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Perché non si può dire ‘attimino’? Su un libro di Giuseppe Antonelli

di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 30 novembre 2014

In realtà si può dire benissimo. E si può dire attimino sia nel senso di ‘un breve arco di tempo’ (dammi solo un attimino) sia nel senso traslato di ‘un poco’ (ci vuole un attimino d’impegno). Si può, ma – almeno nel secondo caso – non è bello. E perché non è bello? Chi decide che cosa è bello e che cosa non lo è, nei fatti di lingua? Ecco: questo (e non ‘si può vs. non si può’) è il modo giusto di porre la questione.

Il fatto è che la lingua non è il codice della strada: nessuno vi multerà se direte ‘basta un attimino di pazienza’, o disfavo invece di disfacevo, o ‘possiamo andare a Roma, piuttosto che a Firenze, piuttosto che a Venezia’; e neppure se direte ‘spero che tutto vadi bene’. Se però usate espressioni del genere in mezzo a persone che hanno studiato o in mezzo a persone che, pur non avendo studiato tanto, sono abituate a una conversazione decente, vi guarderanno con un po’ d’imbarazzo (per voi) e di fastidio, ed è probabile che finiranno per non invitarvi alla prossima cena (in realtà, se dite vadi, come Fantozzi, e non siete un calciatore, nessuno v’inviterà neanche alla prima, di cena: non c’è bisogno di selezione, per selezionare).

Questo perché la lingua ha meno a che fare con la norma che con l’educazione. Dire attimino nel senso di ‘un poco’ è un po’ come mettersi le dita nel naso: non è un delitto, non fa male a nessuno, però vi crea il vuoto attorno. E ci risiamo. Perché?

Perché – per dirla in breve – sono quelle che in retorica si chiamerebbero sineddochi (la parte per il tutto): se dite attimino, o vadi, o vi mettete le dita nel naso, vuol dire che avete visto tanta TV al pomeriggio ma avete letto pochi libri, avete viaggiato poco e male e, soprattutto, vi manca quell’uso del mondo che vi rende delle persone frequentabili. O per dirla ancora più semplicemente: vi fareste cucire una giacca da un sarto che dice vadi e che si scaccola? E vi fareste operare da un chirurgo che si presenta dicendo «Bortoloni Giuseppe, ma mi chiami pure Beppe»? Ecco. Sono spie, e di solito sono spie che dicono la verità (NB: è vero che uno può benissimo decidere di dire attimino o di mettersi le dita nel naso fregandosene di quello che dicono gli altri: ma la verità è che gli zoticoni per scelta sono rari: eroici, anche, ma rari).

Di questo genere sono le osservazioni che Giuseppe Antonelli, uno dei nostri linguisti più intelligenti, ha raccolto nel volumetto Comunque anche Leopardi diceva le parolacce (Mondadori, 12 euro). Il titolo è po’ fuorviante: perché leggendo s’impara, sì, che Leopardi adoperava anche per iscritto parolacce come coglione e fottuto, come facciamo tutti, e parlava delle donne come «queste bestie femminine», come facciamo tutti, ma s’imparano soprattutto cose che riguardano il buon uso della lingua italiana. Niente di rivoluzionario, dato che di bei libri che dicono cose chiare e sensate sull’italiano, che insegnano cosa dire/scrivere o non dire/scrivere non ne mancano: sullo scaffale accanto a me ho per esempio – e consiglio entrambi caldamente – l’eccellente Parlare l’italiano di Edoardo Lombardi Vallauri (Il Mulino), e l’eccellentissimo Si dice o non si dice? di Aldo Gabrielli (questo è davvero uno di quei gioielli che tutti dovrebbero avere in casa: uscito per la prima volta quasi mezzo secolo fa, ristampato l’anno scorso da Hoepli, il libro mette insieme le risposte su questioni di lingua che Gabrielli dava ai lettori «di alcune riviste mondadoriane»). Il libro di Antonelli è più piccolo e più occasionale di quelli (sono per lo più articoli divulgativi rifusi insieme), ma è un bel libro, piacevole da leggere e pieno d’informazioni sull’italiano che parliamo e scriviamo oggi; soprattutto, è questa rarità: un libro quasi euforico sulla nostra lingua, perché non idealizza il passato, non inorridisce di fronte al presente e irride, giustamente, tutte le Teorie sulla Decadenza della Lingua che ci piace formulare per provare il brivido di sentirci in mezzo agli ultimi giorni dell’umanità: mentre l’umanità va avanti, noi no.

Anche la lingua va avanti, anzi va avanti alla velocità della luce perché i parlanti e gli scriventi sono sempre di più, e la comunicazione è istantanea. Il cambiamento è sempre faticoso e fastidioso: vorremmo che le cose che abbiamo imparato restino lì, immobili. Tempo fa ho sentito un collega che si lamentava del fatto che i ragazzini non conoscano più le fiabe dei fratelli Grimm e passino il tempo sui libri di Harry Potter o sui videogiochi. Ma questo è un segno di ricchezza, non di povertà. Se si raccontassero ancora le fiabe dei Grimm vorrebbe dire che negli ultimi due secoli l’immaginazione umana non ha creato niente di nuovo che valga la pena di raccontare. Per fortuna non è così. Allo stesso modo, se una cultura è vitale, la sua lingua evolve, cioè perde alcune caratteristiche e ne acquista altre, ‘dimentica’ alcune parole e ne introduce altre nell’uso. Ecco, dunque, in apertura di libro, le otto ‘tesi’ che Antonelli via via approfondisce parlando tra l’altro di sms, di congiuntivi zoppicanti, di anglismi, di parolacce, di interpunzione malmessa (pp. 18-34):

a) Tutte le lingue sono alla deriva, perché la deriva è la condizione naturale di tutte le lingue vive.

b) Se le lingue cambiano nel tempo, i modelli del passato non possono valere per il presente.

c) Profeti di sventura sul futuro dell’italiano ce ne sono da secoli, ma il futuro li ha sempre smentiti.

d) Un’età dell’oro in cui tutti parlavano (o scrivevano) bene non c’è mai stata.

e) Parole nuove (e straniere) fanno parte da sempre di un continuo e salutare ricambio epidermico.

f) Difendere la purezza di una lingua è assurdo, perché nessuna lingua è mai stata pura.

g) Nella lingua, il confine tra giusto e sbagliato è molto meno netto di quanto si possa immaginare.

h) Usare bene una lingua non significa parlare (o scrivere) come un libro stampato.

Tanto buon senso e tanta moderazione, da parte di un linguista, sono corroboranti (unico appunto: non arriverei a dire, come fa Antonelli contraddicendo il parere di un giornalista ‘conservatore’, che «chi se la prende con “il fantozziano vadi, l’orrendo facci, il terrificante venghi” applica categorie estetiche del tutto fuor di luogo, dato che vadi era già forma leopardiana, facci dantesca, venghi boccacciana»: messa così, ha ragione il giornalista, perché nel primo caso si tratta di errori, nel secondo di forme ammissibili all’epoca di quei tre scrittori, non certo oggi).

Ma allora? Chiudere le scuole e lasciare che tutto vada come deve andare? Al contrario (e torniamo così all’attimino). Così come s’insegnano i fondamenti dell’educazione, bisogna insegnare i fondamenti della lingua, a cominciare dalla grammatica, che ho l’impressione sia ormai piuttosto negletta. Ma bisogna anche dire chiaramente che non tutte le norme che regolavano l’uso linguistico nel passato valgono per l’uso odierno (non è così anche per la buona educazione? Non sarebbe ridicolo adottare, oggi, certi vecchi manierismi da cortigiani?). E soprattutto, come osserva bene Antonelli, bisogna spiegare che a contare sono soprattutto i registri, e cioè che quasi tutto si può dire e quasi tutto si può scrivere – anche le parolacce, anche a me mi – purché si sia ben consapevoli del fatto che non tutto può essere detto sempre e dovunque. Salvo che qui le cose si complicano di nuovo, perché chi fissa i confini, chi dice dove e quando? Io per esempio sono sobbalzato leggendo a p. 50, e non tra virgolette, la parola sfottò. Ma chissà: magari sono io lo schifiltoso, il pedante. È complicato.