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Su Lionel Trilling

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 19 luglio 2015


Quando studiavo all’università pensavo che della letteratura si dovesse parlare più o meno così: «… Qui la soluzione adottata, vale a dire 2ab, è tanto più seriamente gravata da sospetti di dualismo, in quanto 2b è dato sotto forma di glossa, e fra i due termini, anche strutturalmente, esistono solo rapporti di meccanica giustapposizione». Oppure così: «… La dinamica tensiva testo-lettore mentre rinvia ad un significato relazionale del testo, che si realizza di volta in volta nelle articolazioni della circolarità domanda-risposta-domanda, sottrae il lettore all’arbitrio del soggettivismo solipsistico, trasformando la soggettività esistenziale in soggettività etica in quanto ermeneutica». Eccetera.

‘Pensavo’ significa che l’iniziativa era mia: non erano quelli gli unici modelli, al liceo ne avevo incontrati altri più – come dire – amabili; e altri ne avrei conosciuti negli anni dell’università, anche dentro l’università. Ma l’ambiente agiva: e l’ambiente mi diceva che se volevo occuparmi di letteratura dovevo imparare un gergo, dare un’aria pseudo-scientifica o pseudo-filosofica alle mie opinioni sui libri (perché di pseudo-cultura si trattava: e stringe il cuore pensare che generazioni abbiano preso sul serio queste sciocchezze, e che ancora si prendano sul serio a scuola).

Un buon modo per guarire è stato leggere i libri di critici e studiosi che le loro opinioni sui libri le dicevano con franchezza, e in un modo comprensibile, senza strizzare l’occhio alle teorie cervellotiche partorite in qualche dipartimento universitario sovietico o francese. Erano quasi tutti critici e studiosi anglosassoni, e uno di loro, uno di quelli la cui lettura era più corroborante, era Lionel Trilling. Mi fa molto piacere, dunque, che i suoi saggi tornino in commercio, anche se in dose omeopatica. Il volumetto Arte e nevrosi mette insieme due saggi di Trilling su Freud e la letteratura, cioè sull’utilità delle teorie di Freud per gli studi di letteratura: due saggi già noti, se non al grande pubblico, al lettore italiano di Trilling, perché facevano parte di un volume molto più ampio curato da Luciano Gallino più di mezzo secolo fa (La letteratura e le idee, Einaudi 1962); ma qui si aggiunge una bella introduzione di Emanuele Trevi, che aiuta a situare Trilling nel tempo e nello spazio, con particolare riguardo ai suoi rapporti con Edmund Wilson («Potremmo considerare Arte e nevrosi come una lunga e intelligente risposta» a La ferita e l’arco di Wilson); e che, soprattutto, cerca di fissare in pochi paragrafi i caratteri essenziali del freudismo di Trilling.

Ora, la verità è che Trilling è stato certamente uno degli intellettuali americani del Novecento più interessati a Freud, ma l’influenza dei saggi di Freud sulla sua critica letteraria è stata minima. Trilling non è stato un critico freudiano: non solo nel senso in cui lo è stato (per citare due uomini della sua generazione) Mauron, ma neppure nel senso – molto più distaccato e discreto – in cui lo è stato Giacomo Debenedetti. E se in certe sue pagine teoriche (quelle appunto riprodotte in Arte e nevrosi) si trovano formulazioni intorno alla psicanalisi come «scienza di tropi» («Nel secolo xviii Vico parlò del linguaggio metaforico dei primi stadi della cultura, toccò a Freud scoprire come nell’età della scienza, noi ancora si senta e si pensi per forme figurative, e creare la psicanalisi, che è una scienza di tropi, di metafore e delle loro varianti: sineddoche e metonimia»), formulazioni che al lettore italiano possono ricordare gli studi di Francesco Orlando, è poi un fatto che, se si leggono i suoi saggi sugli scrittori europei e americani dell’Otto-Novecento (questo, in letteratura, era il suo campo d’indagine), si constata che il discorso prende tutt’altre strade rispetto a quella (critica verbale, psicocritica, critica tematica) che avrebbe appunto potuto valorizzare questa scoperta freudiana.

Il fatto è che il Freud che stava a cuore a Trilling era, più che l’esploratore dell’inconscio, il critico della civiltà, più che lo specialista di tropi della Psicopatologia o del Motto di spirito, il pensatore geniale e azzardoso del Disagio della civiltà e di Al di là del principio del piacere. A questa parte dell’opera di Freud, Trilling attinge per corroborare due sue idee strettamente connesse. La prima è che nel pensiero e nella vita degli europei si sia verificato un mutamento radicale nel corso del Settecento. È un’idea che Trilling formula più volte, ma mai con tanta chiarezza come in un saggio – Freud and the Crisis of Our Culture – che ci si stupisce di non trovare in questo libro: «A un certo punto nella storia dell’Occidente – vogliamo dire, tanto per intenderci, all’epoca di Rousseau? – gli uomini hanno cominciato a pensare al loro destino non più in relazione a Dio, o al loro prossimo, o alle circostanze materiali, ma in relazione alle idee e ai presupposti di un vasto corpo sociale unitario. Una prova ce la dà la stessa letteratura, con il suo interesse per le culture diverse di recente scoperte, spesso viste in funzione critica nei confronti della nostra società: Walter Scott non avrebbe potuto entusiasmare i suoi lettori rappresentando in Waverley la lealtà, semplicità e genuinità dei clans scozzesi delle Highlands se il mondo non avesse già imparato a pensare in termini di cultura». Ora, proprio la forza della pressione che la società esercita sugli individui era, secondo Trilling, uno dei fatti cruciali nella storia dell’Occidente che Freud era riuscito a mettere a fuoco: «È Freud che […] ci ha dimostrato come la cultura pervada i recessi più remoti della mente dell’individuo, venendo assorbita quasi letteralmente con il latte materno».

La seconda idea è il rovescio e il complemento della prima. Trilling era particolarmente interessato a ciò che negli uomini non è influenzato dalla cultura, a quel dato biologico che resiste ai condizionamenti sociali: «La cultura non è onnipotente; c’è un residuo umano che la società non riesce a controllare o condizionare, e questo residuo, per quanto elementare possa essere, vale a sottoporre la cultura dominante a una forma di critica e a contestarne l’assolutismo». In Freud, e in particolare nel saggio Al di là del principio del piacere, là dove argomenta il concetto di ‘pulsione di morte’, Trilling trovava argomenti a favore di questa ipotesi. Ipotesi affascinante e – mi pare – spericolata, dietro la quale non è forse arbitrario vedere un riflesso di quel carattere schivo, malinconico, non molto lontano dalla sociopatia che descrive Louis Menand in un profilo di Trilling uscito qualche anno fa sul «New Yorker» («Ho una delle più grandi reputazioni nel mondo accademico», scriveva nel suo diario: «Questo pensiero mi fa vomitare»).

È bene che i saggi di Trilling ritornino in circolo, e perciò è da accogliere con gratitudine questa ristampa. Personalmente, avrei forse scelto di riproporre saggi diversi da questi. Le cose che Trilling ha da dire intorno a Freud sono interessanti, ma mi sembrano settoriali e datate. Che una discussione sui rapporti tra Freud e la letteratura possa riaprirsi a partire dalle idee di Trilling non è pensabile, e forse non è neanche auspicabile. Avrei preferito risentire la voce del critico letterario (quello del saggio su Anna Karénina, per esempio), e meglio ancora la voce dello storico della letteratura e delle idee (per esempio: Le maniere, i costumi, e il romanzo). In questi ambiti più suoi, mi pare che la forma e la sostanza dei saggi di Trilling siano ancora esemplari, anche come contravveleno alla cattiva forma e alla cattiva sostanza dei saggi accademici di cui dicevo all’inizio.

Lionel Trilling, Arte e nevrosi, a cura di Emanuele Trevi, Elliot 2005, pp. 94.