Posted on

Gli Ettore Scola del futuro

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 28 febbraio 2016


«E come è stato il suo, di tempo?»

«Tutto sommato fortunato. Ho avuto ai miei inizi due grandi regali: il lavoro con gli altri e un nonno cieco che mi obbligava a leggergli quello che lui da giovane aveva letto. Cioè i capolavori della letteratura francese. Spesso non capivo e arrancavo davanti a questo strano ‘Omero’. Ma mi è servito. Ho imparato ad amare i libri».

Così è stato educato Ettore Scola, classe 1931: sono alcune righe della sua ultima intervista, concessa ad Antonio Gnoli di Repubblica. È difficile dire meglio qual è uno degli obiettivi principali dell’istruzione: trasmettere l’amore per i libri, libri di ogni genere, perché questo amore faccia germogliare intelligenze e sensibilità come quelle di Ettore Scola. Non vorremmo forse che il futuro fosse pieno di persone così?

Ora, una delle buone idee del secondo Novecento è che l’amore per i libri non dev’essere trasmesso soltanto ai pochi predestinati che, come Scola, hanno un nonno che quei libri li ha letti, ma a tutti quanti, perché tutti quanti hanno il diritto di entrare in contatto, per qualche anno della loro esistenza, con nozioni, idee, immagini, parole che non hanno una finalità pratica, come la coltivazione dei campi o la ginnastica, ma che – ci hanno detto, e ci crediamo ancora – servono a vivere la vita in maniera più consapevole.

La scuola dovrebbe assolvere questo compito attraverso buoni insegnanti e buoni libri, e chiunque sia stato a scuola sa che i primi sono più importanti dei secondi, e che il mediatore (l’essere umano che parla in classe) conta più della cosa mediata (ciò di cui si parla in classe). Di qui, quando si scrive un manuale (è il mio caso), un chiaro senso dei propri limiti: si può scrivere il migliore manuale del mondo, ma se finisce nelle mani di un insegnante inadeguato è quasi tutta fatica sprecata. Ma certo, insegnanti e studenti possono essere aiutati, o almeno non ostacolati, da un buon libro di testo. Per quanto riguarda la letteratura, direi che buono significa, tra l’altro, più o meno questo:

1. Niente dismisura. Un manuale per la scuola deve avere dimensioni ragionevoli. Non dev’essere stringato, non deve sacrificare nozioni o idee utili, ma non dev’essere neppure tanto prolisso da scoraggiare la lettura dei testi. Non solo, come si dice spesso, a scuola non si può fare tutto: non si deve fare tutto, perché uno dei compiti della scuola è precisamente quello di selezionare, di separare ciò che ha senso studiare a una certa età da ciò che si può rimandare a un altro momento o a un altro luogo.

2. Non sommergere i testi con le opinioni sui testi. A scuola conta molto leggere e capire quello che dice Dante Alighieri; conta molto meno il parere, diciamo, di Gianfranco Contini su Dante Alighieri. Per quello c’è tempo. A volte, sfogliando i manuali, ho l’impressione che gli autori immaginino che tutti gli studenti delle scuole superiori debbano diventare non dei lettori ma degli specialisti di Petrarca, Ariosto o Montale, a giorno del dibattito, del conflitto delle interpretazioni, della storia della critica; per fortuna non è così. I testi, prima di tutto; il resto sì, ma con moderazione.

3. Scrivere chiaro. I libri scolastici hanno contribuito per la loro parte a generare quella antilingua che molti italiani parlano e scrivono oggi. È ora di finirla. Quasi tutti quelli che vanno a scuola adesso sono nati dopo l’anno 2000; molti non sono nati in Italia. Hanno diritto ad un linguaggio onesto. Bisogna parafrasare con attenzione i testi; bisogna adoperare le note e i box lessicali per far capire, senza troppi tecnicismi, che cosa la storia di una parola può dirci intorno al suo significato. Ma bisogna soprattutto parlare chiaro nelle parti non antologiche, cioè andare dritto al punto, senza retorica, senza ampollosità e senza manierismi, ricordandosi sempre che si sta parlando a degli adolescenti, che alla lettura vanno prima di tutto conquistati. Primo, dunque: non nascondere le difficoltà; secondo: cercare di affrontarle con un linguaggio piano.

4. Lasciar perdere il gergo teorico. Capire com’è fatta, come funziona la letteratura, è giusto e importante. Ma è meglio farlo seguendo la guida del buon senso («chi parla in queste pagine?», «lo scrittore pensa tutto quello che pensa il personaggio o gli sta un po’ a distanza?») che quella dei formalisti russi o di Genette («siamo di fronte a un testo omodiegetico o eterodiegetico?»). Sulle labbra di un adolescente che in vita sua non ha letto più di una decina di libri preferirei sentire frasi ingenue come «Anna Karenina ha capito poco della vita» piuttosto che frasi velleitariamente blasé come «Qui ci troviamo di fronte a un’analessi interna»: a sedici anni (ma forse sempre) la letteratura dovrebbe sollecitare il primo genere di riflessioni, non il secondo.

5. Non esagerare col formalismo. Leggere libri serve soprattutto a capire ciò che sta al di fuori dei libri. Perciò, se si legge Fenoglio, le prime domande da porsi, e da porre agli studenti, non sono «questo racconto o romanzo è a focalizzazione interna o esterna?», oppure «come definiresti l’impasto linguistico del testo?» (una domanda che metterebbe in difficoltà un linguista di professione, e che sollecita dilettantismi), ma «che cosa ci dice, il brano che hai letto, sulla vita dei contadini piemontesi del primo Novecento? E sulle dinamiche del matrimonio?», oppure «le pagine di Fenoglio ci parlano di una guerra civile? Chi l’ha combattuta? Com’è finita? Quando?». E se si legge Petrolio di Pasolini, le prime domande da porsi non sono «In quante sequenze si può dividere il brano antologizzato?» o «Quali sono le figure retoriche prevalenti?», ma «Come mai il petrolio diventa tanto importante, agli inizi degli anni Settanta?», o «Che cos’è l’OPEC?», o «A quali personaggi realmente esistiti allude qui Pasolini?».

6. Far leggere della buona prosa saggistica. I miei studenti (primo anno di Lettere) hanno letto L’infinito di Leopardi, ma non hanno mai aperto il Discorso sopra i costumi degli italiani; hanno letto Svevo e Pirandello, com’è giusto, ma ignorano Salvemini, Gramsci, Flaiano. La tradizione scolastica privilegia la poesia e il romanzo, ma nessuno dei due generi offre ai ragazzi dei buoni modelli di prosa argomentativa, e invece questi modelli ci vogliono, perché ben pochi di loro scriveranno poesie o romanzi, ma quasi tutti scriveranno relazioni, tesi, o anche solo e-mail. L’Italia ha una suprema tradizione saggistica, è ora di usarla.

7. Storicizzare le nuove arti. Gli studenti leggono versi e prose di romanzi la mattina, mentre nel pomeriggio, a casa, guardano video e film, ascoltano o fanno musica. Penso che la scuola dovrebbe cominciare, discretamente, a occuparsi di queste nuove arti, perché gli studenti non le considerino come un dato ma come qualcosa su cui è opportuno riflettere criticamente. All’ultimo anno bisognerebbe parlare – un po’, non troppo – di film, fumetti, canzoni. Sono anche arti verbali, è anche letteratura.

8. Un manuale dovrebbe anche essere bello: graficamente, visivamente bello. Perché dovremmo evitare che i ragazzi associno i capolavori della letteratura al colore grigio.