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Sapere insegnare è meno importante che sapere

di Enrico Rebuffat


In un ospedale, un giorno futuro, di fronte alle sale operatorie:

Avvisiamo la gentile clientela che i medici in servizio in questo reparto hanno tutti conseguito la NLM-BN, Nuova Laurea in Medicina di Buona Sanità. Rispetto al vecchio ordinamento, la NLM-BN ha comportato una riduzione del 40% dei corsi disciplinari di medicina del corpo umano, sostituiti da materie gestionali e relazionali indispensabili nella formazione di un Bravo Dottore. La Direzione augura a pazienti e familiari una Buona Operazione e una Felice Degenza nel nostro ospedale”.

Su un volo di linea, un giorno futuro, a diecimila metri di altitudine sull’oceano:

“Gentili passeggeri, siamo lieti di informarVi che, in ottemperanza al PNBA, Piano Nazionale di Buona Aviazione, nella formazione di tutti i nostri piloti le ore di volo sono state ridotte del 40% rispetto al vecchio ordinamento, sostituite da materie gestionali e relazionali indispensabili nella formazione di un Bravo Pilota. Le nostre linee aeree Vi augurano un Viaggio Sereno auspicando di riaverVi presto a bordo dei nostri aviogetti”.

Uno scherzo, si capisce. Chi sa come lo prenderebbero i pazienti che stessero per entrare in quelle sale operatorie, o i passeggeri di quell’aereo! E chissà con quale serenità i genitori metterebbero la salute dei propri figli nelle mani di quei mezzi dottori, e la loro incolumità in quelle di quei mezzi piloti. Ma a nessuno verrà mai in mente di proporre, per la laurea in medicina o per i corsi di volo, una simile riforma, che in sostanza dimezzi d’emblée lo spazio dedicato alle discipline fino a un attimo prima unanimemente considerate indispensabili nella formazione di medici e piloti, con la bizzarra motivazione che, oggigiorno, ce ne sono altre ugualmente importanti. E se mai ciò accadesse, certo non ci sarebbe nessuno disposto a prendere sul serio una sciocchezza del genere; figuriamoci, poi, farne oggetto di un pubblico dibattito.

E invece è precisamente questo ciò che il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Governo hanno annunciato — e non per celia, ma con le fanfare de La Buona Scuola — di voler fare per la scuola pubblica italiana: ridurre del 40% la formazione universitaria disciplinare di tutti i futuri docenti, sostituendo l’attuale biennio specialistico con un biennio di formazione pedagogica e didattica trasversale, comune cioè a un intero arco di discipline:

“Un biennio specialistico improntato alla didattica, a numero chiuso … Nel corso del biennio di specializzazione, seguirà corsi di didattica e pedagogia, e in generale materie mirate sul lavoro di formazione e crescita dei ragazzi. Chiaramente specifici bienni specialistici potranno funzionare anche per materie affini, evitando di doverne istituire uno diverso corrispondente con rapporto 1:1 a ogni diverso tipo di laurea oggi esistente”

In altre parole: finora i docenti di matematica hanno seguito un corso di laurea in matematica di 5 anni (laurea triennale + laurea biennale) – da domani seguiranno un corso di laurea in matematica di 3 anni, seguito da 2 anni di pedagogia e didattica delle discipline scientifiche; finora i docenti di latino hanno seguito un corso di laurea in latino di 5 anni – da domani seguiranno un corso di laurea in latino di 3 anni, seguito da 2 anni di pedagogia e didattica delle lingue… e continuate voi per tutte le materie di insegnamento che conoscete. Un po’ come se, quando nelle automobili a un certo punto si è sentito il bisogno dell’aria condizionata, si fosse ridotto il numero delle ruote da quattro a tre; oppure come se, quando ai televisori si è aggiunto il colore, si fosse tolto loro l’audio, così, giusto per fare pari.

Singolare carisma, quello di cui sembra godere da un po’ di tempo la scuola pubblica italiana: rendere pensabili, proponibili con serietà alla pubblica opinione e persino attuabili le idee di riforma più aberranti e strampalate. Ciò che in qualsiasi altro ambito professionale susciterebbe l’ilarità generale e lo scherno degli addetti ai lavori, quando si parla di scuola viene preso per buono, ammesso al dibattito, discusso e magari anche accettato senza tante riserve, come cosa che, in fondo, si può fare. E perché no? La scuola nessuno sa bene che cosa sia, un’idea ne vale un’altra, e l’unica cosa che realmente interessa è (siamo sinceri) che gli istituti scolastici aprano e chiudano il portone a una cert’ora e a fine anno rilascino un diploma: tutto il resto a chi preme davvero? chi ci riflette sul serio? E così il Bravo Riformatore di turno non ha neppure l’esigenza di fornire —che so? — uno studio preparatorio, un’analisi che dimostri o almeno faccia sospettare i benefici di ciò che egli propone di introdurre, e l’inutilità di ciò che egli intende sopprimere. No: la parola del Riformatore è sufficiente; Lui sa, Lui vede qual è il bene della scuola; e tanto basti.

Del resto, quando la qualità dell’intelligenza collettiva e del dibattito pubblico sono scese così in basso, com’è avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni, a chi detiene le leve del comando risulta sufficiente, per giustificare e imporre la sua posizione, la più flebile larva argomentativa e il ragionamento più fallace.

– Non sono forse importanti, per un docente che debba insegnare a dei ragazzi, la didattica e la pedagogia?

– Sì, esse lo sono.

– Volete forse dei docenti espertissimi della loro disciplina, ma che non sappiano assolutamente trasmetterla ai ragazzi?

– No, Caro Riformatore, non lo vogliamo.

E volete voi affidare i vostri figli a degli individui totalmente incapaci di rapportarsi coi giovani moderni?

No, noi non lo vogliamo!

E soprattutto, volete una Buona Scuola Moderna con Bravi Docenti, oppure una scuola cattiva, vecchia, con docenti pessimi?

– Da’ a noi la Buona Scuola e così sia.

Ma c’è poco da fare gli spiritosi sul cattivo stato di salute del senso comune; perché persino a molti docenti universitari sembra sfuggire la cosmica singolarità dell’assunto su cui poggia l’impianto di questa riforma della formazione docente. Gli insegnanti italiani – questo è l’assunto – sono stati finora troppo esperti delle discipline che insegnano. Ma quanto troppo? Be’, non poco; tanto, tanto troppo: almeno almeno il 40% di troppo. E come facciamo a sapere che lo sono stati? Semplice, basta guardare i loro allievi: non vedete che manca loro l’entusiasmo, che il loro studio non è efficace, e soprattutto che alla fine degli studi non trovano lavoro? Evidentemente i loro insegnanti sapevano un sacco di cose completamente inutili ai fini di un buon insegnamento, e queste cose sono precisamente tutte le nozioni che essi hanno appreso nel biennio dell’attuale laurea magistrale; mentre ne ignoravano altre che sarebbero invece assai utili, e queste sono le conoscenze di pedagogia e di didattica che il nuovo biennio fornirà loro. E il senso comune e i sensi individuali devono davvero dormire sonni profondi, di questi tempi, se sfugge loro un altro caratteristico e brillante postulato del progetto di riforma: coloro che si preparano a insegnare una disciplina dovrebbero studiarla molto meno di quanto facciano coloro che non si preparano ad insegnarla, ma la studiano per qualunque altro scopo. Così, per fare un esempio, lo studente Tizio, che dopo la laurea triennale in storia intenda proseguire gli studi storici per dedicarsi magari al giornalismo o alla scrittura, oppure semplicemente per arricchire la propria cultura o addirittura perché non sa che diamine potrebbe fare di diverso, continuerà a frequentare un biennio magistrale incentrato sugli studi storici; lo studente Caio, invece, che ha già maturato una precoce – come negli auspici governativi – e incrollabile «vocazione all’insegnamento», dovrà interrompere gli studi storici propriamente detti per frequentare un biennio improntato alla didattica e alla pedagogia… di quella stessa disciplina il cui studio egli è stato costretto a lasciare a metà.

La replica a tanta stolidità, bisogna riconoscerlo, stenta a prendere voce, a formularsi: come sempre avviene nell’impari lotta della cultura contro l’ignoranza, la prima si arrovella, si agita, sbuffa, ma si trova sostanzialmente impreparata ad affrontare un avversario che oppone a tutte le sue analisi e argomentazioni l’imperturbabile, serafica certezza del macigno: non sono forse importanti, per un docente che debba insegnare a dei ragazzi, la didattica e la pedagogia?

E allora dobbiamo gridare che no, non è affatto così, è piuttosto il contrario. Gridare che per insegnare bene una materia è necessario conoscerla a fondo, e per appassionare i giovani a una disciplina che si insegna loro è necessario averla frequentata a lungo per primi, esserle divenuti familiari ed amici: averla amata; e che per ottenere questo negli anni dell’università ci vuole tempo, e ancora tempo, e maturità e riflessioni di studi e di fatica. Gridare che per far scaturire da un verso di Virgilio la poesia e l’umanità che esso racchiude, e che incanteranno gli allievi di sempre lasciando loro un possesso interiore, non servono didattica e pedagogia, ma cultura, gusto, sensibilità; e che per far brillare di vita una formula di matematica non serve una tecnica speciale, ma ancora cultura, e visione d’insieme e consapevolezza storica, e così per tutto ciò che si insegna; e la cultura il gusto la sensibilità la visione d’insieme la consapevolezza storica non te li insegna un modulo da tot crediti con approfondimenti online, ma il tempo che la tua passione ha dedicato allo studio negli anni giusti, gli anni dell’università. E gridare ancora che il pericolo di avere un docente molto erudito, ma che non sappia rapportarsi con i giovani, non può esser risolto rendendo ignoranti per legge tutti i docenti. E che una scuola italiana colma di Ciceroni troppo eruditi il Riformatore l’ha forse scorta dalla sua altezza culturale, perché chi la frequenta sa che, per un insegnante che magari ha studiato anche troppo, ce ne sono cento a cui avrebbe fatto molto bene passare sui libri qualche anno in più. E, con la voce che resta, gridare che non ci vuole un particolare acume per intuire che, sul lungo periodo, questi futuri docenti dimezzati consegneranno all’università matricole ancora più fragili, ancora più deboli di quanto già avvenga, e che quindi la successiva generazione di docenti sarà ancora più incolta, ancora più scadente… e così via in un ciclo vizioso che accomunerà scuola e università nello stesso declino.

Ma, per gridare sul serio, bisogna compatire per davvero e per davvero patire. La scuola italiana, al di là di qualche prefica stanca, si aspetti illacrimata sepoltura.