonetto di Dante

di Claudio Giunta

Quinto estratto dal manuale-antologia
Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura.

Giochiamo in casa: un assai strano sonetto di Dante Alighieri sulla malinconia.


Chi scrive oggi poesie o canzoni d’amore di solito descrive i suoi sentimenti, o ricorda con gioia o con nostalgia il tempo passato insieme alla persona amata, o prega questa persona perché ricambi l’amore. I poeti del Medioevo, e Dante in particolare, tendevano invece a oggettivare le loro passioni. Invece di dire ‘sono innamorato’, preferivano dire ‘Amore è venuto da me’. Invece di dire ‘sono angosciato’, preferivano dire ‘l’Angoscia mi ha visitato’. Avevano cioè un gusto per l’allegoria e per la personificazione che noi abbiamo in gran parte perduto. Perciò troviamo noiose e incomprensibili, oggi, tutte quelle ‘battaglie tra i vizi e le virtù’, o quei dialoghi tra il poeta e la Natura, o tra il poeta e la Filosofia, e simili, di cui è piena la letteratura medievale: quel tipo d’immaginazione ci è ormai estraneo.

Questo sonetto è un ottimo esempio di una simile attitudine mentale.

Un dì si venne a me Malinconia
e disse: «I’ voglio un poco star con teco»;
e parve a me ch’ella menasse seco
Dolore ed Ira per suo compagnia.                 4
Ed io le dissi: «Pàrtiti, va via»;
ed ella mi rispose come un greco;
e ragionando a grand’agio con meco,
guardai e vidi Amore che venia                      8
vestito di nuovo d’un drappo nero,
e nel suo capo portava un cappello,
e certo lacrimava pur di vero.                        11
Ed io li dissi: «Che hai tu, cattivello?»
E lui rispose: «Io ho guai e pensero,
che nostra donna muor, dolce fratello».      14

Metro: sonetto con fronte a rime incrociate (ABBA ABBA) e sirma a rime alternate (CDC DCD).

Note:

1. un dì … teco: Un dì: indeterminato nel tempo, come usa all’inizio di un racconto (un giorno, una volta…): ma è un giorno vicino alla morte di Beatrice, o quel giorno stesso. Si venne: la costruzione personale (si) è frequente nella sintassi antica con verbi che esprimono movimento (ancor oggi si dice me ne vado, e in spagnolo me voy). La Malinconia oggi è un sinonimo di ‘tristezza’; nel Medioevo era un sentimento più forte, conseguenza del cattivo equilibrio degli umori interni e del prevalere dell’atrabile (cioè, etimologicamente, dell’umor nero).

3. menasse seco … compagnia: ‘portasse con sé’: la Malinconia non viene da sola ma porta con sé altre passioni dolorose. Ira non significa tanto, come intenderemmo oggi, ‘rabbia’, quanto piuttosto ‘angoscia’.

6. mi rispose … greco: i greci erano i superbi per antonomasia, e qui forse si allude a quella loro cattiva reputazione: ‘non fece attenzione, ignorò quello che dicevo’.

7. ragionando … meco: ‘riflettendo tra me e me con tutto comodo’.

8. guardai … venia: è l’attacco che introduce le visioni miracolose, quasi a mimare la durata dell’azione: prima si guarda, poi si vede.

9. vestito di nuovo: ‘vestito con abiti nuovi’. Forse perché in occasione dei funerali era consuetudine farsi confezionare un abito nuovo.

11. lacrimava: il dialogo con Amore piangente ricorda la scena con cui si apre il paragrafo 5.11 della Vita nova: «e riguardandolo, parvemi che [Amore] piangesse pietosamente …; ond’io, assicurandomi, cominciai a parlare così con esso: “Segnore de la nobiltade, e perché piangi tu?”. E quelli mi dicea queste parole…».

12. cattivello: il senso non è ‘cattivo’ bensì ‘infelice, misero’.

13. guai e pensero: ‘motivi per lagnarmi (guai) e cruccio, pena’ (come oggi si dice essere in pensiero).

14. nostra donna: la donna del poeta e di Amore insieme (i quali perciò, per questa comune devozione, possono dirsi fratelli).

Commento:

Un sogno presentato come un evento reale (un po’ come la Commedia…)

Il contenuto della poesia è molto semplice, tanto che si può riassumere in una riga: ‘ho il presentimento che la donna che amo (Beatrice) stia per morire, e ne sono sconvolto’. Ma che si tratti di questo – della prossima morte della donna amata – noi lo scopriamo soltanto all’ultimo verso. Dante complica infatti le cose calando le sue idee e i suoi sentimenti in un ‘racconto a personaggi’ piuttosto misterioso. È certamente un sogno, una visione, anche se il poeta la espone come se si trattasse di una vicenda realmente accaduta, come se davvero figure come la Malinconia e l’Amore potessero esistere anche al di fuori dell’immaginazione.

Lo stile che Dante impiega per il suo racconto è funzionale a questo effetto. La sintassi è elementare, tutta paratattica, scandita dal nudo elenco dei fatti (e parve a me, e guardai e vidi, e portava, e certo lacrimava) e delle battute (e disse, e io li dissi, e lui rispose): qualcosa di simile a ciò che si trova i certi dialoghi della Commedia. Ma questa semplicità serve appunto a creare un’atmosfera quasi onirica. L’apparizione in sequenza di cose o persone in cui non si dà alcun filo logico è tipica dei sogni: e questa sintassi elementare, queste frasi brevi, puramente denotative, sono quelle che userebbe chi descrivesse, appunto, un sogno, limitandosi a riferire ciò che ha visto, senza capire bene (e parve a me, guardai e vidi), e anzi senza neppure porsi la domanda circa ciò che tutto questo significa.

Maliconia, Ira, Amore

La parola malinconia viene dal greco melancholìa, composto di mélas (‘nero’) e di cholé (‘bile’). Si pensava cioè che questo stato dello spirito, questa tristezza spesso non chiaramente motivabile, fosse causata dalla sovrabbondanza di un umore nero prodotto dalla bile, nel fegato.

Ora, da un lato, secondo i fisiologi medievali, la disposizione melancolica favoriva la fantasia e l’attività visionaria, perché i vapori della melancolia provocano visioni ingannevoli. Perciò, scrive per esempio Averroè, i melancolici «durante la veglia vedono quello che altri vedono in sogno». In che cosa può tradursi, a che cosa può dare luogo questa disposizione visionaria? Precisamente a figure, fantasmi simili a quelli che Dante descrive nel suo sonetto. E in particolare, per la visione di Amore vestito di nero si confronti questo passo di un trattato sulla melanconia: «i melanconici vedono davanti a loro molte figure nere … perché il fumo melanconico gli oscura l’immaginazione, così si raffigurano cose spaventose e pericolose». Il melanconico, infatti, non fa che proiettare all’esterno il suo patimento, il suo umor nero. Infine, la visione porta con sé il vaticinio. Gli spiriti melancolici sono infatti, dicono i trattati, i più adatti alla previsione degli eventi futuri (tale è, nel sonetto di Dante, la morte dell’amata).

Dall’altro lato, si riteneva che il carattere melancolico fosse il più predisposto all’ira. Si veda questa descrizione di Plateario, un medico vissuto nel secolo XI: «La malinconia è un sospetto che domina l’anima, generato da paura e tristezza … I melanconici hanno paura, piangono, si nascondono negli angoli delle case, si rifugiano nei sepolcri». Infine, e venendo al nesso tra melancolia e amore, era diffusa l’idea che tra i due sentimenti vi fosse un legame molto stretto, in particolare quando l’amore assumeva tratti violenti e irrazionali: «L’amore più violento – si legge in un trattato medico di Pietro Ispano (sec. XIII) – si genera soprattutto negli individui in cui abbonda la melanconia».

Vattene, Malinconia!

Rileggiamo il v. 5. Per respingere la Malinconia Dante dice: «Pàrtiti, va via». È una di quelle formule che si definiscono apotropaiche (cioè ‘tendenti ad allontanare un’influenza maligna’). Quando si vuole scongiurare un evento indesiderato si fa finta che sia una persona e gli si intima di andarsene via. Una canzone per bambini inglese dice: «Rain rain go away, come again another day» (‘Pioggia, pioggia, vai via, torna un altro giorno’), ma gli esempi potrebbero essere moltissimi, e si trovano non tanto nella letteratura colta quanto nell’uso popolare. Ecco il ritornello di una ballata cinquecentesca: «Vaten via malinconia / ch’el mondo è de chi el gode. / Altro qua non se riscode, / tutto el resto è una pazia. / Vaten via malinconia». E, sempre nel Cinquecento, ecco due esempi in prosa che mostrano come «vattene via, malinconia!» fosse un semplice modo di dire, una formula di congedo alla fine di un discorso scherzoso. Il primo è una nota di Anton Francesco Doni a un sonetto di Burchiello: al poeta, scrive il Doni, pareva di vedere «la Francia, l’Inghilterra, la Fiandra, Volterra, Campane …, e altre girandole che veggano gli ubriachi e vatene via malinconia». Il secondo è la chiusa del Commento del Grappa sopra la canzone in lode della salciccia: «[Le Muse] fesser lor veder cosa che non gli piacesse. E vanne via, malinconia». Testi medievali, testi cinquecenteschi. Ma sono formule che non muoiono senza lasciare traccia, e il lettore di oggi non ha difficoltà a riconoscere, al termine di questa catena che inizia con Dante, e che conterà chissà quanti altri anelli, una famosa canzone di Lobo e Niltinho, o la sua traduzione italiana, interpretata da Ornella Vanoni: «Tristezza, per favore vai via».