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Sulle “Rime” di Riccardo degli Albizzi

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 1 novembre 2015


Dante e Petrarca sono gli unici poeti del Trecento che gli italiani leggano a scuola. Di Boccaccio si legge un po’ di Decameron, non i versi. Per la scuola, è più che abbastanza. Ma le ‘tre corone’, naturalmente, non esauriscono il quadro, e chi voglia avere un’idea attendibile della letteratura di quel secolo non può ignorare i molti minori che formano lo sfondo su cui si stagliano quei grandi. Su questi minori trecenteschi si è concentrata, negli ultimi anni, l’attività dei nostri filologi, e grazie a loro oggi possiamo leggere edizioni sicure e ben commentate di autori come Fazio degli Uberti, Sennuccio del Bene, Cino Rinuccini, Matteo Frescobaldi, Bruzio Visconti. Insomma, non è lontano il giorno in cui molti se non tutti gli autori antologizzati da Giuseppe Corsi nei Rimatori del Trecento – un libro che ha quasi mezzo secolo ma che ancora orienta la nostra visione su quell’epoca della nostra letteratura – saranno disponibili in edizioni critiche affidabili: sul fondamento delle quali si potranno ricavare nuove antologie, e spunti per nuove sintesi.

La nuova edizione delle Rime di Riccardo degli Albizzi a cura di Alessio Decaria è un tassello di questo mosaico che si va componendo, ed è un tassello interessante per più ragioni. La prima è che nella Firenze del pieno Trecento gli Albizzi non sono una famiglia qualsiasi: mercanti e banchieri, sono una delle più insigni dinastie cittadine; soprattutto, sono una dinastia di poeti: il manoscritto della Riccardiana che tramanda le rime di Riccardo (nato all’inizio del secolo, morto nel 1359) contiene infatti anche quelle di due suoi consanguinei, Franceschino e Matteo di Landozzo; e un altro Albizi poeta, ancora più prolifico e interessante, sarà, nella seconda metà del Trecento, Alberto di Pepo. Insomma, sarebbe eccessivo figurarsi una stirpe interamente votata all’arte, ma non è sbagliato dire che una certa competenza nello scrivere versi fece parte per decenni del blasone famigliare di questi maggiorenti fiorentini: ciò che vale, osserva Decaria, anche per «altri clan gentilizi dell’epoca», e che fa riflettere sulla fisionomia che il genere lirico viene ad assumere nel corso del secolo, una fisionomia da ‘arte sociale’, da loisir aristocratico, alla quale, detto in breve, il lettore dei due lirici sommi del Medioevo, Dante e Petrarca, non è preparato.

I testi di Riccardo non sono molti, otto appena, e parlano tutti d’amore, ma (seconda ragione d’interesse) ne parlano con un’originalità di motivi a volte quasi spiazzante: c’è un compianto per la morte della madre della donna amata che esternamente può ricordare il compianto per la morte del padre di Beatrice nella Vita nova, ma che ha in realtà uno svolgimento tutto diverso; c’è una canzone sulla gelosia, tema relativamente nuovo per la lirica italiana, e che sembra invece configurarsi come una sorta di Leitmotiv nei canzonieri della famiglia Albizi, e a Riccardo suggerisce versi di stupefacente esplicitezza («Dalle cu’ braccia è cinto il bianco collo / il qual cinger solea / chi colle mani or si percuote il volto? / Chi stringe i pomi, a’ quai mai dar un crollo / per me non si potea, / durett’e tond’e ognuno in sé raccolto?»); c’è una canzone nella quale la voce narrante non appartiene a quella dell’Amante bensì a quella di un ‘servitore-poeta’ che a nome dell’Amante intercede presso l’Amata, un intreccio tra lirica e racconto che non mi pare abbia precedenti nella poesia del secolo precedente (vengono in mente semmai le situazioni di certe ballate del Decameron).

Il lavoro di Decaria su questi testi non facili (e, sia detto per inciso, piuttosto belli: Riccardo non è Petrarca, ma non è un mestierante) è esemplare sia per la parte filologica sia per le note di commento. Decaria ha una conoscenza rara, se non unica, della tradizione manoscritta della lirica italiana tre-quattrocentesca, e ha la capacità e l’onestà di spiegare minutamente le ragioni che lo hanno guidato nell’allestimento del testo critico. Il commento fa quello che un commento deve fare: glossa parola per parola e verso per verso; formula ipotesi sensate su ciò che non si riesce a spiegare con sicurezza; situa i versi di Riccardo sia in rapporto ai grandi poeti del Duecento sia in rapporto ai contemporanei, ma facendo un uso quasi sempre molto discreto dell’intertestualità. E spiego il ‘quasi’. L’idea di fondo del commento è che lo stile e l’immaginazione letteraria di Riccardo debbano molto al Dante delle canzoni più che a quello, diciamo, stilnovista, ed è un’idea condivisibile e ben documentata; può darsi però che, come capita spesso con le idee-guida, venga seguita a volte con troppo zelo, o con troppa fiducia circa la possibilità che questo dantismo rappresenti la (cito) «strada maestra» per una nuova ricostruzione storiografica. A mio parere, nello scrivere la storia letteraria, specie quella medievale, sarebbe bene speculare il meno possibile sulle strade maestre, le chiavi di lettura, le formule unificanti, e insomma su tutti quei principi d’ordine o quei nomi-contenitore (da stilnovo in poi) che si sforzano di ridurre a sistema una varietà che – e questo vale per la lirica del Trecento più che per qualsiasi altra età della nostra letteratura – ai sistemi è il più delle volte refrattaria. Ma sono sfumature, qualche segno meno là dove Decaria mette un segno più; nell’insieme, non mi pare si potesse fare o dire meglio. 

Riccardo degli Albizzi, Rime, a cura di Alessio Decaria, Franco Cesati Editore, euro 16.