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«Noi non è che possiamo dirlo…» (Essere #matteorenzi, prime pagine)

di Claudio Giunta



Il libretto su Renzi (vedi sotto o qui) comincia così:

«Noi non è che possiamo dirlo, che sennò sembra che siamo matti», mi ha scritto un dirigente PD tre anni e tre mesi fa (ho archiviato l’email) in risposta alla mia domanda «Ma ’sto Renzi?» – «non possiamo dirlo ma lo sappiamo che è una quinta colonna, che è il prossimo Berlusconi quando questo Berlusconi se ne andrà fuori dal cazzo… Cioè, è così».

Tre anni e tre mesi più tardi, la quinta colonna – che nel frattempo è diventato segretario del PD e presidente del consiglio – è a cinque metri da me in tenuta da casual Sunday, jeans e camicia azzurra con le maniche rimboccate, e fa il suo ingresso al teatro Santa Chiara di Trento per il nono Festival dell’Economia. È la sua prima uscita pubblica dopo il diluvio di voti di domenica scorsa alle elezioni europee, e dopo una settimana post-elettorale di soddisfazione misurata, composta, «da vero statista», e sulla quale si è anche steso come una benedizione il lungamente atteso arrivo dei bambini adottivi dal Congo sulle ginocchia del Ministro per le riforme costituzionali Maria Elena Boschi. E Renzi: #BenvenutiinItalia, ha titolato il titolista del sito di Repubblica, inaugurando un ventennio social-pop che, quanto a élan situazionista, potrebbe anche non sfigurare nel paragone con quello appena trascorso […].

Fuori dal Santa Chiara, il maxi-schermo che trasmette gli incontri della giornata a beneficio dei non muniti di invito o accredito stampa o pass è sintonizzato sulla Sala Filarmonica per la tavola rotonda Rappresentanza e partecipazione: la democrazia in movimento, e nella mezz’ora che precede la trasmissione dell’intervista a Renzi la successione e il contenuto degli interventi sono così scopertamente allegorici da far pensare che dietro ci sia la mano di un regista dispettoso e geniale. Alle 9.50 interviene Franco Marini, che nel giro di cinque minuti cita (1) La guerra del Peloponneso di Donald Kagan, (2) i Consigli ai politici di Plutarco, «un libro preziosissimo» che dice di aver regalato a molti amici e colleghi senatori, e di tenere sempre sulla sua scrivania, (3) Papa Francesco con «la sua grande elaborazione culturale» e (4) un discorso di Aldo Moro al Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana del 1968 sul tema I giovani. Forse non abbiamo benedetto a sufficienza il destino, e centocinquanta franchi tiratori, per averci risparmiato sette anni di questo catechismo.

Alle 10.05 tocca al no global brasiliano João Pedro Stedile, che esordisce con «Compagne e compagni» e spiega che «il potere economico ha sequestrato gli stati»; solo che parla in portoghese, e la logica dell’argomentazione si perde un po’ nelle incertezze della traduzione consecutiva, che gli organizzatori iper-liberisti hanno affidato di proposito a un viado che sbraita come un cronista sportivo brasiliano e contemporaneamente zagaglia: «hano mer-mercificato tudo! La g-g-gente non sono più solidali!».

Alle 10.15 questo avanzo stantio di sinistra novecentesca – i bei libri degli antichi greci, la solidarietà contro il Capitale – viene, alla lettera, spento, perché intanto Renzi è entrato al teatro Santa Chiara, «salutato da un lungo applauso», come dirà domani il sito di «Repubblica», e il regista, nell’approvazione generale, ha cambiato canale, e ora le telecamere sono fisse su di lui, Renzi, che ricambia il saluto a braccio alzato, si allunga a stringere la mano di Marchionne in prima fila, e tocchicchia e viene tocchicchiato da Tito Boeri, che è l’organizzatore del Festival, e da Enrico Mentana, che condurrà, si fa per dire, l’intervista.

Si fa per dire, perché a circa tre minuti dall’inizio dell’incontro si capisce che sarà invece un one man show non perché Renzi tenda, come tutti gli uomini politici in gamba, a trasformare ogni dialogo in monologo (cioè, anche per questo), ma perché Boeri e Mentana o non ce la vogliono o non ce la possono fare. Boeri introduce Renzi con una scriteriata domanda di circa quattro minuti articolata in una decina di sotto-domande, e ad ogni sotto-domanda (cosa pensa di quello che ha detto Habermas? Bisogna cambiare il fiscal compact? Chi eleggiamo presidente della UE?) la faccia di Renzi si fa sempre più facciosa e ammiccante, è un uomo che, come i bravi caratteristi, riesce a scatenare una risata, o perlomeno un sorriso, anche solo muovendo le sopracciglia, e alla fine della tirata di Boeri la gente giustamente sorride e rumoreggia, e Renzi sigilla questa sua prima performance di mimo con la domanda «Avete impegni per domani?», e giù risate, dopodiché la domanda e le sotto-domande di Boeri, inevase, vengono dimenticate, il pubblico ha scelto da che parte stare e Mentana parte con l’intervista:

D. Qual è la capitale del Burkina Faso?

R. ?!?

No, questa in realtà non è la domanda che Mentana fa a Renzi, è la domanda che vorrei fargli io, per la buona ragione che a qualsiasi domanda anche solo leggermente meno puntuale di «Qual è la capitale del Burkina Faso?» Renzi risponde obiettando che il problema non è quello, è un altro, dopodiché attacca col discorso che si era preparato, secondo uno schema che si può esemplificare così:

D. Chi vogliamo alla guida della UE?

R. La questione non è chi vogliamo alla guida della UE, ma che cosa chiediamo al futuro presidente della UE, e noi chiediamo…

D. Che fare con la Libia?

R. Il problema non è la Libia ma quale linea politica la UE deve seguire non con la Libia, ma con l’intero Nordafrica […].

D. Come far ripartire l’economia?

R. Sarebbe interessante parlare di economia, ma quello che bisogna osservare è che oggi c’è una congiunzione astrale favorevole: il primo pianeta dice che bisogna cambiare la linea economica, il secondo pianeta dice che dobbiamo cambiare la dirigenza delle istituzioni europee, il terzo pianeta dice che ci sono finanziamenti europei da investire bene… Dunque – conclude Renzi, ed è una conclusione che soddisfa l’interrogante Mentana – «la bilancia pende più verso le opportunità che verso le difficoltà».

Al minuto 35 Renzi ha ormai perfettamente in pugno la situazione, ma capisce che per movimentare il monologo ha bisogno di una spalla. Trovandosi lì accanto Mentana, si mette lui a fargli le domande: «Ma Lei, lei: come se la immagina l’Italia tra dieci anni?». Mentana potrebbe rispondere che lui è pagato per capire cos’ha in testa Renzi, non per immaginarsi il futuro, ma non lo fa. Bofonchia qualcosa su come si aspetta che sia l’Italia tra dieci anni, dopodiché rinuncia anche al ruolo di spalla e indossa con naturalezza i panni del nerd che vuol diventare amico del compagno di scuola più grosso, e perciò ride alle sue battute, gliele completa, gli alza la palla perché possa schiacciare: «I politici italiani sono campioni mondiali di alibi: avevo la coalizione contro di me, la crisi…» (Renzi), «… le cavallette…» (Mentana). Sorrisi. «… Perché il fisco deve diventare più semplice, qui lo dico da semplice cittadino…» (Renzi), «molto sembra fatto per dare lavoro ai commercialisti…» (Mentana). Sorrisi, approvazione. Quando non ride e non completa, Mentana fa domande di questo tenore: «Il paese si aspetta da voi una visione? Ce l’avete questa capacità di visione?». Risposta: «Io sono molto arrabbiato con me stesso per non aver saputo mostrare meglio questa capacità di visione!». Applauso. Parte il racconto della visione.