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“I giorni e gli anni” di Uwe Johnson

di Claudio Giunta


La casa editrice L’Orma ha pubblicato il terzo volume – e ripubblicato i primi due – del capolavoro di Uwe Johnson (era meclemburghese, si legge uve iónson) «I giorni e gli anni» (traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini) uno dei grandi romanzi del Novecento.

I romanzi di questi ultimi anni danno spesso l’impressione che (1) la vita dello scrittore-protagonista, la sua vita intima, e più le sue traversie sessuali che i suoi pensieri, sia la cosa più interessante del mondo; e che (2) gli esseri umani che stanno fuori del perimetro della vita dello scrittore-protagonista siano dei pezzi di merda.

Così è abbastanza normale che i libri scritti prima di questa età del narcisismo depresso suonino tranquillizzanti, quasi euforici anche se parlano di cose davvero tremende come la guerra, il nazismo, l’occupazione sovietica. I giorni e gli anni di Uwe Johnson è, come giustamente si legge nei riassunti dei lanci di stampa e nelle recensioni, ‘un grande affresco sulla storia tedesca tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta’, e insieme una descrizione della vita americana alla fine degli anni Sessanta vista attraverso gli occhi di due emigranti tedesche, la trentacinquenne Gesine Cresspahl e sua figlia undicenne Marie. Gesine e Marie hanno lasciato la Germania Est e vivono una nuova interessante vita a New York. Gesine lavora in una banca e fa carriera, e qualcosa o molto (e soprattutto il ricordo del padre di Marie, Jakob) la tiene ancora avvinta alla madrepatria; invece, l’unico filo che lega la già americanizzata Marie alla Germania e alla storia familiare sono i racconti della madre. Noi – con lei, Marie – ascoltiamo questi racconti.

I giorni e gli anni è questo: un romanzo storico che è anche un romanzo di costumi contemporanei, o meglio un diario, dato che il racconto si snoda, giorno dopo giorno, tra il 21 agosto 1967 e il 20 agosto 1968, con in sottofondo le notizie del New York Times su quell’anno costipato di eventi (il Vietnam, la Primavera di Praga, l’assassinio di Robert Kennedy) e i commenti ironici/amari di Gesine e della bambina prodigio Marie.

I giorni e gli anni è questo, ma poi bisogna dire che, avendo letto il romanzo da un po’ di tempo, quando uno ci ripensa, ciò che torna alla memoria non sono tanto la storia tedesca o la cronaca americana quanto (è difficile essere più precisi) un’aura di affettuoso interesse, una tenerezza per le esistenze degli altri, anche quando, anzi soprattutto quando queste esistenze si siano consumate nel dolore, e senza dare frutto. Nei Giorni e gli anni ci sono molte pagine memorabili che si potrebbero citare. Per invogliare i lettori ad acquistare le prime tre parti del romanzo, pubblicate adesso dalla piccola casa editrice L’Orma (piccola e davvero encomiabile: perché rischia, coi suoi pochi mezzi, là dove gli editori più grandi non vogliono più rischiare: bellissima cosa, bruttissima cosa), per invogliare i lettori ad acquistare e a leggere, dicevo, ho scelto questa pagina in cui Johnson parla di un personaggio minore, minimo, una delle tante figure di sfondo che appaiono e scompaiono nel racconto-ricordo di Gesine, l’avvocato Avenarius Kollmorgen (I giorni e gli anni 2):

Nel giugno del 1942 al dottor Avenarius Kollmorgen, titolare di uno studio di avvocato a Jerichow, venne in disgusto la vita, per cui vi rinunciò.

Non prima di allora si venne a sapere in città com’erano stati i suoi ultimi anni. Lo studio era definitivamente liquidato dal 1935. Dopo si ebbe ancora modo di vederlo a passeggio nei dintorni della città, ma aveva preferito sentieri sui quali era sicuro da incontri. Chi avesse voluto sentire da lui ancora una volta la domanda se era tutto a posto s’imbatteva in una persona penosamente turbata, impaziente, che non stava ferma un attimo, tutta protesa alla fine della conversazione, e non era neanche più successo che si alzasse sulla punta dei piedi e desse serioso il parere dottorale con un lampo nello sguardo. All’inizio per le passeggiatine salutari sceglieva l’ora prima di pranzo, già nel 1941 era passato al primo pomeriggio, poi l’esercizio era stato posposto via via fino al far del crepuscolo finché non fu interrotto del tutto. In compenso la luce delle sue finestre aveva preso ad illuminare il Mercato sempre più addentro nella notte, e i lenti movimenti delle ombre che vi si stagliavano davano al tutto un’apparenza indaffarata.

Era la propria morte l’affare che Avenarius preparava in queste notti. I libri non stavano allineati nelle scaffalature con la costola in vista, per lo più erano impilati ordinatamente, pronti per essere infilati nelle scatole. Ognuno di essi riportava la data in cui era stato letto per l’ultima volta; mancavano solo due file. Nella sua scrivania trovarono liste con l’inventario di tutte quante le suppellettili di casa, con una colonna per il futuro possessore, regolarmente riempita. La sorella di Geesche Helms, che oramai lavorava da lui da più di dodici anni, si ebbe tutta quanta l’argenteria, e anche qualche mobile. Di quel che non venne regalato il ricavato in denaro fu destinato all’Università di Erlangen, lo stesso per la biblioteca. La biblioteca aveva uno schedario. Gli scritti di carattere personale il dottor Kollmorgen li aveva resi non disponibili; di sé non voleva lasciare altro che il Segreto Avenarius […].

In questo, e nelle formalità impeccabili, ancora si sentiva risuonare la voce del dottor Kollmorgen, adesso non più quel tono saccente che gli era stato congeniale, piuttosto una nota imbronciata, delusa, con anche una punta di disprezzo. Magari invece alla fine non gli era stato più bene che la città gli venisse incontro nel suo desiderio di star solo.