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Zalone come pretesto e come machete

di Matteo Marchesini


Forse l’aggettivo che più si adatta a Checco Zalone è “efficiente”. Un comico di efficienza robotica, ecco chi è l’imitatore di Zelig e l’autore di Quo vado?. La sua verve è grevemente intelligente e intelligentemente greve: non c’è nulla, nei suoi sketch, che non vada a finire in “pugnette”, e al tempo stesso non c’è “pugnetta” che non sia evocata in modi quasi concettosi. Perciò, malgrado l’ossessivo Leitmotiv, Zalone non ha affatto i tratti della maschera, né la corporalità sordida, ambigua, del comico fisico: è invece tecnico, freddo, senza ombra. Non conosce punti di fuga verso l’alto o verso il basso, non si vuole né caratterista né mattatore. Il suo modello non sta in qualche sepolta commedia dell’arte paesana, ma è una perenne festa delle medie dove la mania del righello conta almeno quanto il suo uso fallico. Appena sotto la finta, occhiuta svogliatezza, rivela infatti una irriducibile tendenza tassonomica che lo rende schematico, dimostrativo: tra un gesto e l’altro, tra una sequenza e l’altra, lascia sentire l’ingessatura da scaletta, lo scatto forzato dell’ingranaggio.

Però, al suo interno, ogni scena funziona piuttosto bene. E in questi casi (lo si ricorda a chi le analizza astrattamente) non va mai considerato decisivo il livello delle battute, perché anche quando appare così scritto, il comico che recita vince per i toni e soprattutto per i tempi, non certo per i “contenuti”. In Quo vado?, il risultato è allora un compromesso riuscito tra il cinepanettone e la commedia “asettica”, né raffinata né sguaiata, che in Italia vien fuori invece quasi sempre scialba (vedere i volontaristici travet Aldo Giovanni e Giacomo). Alla temperatura zaloniana diventano interscambiabili grevità e scrupolo di galateo, ammicco culturale e anticulturale, intercalari da bar e satira dei costumi; e lo stesso vale per la giustapposizione di gag e la geometrica economia della trama, amalgamate da un uso astuto, anche se un po’ telefonato, dell’immaginario televisivo (l’iperbole ironica trasformata in situazione di fatto – l’impiegato nella neve, ecc. – non discende direttamente dalle comiche classiche, ma piuttosto dal retroterra di chi è cresciuto con gli spot della Bistefani, dove all’attore che grida “ma chi sono io, Babbo Natale?” spunta di colpo una barba bianca).

Il film sembra insomma il frutto, brillantemente scolastico, di una o più generazioni che anziché scrutare il mondo dal posto fisso hanno imparato a soppesare ogni cosa dal banco dell’alunno in attesa di promozione, poco importa se dentro un’aula da master o dentro lo studio di un talent show. Ma qui interessa un, come dire?, un epifenomeno di Quo vado? – che però, dal punto di vista giornalistico, è fatalmente diventato il fenomeno vero: e cioè la tendenza immediata e compulsiva, da parte dei commentatori delle ex terzepagine e della loro innumerevole discendenza web, a usare il film zaloniano come pallina in un ping pong polemico di quelli che durante le vecchie kermesse novecentesche inquadravano subito l’ultima novità del giorno nel contesto di “arte, cultura, società”. Da Natale in poi, tutti i discorsi sul tema sembrano prendere la stessa piega bipolare, agli apericena e sulla stampa, tra le schermate dei blog e sulle montagne russe dei social, che accelerano e pigiano nello spazio di un mattino le euforie e le disforie prima dilatate a scadenza di settimanale o di mensile.

Su un lato del tavolo, si posiziona prevedibilmente chi gioca al Novecento civile con un bovarismo spesso pari al tartufismo. Certo, dati i tempi la prima preoccupazione è comunque quella di trovare un tono il più scanzonato possibile, di parare in anticipo l’accusa di trombonaggine e retorica. Ecco allora che i critici dal dito perennemente alzato – alzato, s’intende, sugli scempi del riso stolto e dell’italico disimpegno – comunicano il loro disappunto con un’aria che si vorrebbe perfino distratta, concessiva, blasée. Dicono più o meno che bah, Zalone avrebbe potuto rischiare e invece niente, è stato troppo timido, o che voleva esser cattivo ma non ce l’ha fatta, che non è andato fino in fondo e si è condannato a rimanere il cinico mammone della porta accanto. In queste circostanze, si sa già quali sono le conclusioni congressuali: il ragazzo è destrorso perché conciliato con l’esistente, in una parola qualunquista.

Però, però. Siccome è sempre questa la gloria in cui va a finire il salmì, a forza di dare del qualunquista a destra e a manca senza commisurare gli argomenti alle dimensioni dell’oggetto, chi ragiona così si dimostra a propria volta un qualunquista da manuale, oltre che un commentatore poco dotato di senso dell’umorismo e di esattezza stilistica. Anche perché quando si trova a dover definire il “reale” che opere come questa eluderebbero colpevolmente, il commentatore engagé si limita di solito ad accennare alla natura crudele della nostra società – una natura immaginata in forme quanto mai generiche, stereotipate e dunque per definizione “conciliatissime”. Peggio ancora, poi, se scattano i paragoni col cinema popolare di mezzo secolo fa, che o sono inutilmente schiaccianti – cioè inadeguati – o testimoniano un’idea del tutto irrealistica di quel cinema, mitizzato dal tempo e dalla didattica Dams.

Infine, colpisce che da questo lato della rete si continui a recensire i film come fossero romanzi, e a giudicare il loro effetto sul pubblico come una tradizione ormai logora giudicava gli effetti della narrativa moderna. Si parte, cioè, dal presupposto secondo cui ogni rappresentazione negativa tenderebbe a generare abissi di inquietudine, e ogni risatina spensierata equivarrebbe viceversa a un sonnifero per il senso critico, a un “tutto va bene” subito introiettato nella vita quotidiana: presupposto neppure zdanoviano ma comicamente pavloviano, che implica un’idea poverissima del rapporto intrattenuto dalle donne e dagli uomini del pianeta Terra coi prodotti estetici o soltanto spettacolari.

Forse, però, l’aspetto più sgradevole di questi interventi pomposi è un altro. E’ il fatto che a invocare una maggiore riflessione, e un maggiore impegno, si fa qui avanti chi interviene senza avere quasi mai riflettuto davvero – chi parla o scrive in fretta, con la mano sinistra, perché malgrado ogni ostentazione di distratta sufficienza e déjà vu è divorato dall’ansia d’imprimere la sua voce sul nastro dell’attualità più chiacchierata: chi quindi, proprio mentre esige patenti di rigoroso dissidio col mondo, insegue lingua a terra gli ultimi scampoli del presente mediatico – e a volte, in situazioni meno innocue, distribuisce moniti a proposito di gigantesche crisi geopolitiche sulle quali non ha niente di serio da dire.

Tirando le somme, questo giocatore – ossia il tribuno in versione midcult – è il più conosciuto e prevedibile. Non che sia imprevedibile o sconosciuto il suo avversario, il corsivista che con speculare foga pavloviana approfitta subito di Zalone per sfottere i bovaristi-tartufi del civismo e del perbenismo impegnato: nel ping pong polemico, infatti, è inevitabile che emerga subito la dialettica tra i due, una dialettica via via più simile, col totalizzarsi dei mezzi di comunicazione, al vecchio gioco infantile in cui si metteva una mano sopra l’altra sempre più velocemente fino a stordirsi.

Tuttavia, poche occasioni come questa di Quo vado? hanno mostrato così bene quanto e come sia aumentata la schiera degli “opinionisti” che trascorrono buona parte del loro tempo a cercar di punire sia le trombonesche goffaggini dei tribuni, sia i dubbi di chi osserva con più genuino disagio i rapporti odierni tra poteri economico-mediatici, spettacoli e cultura. In realtà, questi castigatori somigliano irrimediabilmente a molti dei castigati: basta vedere come schiacciano sprezzanti la pallina oltre la rete per sentire che il loro sarcasmo non è meno tartufesco e goffo, retorico e avvizzito. Con l’aggravante che la loro posizione, per sua stessa natura, richiederebbe davvero un po’ di nonchalance, una certa grazia blasée: mentre invece dietro gli strali incombe un sadismo ansioso e febbrile, l’inconfondibile fiatone degli zelanti.

In sintesi, le querelles come quella zaloniana rendono meglio visibile la crescita vertiginosa di un esercito di sarcastici coatti che passano le giornate a vagliare articoli, frasi, espressioni, schermate e chat per cogliere una traccia di oratoria pseudonobile, una scivolata di pathos fuori luogo, un peccatuccio d’ingenuità. Non vedono l’ora di isolarli e impiccarci l’autore – di censurare, ridicolizzare, esporre al ludibrio: ed ecco che Quo vado? offre loro un formidabile machete.

C’è qualcosa di molto grottesco, e anche di molto sintomatico, in questa continua “caccia allo sfigato” e al “patetico”. A scatenarla, lo si vede a occhio nudo, è infatti il terrore della serietà di chi non sa nemmeno più ridere ma solo sghignazzare, perché si vergogna di se stesso e magari del proprio “lavoro culturale”. Da questo punto di vista, tutto è così chiaro e disarmante che si teme di mancar di tatto perfino evocando un po’ di elementare psicologia: identificazione con l’aggressore, proiezione e linciaggio allo specchio…

Ma questa attitudine contagiosa al piccolo bullismo intellettuale non interessa certo per ragioni meramente psicologiche. A colpire è semmai il suo legame stretto con uno dei più cupi e sinistri spiritelli del tempo: col fatto, cioè, che non solo le utopie o i progetti palingenetici, ma addirittura le più vaghe speranze di sfuggire all’esistente, fino a qualche decennio fa abbastanza diffuse – e non importa quanto fondate – si sono ormai completamente dissolte. La “realtà dei fatti” – fatti bruti quanto testardi, che per la loro apparente immodificabilità non sembrano più storici ma naturali – s’impone in modi sempre più schiaccianti: e quindi, come accade in queste situazioni, a propagandare alternative radicali rimangono soprattutto degli improbabili e macchiettistici demagoghi.

Conseguenza: parecchie persone dotate di buona intelligenza critica finiscono per censurare non solo questi demagoghi, ma anche il “contenuto di verità” che tradiscono, e che tuttavia non smette di far capolino persino dietro i loro progetti più cialtroni. E’ fin troppo facile, infatti, dimenticare che quella rappresentanza deforme della “rivolta” non condanna insieme a se stessa gli istinti da cui nasce, che non dice nulla di definitivo sulle ragioni e i torti di chi rifiuta l’esistente, e che testimonia semmai, qui sì, una reale crudeltà del nostro mondo: il fatto cioè che quando il Probabile e l’Attuale battono sul campo il Possibile e lo Sperato, non si limitano a sbiadirne gli orizzonti, ma tolgono loro anche l’apparenza della dignità.

Se non si possiede una sensibilità sufficiente per questo genere di umiliazione, si arriva spesso a mettere il proprio spirito al servizio di uno pseudoanticonformismo di riporto, destinato a pestare le bandiere già sbrindellate da molte suole, e magari non ci si accorge nemmeno del proprio implicito nihil de principe (esempio tipico: ottima la satira sull’uso cretino dell’espressione “neoliberismo”; ma poi, dato quel che va dato agli sfottò arbasiniani sul nostro andazzo assistenzialista, come la mettiamo con l’antica, elementare domanda sulla povertà e le ingiustizie? Se ce la porranno, arrossiremo come le vecchie zie davanti a una parola sconveniente? Replicheremo, ricalcando un argomento dei comunisti già giustamente criticati, che ingiustizie e povertà verranno riassorbite col tempo dalla mano razionale della società aperta, e ci scorderemo che col tempo i beneficiari saranno morti? O fingeremo che la domanda possa essere seppellita dalla stessa risata che travolge i Vendola, i Fassina e i Bertinotti, solo perché ci imbarazza non avere risposte smart?).

Dove non si vedono soluzioni, si aboliscono dal dibattito i problemi: e così, proprio quando ci si crede lontanissimi dal polveroso Novecento marxisteggiante, si sta invece a mollo nella sua acqua sporca hegeliana, dando per scontato che ciò che deve essere è. Corollario: trionfa l’esaltazione enfatica di quel che non ha bisogno di essere esaltato, e tutto il resto è rubricato come velleità da rosiconi. Se voi non siete al posto di X, contro cui puntate il dito, è perché non lo potete; o comunque, siete ancora più squallidi e non ve ne accorgete neanche. Non che questo sia sempre falso in ogni polemica, anzi. Ma quel che distorce tutto è lo zelo sadico.

Occasioni come quella offerta da Quo vado? permettono di verificare con esattezza quasi scientifica come un tale istinto si sta liberando e moltiplicando. Su ciò, di cui non si può parlare con un ghigno, si deve tacere, insegnano i castigatori. Dall’altra parte, i predicozzi pontificanti e le parodie annacquate da Ombre rosse fanno il loro gioco; e viceversa. Nelle due metà del tavolo si recita così su un’unica lunghezza d’onda: stesse racchette, stesse pose, stessa retorica eccessiva davanti alla palla-pretesto. In questo senso, entrambi i tipi di polemisti vengono risucchiati dal sistema Zalone, nel quale buonismo civico e cinismo difensivo sono indistinguibili. Solo che Quo vado? è comico; il ping pong di chi lo usa come un’arma invece è ridicolo.