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Come il sole a mezzogiorno

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 11 ottobre 2015


Che cosa resta di tutte quelle cose e persone che avevamo trovato profonde, sagge e intelligenti quand’eravamo giovani?

Quel filosofo sempre accigliatissimo, che ci ha sedotto con la sua visione così amara dell’esistenza, era solo un immaturo, un ragazzino terrorizzato dalla vita, che scambiava i suoi problemi personali, la sua fine, per i problemi e la fine del mondo. Quel giornalista pensoso, che sembrava avere un’opinione su tutto, dalla TAV alle poesie di Rilke, parlava tanto solo perché si accontentava di rimanere sulla superficie delle cose: quella che avevamo preso per autorevolezza era la sicumera degli ignoranti. E quell’intera disciplina che ci spaesava all’università, con quel gergo impenetrabile, era una strada che non portava da nessuna parte, una mistificazione buona per mettere in soggezione le matricole. È il privilegio dell’invecchiare, e dell’imparare. Tutto ciò che era solido e stabile si dissolve nell’aria sotto forma di fuffa. Ci si può arrivare da soli, ma se qualcuno ci aiuta è più facile.

Il mensile IL del Sole 24 ore è ovviamente il migliore dei magazine italiani, sia per la grafica (ha vinto dei bei premi) sia per il contenuto (politica, società, moda: uguale uguale a tutti gli altri, si capisce, ma – ci torno subito – con una qualità di stile, un saper scrivere che gli altri si sognano). Trovarlo in edicola è un altro conto: perché IL ama nascondersi sotto le pile di Sette, Venerdì e D come Donna, esce in un giorno X del mese che adesso non saprei precisare, non tutte le edicole ce l’hanno, e last but not least ha un nome che non è esattamente di quelli che si fissano nella memoria, non è esattamente agevole da trovare in rete, o da chiedere all’edicolante (“IL che?”, mi ha giustamente risposto quello della stazione di Piombino, lo scorso agosto: non dico la geniale esplicitezza di “Il mio papa”, ma concedere qualcosa di più al popolo si poteva).

Forse anche per soddisfare, per creare la domanda di chi non trova IL sotto casa, il suo direttore Christian Rocca ha messo insieme un’antologia di pezzi di vari collaboratori usciti durante la sua direzione, dal febbraio 2012. Il prodotto è uno di quei libri che sembrano appunto scritti o messi assieme per munire il lettore smarrito di un contravveleno, una bussola che lo aiuti a schivare tutte le cose e le persone stupide che il mondo vorrebbe spacciarci per cose e persone intelligenti: un esercizio di illuminismo, tra Il Caffè (“Cosa conterrà questo foglio di stampa? Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi Autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità. Va bene: ma con quale stile saranno scritti questi fogli? Con ogni stile, che non annoi”) e – nei pezzi più cattivi – Karl Kraus.

         Alla qualità di tutti i contributi del libro, il lettore della stampa italiana non è abituato. L’impressione è che in questi anni, mentre nei giornali maggiori si pubblicavano anche cose buone, certamente, ma miste a cose spesso tirate via, scritte con la mano sinistra, ripetendo pareri mille volte ripetuti, e miste soprattutto a molti esercizi di trombonismo (per trombonismo intendendo la posizione di chi pensa di argomentare difendendo non un punto di vista ma il punto di vista dell’Umanità), l’impressione è che, mentre accadeva questo, al Foglio e poi a IL e un po’ al Fatto Quotidiano si allevava una generazione di giornalisti-critici-saggisti che non ha niente da invidiare ai migliori delle generazioni passate. Anzi al contrario: in molte pagine di Non si può tornare indietro c’è la stessa intelligenza e lo stesso humour di, poniamo, Fruttero e Lucentini o di Arbasino, ma anche una più esatta conoscenza delle cose, un maggiore scrupolo d’informazione: Citare a vanvera di Guido Vitiello fa pensare e fa ridere anche perché Vitiello conosce sul serio tutti i libri che i giornalisti che questo Paese elegge sciaguratamente a maestri di pensiero fanno finta di avere letto; L’epica in canotta del brutto film italiano di Andrea Minuz fa pensare e fa ridere perché Minuz ha studiato con pazienza certosina lo sconcio dei finanziamenti del Mibac; Vincenzo Latronico si è fatto un mese su un cargo transatlantico per scrivere Viaggiare come una cosa; Arianna Giorgia Bonazzi (L’ennesima ragazza) ha imparato sul campo tutto l’umanamente imparabile in materia di au pair; Michele Masneri ha raccolto infinite informazioni su vini e vigneti prima di provare a visitare la tenuta La Madeleine di Massimo D’Alema (provare soltanto, perché giustamente non l’hanno lasciato entrare). Voglio dire: c’è del lavoro e della cura, dietro tutti questi pezzi, non solo la brillantezza di cui dice il sottotitolo (e che sui giornali è meno rara del lavoro e della cura).

Sono quasi tutti articoli o brevi saggi descrittivi, non c’è da essere d’accordo o in disaccordo. L’unico saggio a stimolarli, l’accordo o il disaccordo, l’unico che cerchi di dare non la visione del frammento ma quella dell’intero è,  com’è giusto, l’introduzione firmata da Christian Rocca. Anche questo saggio sull’Italia è molto acuto e intelligente, e condivisibile sotto quasi tutti punti di vista. Per i miei gusti c’è un po’ troppo Matteo Renzi, cioè c’è un’implicazione un po’ troppo stretta, e forse non veramente necessaria, tra le ‘cronache brillanti’ che formano il volume e il Brillantone che presiede il Consiglio dei ministri. E c’è anche una giusta vena ottimistica (questo è un libro serio ma non lagnoso, rara avis), ma che a volte mi pare passi la misura. Nei momenti di euforia capita a tutti di pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili, nella migliore delle epoche possibili, e può persino capitare di dirlo, ma proprio perché si tratta di un saggio molto serio ci voleva forse un maggiore equilibrio, anche solo gettare uno sguardo alle centomila contro-argomentazioni che possono essere addotte per sostenere che le cose stanno un po’ diversamente. A volte l’attitudine non solo di Rocca ma anche di alcuni degli altri contributori, i più politici soprattutto, ricorda un po’ la simpatica, franca accettazione dell’esistente che si trova nelle canzoni di Jovanotti: che del resto – e a questo punto non per caso – è anche uno dei contributori al volume. Nelle canzoni va bene, nero su bianco lascia perplessi (intendo periodi come questo: “Si moltiplicano le proteste, arrivano le start up, si diffondono i nuovi media, la classe media scende in piazza”, che ricorda abbastanza Mezzogiorno, o Tensione evolutiva).

Chi vuole passare un paio d’ore in dialogo con alcune delle migliori intelligenze italiane farà bene a procurarsi questo libro. E chi vuole imparare a scrivere prenda esempio da qui. A scuola e all’università torturiamo gli studenti obbligandoli a parafrasare in venti pagine le opinioni degli altri nel modo più piatto e involuto possibile, mentre dovremmo insegnargli a esprimere le proprie, di opinioni, in due-tre pagine al massimo, con chiarezza e voglia di farsi leggere, e umorismo magari: due-tre pagine in cui senta la voce di chi scrive, non solo l’eco stanca delle sue cattive letture. Non si può tornare indietro è un manuale di scrittura in atto. Dentro ci sono, come dicono questi disgraziati, un po’ tutte le tipologie testuali, dal saggio argomentativo al racconto di vita, dal reportage al diario, al case study. Io lo metto subito in programma.

Christian Rocca, Non si può tornare indietro. Cronache brillanti dell’Italia che cambia, Marsilio 2015.