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Viaggio d’istruzione nella Calabria ionica/3

di Claudio Giunta


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Roccelletta, frazione del comune di Borgia, è uno dei siti archeologici più belli d’Italia, ma la nostra visita è memorabile soprattutto perché l’area intorno alle rovine è piena di gelsi, che in maggio fruttificano. Nessuno di noi va veramente matto per i gelsi, ma sono le sei di un giorno soleggiato e ventoso, siamo gli unici visitatori, sullo sfondo ci sono queste stupende colline, e pochi chilometri a est il mare: ci sembra un peccato non approfittarne, non recitare la nostra parte, non arrampicarci sugli alberi come facevamo da bambini.


Conclusione: per fare il percorso tra le rovine, che durerebbe una ventina di minuti, ci mettiamo due ore, intontiti da una semi-indigestione. Ecco la basilica normanna di Santa Maria della Roccella:


Ecco il teatro romano:


E il panorama dalla collina:


«Cosenza Potenza / carne morta in partenza / consacrata alla violenza / senza opporre resistenza». Un quarantenne del nord non riesce a entrare a Cosenza senza canticchiare questo pezzo di Frankie HI-NRG, ma il segreto – ormai ci è chiaro, anzi ci è chiaro da una vita – è passare soltanto nei posti, non fermarsi mai troppo, e un passaggio nel centro storico di Cosenza è delizioso: sembra una cittadina toscana, solo molto più cadente, o meno gentrificata, che è lo stesso. Nel bel Duomo gotico c’è la ragione per cui siamo venuti sin qui, ed è, a guardarla da vicino, una buona ragione.

Dunque. Pare che nel 1271, reduce dall’ottava crociata, il re di Francia Filippo III l’Ardito stesse tornando in patria con la moglie Isabella d’Aragona – 23 anni, quattro figli, un quinto in arrivo – quando, nei pressi di Martirano, Isabella cadde da cavallo e morì. Si chiama uno scultore francese, forse da Napoli, e gli si commissiona il monumento funebre che adesso è conservato appunto nel transetto sinistro del duomo di Cosenza. Commossa dalla composta sobrietà del monumento, Laura si lancia in una lunghissima e, almeno per me, defatigante campagna fotografica. Intero:


Particolari:


Particolari dei particolari (quest’ultimo un po’ perturbante, perché il volto di Isabella, con quegli occhi chiusi e quello zigomo cadente, sembra scolpito avendo come modello una maschera funebre – ipotesi che Laura, Sante e Giuseppe discutono per un quarto d’ora buono, abbastanza scettici, ma che io personalmente decido subito di considerare vera):


A un’ora circa a nord-ovest di Cosenza c’è la deliziosa Altomonte, «antico borgo tutto tortuosi vicoli e scalinate» (Guida rapida d’Italia). Altomonte ha soprattutto due motivi d’interesse: la splendida posizione sul crinale, a guardia delle valli del Fiumicello e del Grondo, e la chiesa tardo-trecentesca di Santa Maria della Consolazione, al cui interno i miei compagni di viaggio esaminano lunghissimamente il monumento funebre di Filippo Sangineto, realizzato da un anonimo scultore napoletano vicino a Tino di Camaino. Facciata della chiesa:


Rosone con pallone incastrato in basso a destra.


Il giacente:


Studiosi all’opera:


Dettagli:


Accanto alla chiesa, nel chiostro, il museo da poco perfettamente ristrutturato contiene molta robaccia ma anche cose molto notevoli come queste sculture, che un tempo facevano parte della decorazione del portale:

Nonché, soprattutto (ed è la ragione principale per cui ci siamo sorbiti duecento chilometri), una tavola lignea raffigurante San Ladislao attribuita a Simone Martini:


A questi due motivi d’interesse principali – panorama e opere d’arte – se ne aggiunge un terzo, un chilometro a valle del paese: il ristorante La Vecchia Palla Rossa, Contrada Vomereto 12/B. Consigliatoci dal barista in piazza (che, pensiamo maligni, farà ai mezzi col ristoratore; e invece non siamo maligni abbastanza perché il barista durante l’estate addirittura lavora nel ristorante La Vecchia Palla Rossa), il ristorante La Vecchia Palla Rossa è, sulle prime, un po’ scoraggiante, perché sta in un palazzetto da geometri e ha degli interni tipo ‘camerone’, coi soffitti grigi bassi, i tendoni di stoffa, la TV sintonizzata sul motomondiale e le alogene accese anche se è l’una e fuori splende il sole. In più, al fondo della sala, ma è come averli nel piatto, un nugolo di altomontesi festeggia una comunione. Ci aspettiamo il peggio e invece – càpita, ogni tanto – arriva il meglio, sotto forma di servizio sollecito e cordiale e, soprattutto, sotto forma di teoria infinita di antipasti casalinghi temibili nel nome prima ancora che nella digestione: la suppizzata, le patate ’mpacchiuse, i mulingiani chini. Ci alziamo da tavola alle tre e mezza, quando quelli della comunione se ne sono già andati da un pezzo, rotoliamo verso la macchina e puntiamo verso Isca Marina. Brevissima sosta a casa e siamo pronti per la cena al Canneto.

Sulla SS 105 Ionica, a un passo da Monasterace Marina, il viaggiatore interessato all’archeologia intravede sulla costa i resti dell’antichissima colonia greca di Kaulon. I primi scavi nell’area li fece un secolo fa quel grand’uomo che fu il roveretano Paolo Orsi (1859-1935), soprintendente della Calabria, senatore del Regno, autore di decine e decine di pubblicazioni scientifiche (arte, storia, archeologia), e tra l’altro di uno splendido libro su Le chiese basiliane della Calabria (ricchissima appendice storica a cura di un altro grand’uomo, Andrea Caffi), un libro che a Sante piacerebbe rifare, fotografando ciò che resta, oggi, delle chiese studiate e fotografate da Orsi a inizio Novecento (e spesso resta poco).

Il viaggiatore interessato può soltanto intravedere gli scavi, perché il sito non è accessibile. Così ripiega sul «Museo dell’antica Kaulonia», lì davanti, museo che è, bisogna dirlo, una cagata postmoderna aperta venticinque anni fa e subito chiusa, e riaperta adesso grazie a un finanziamento per il restauro del museo, nel frattempo invecchiato. Se suona folle è perché lo è.


Ma il museo vale la visita, oltre che per un assaggio di architettura pubblica demenziale, per il bellissimo Mosaico del Drago, ritrovato negli anni Sessanta durante gli scavi di Kaulonia e provvidenzialmente strappato per salvarlo dal mare e dalle piogge.


Che fare di tutto il resto, della città greca che dorme sepolta lì in riva al mare? Lasciarla sepolta. «Il fatto – mi spiegano Sante e Giuseppe – è che in Italia si scava troppo. Troppi scavi che restano lì, senza nemmeno essere protetti dalle intemperie o dai vandali. Bisognerebbe concentrarsi su due-tre progetti realizzabili, progetti cioè che si possono iniziare e finire in un lasso ragionevole di tempo. E ‘finire’ può anche voler dire che, una volta che si è scavato, recuperando il recuperabile, e una volta che si è misurato e fotografato il sito in tutti i modi possibili, lo si ricopre. E quando ci saranno i soldi per un recupero integrale sarà facile riscavare e ripulire. Ma quello che conta non è la scoperta: è la manutenzione di ciò che si è già scoperto. Poche cose fatte bene valgono di più di tante fatte male». I successivi trenta minuti sono occupati da un brainstorming durante il quale tutti e quattro i gitanti si domandano come comunicare al popolo italiano la semplice verità racchiusa in quest’ultima frase. Tatuarla sulla retina dei neonati? Stamparla di traverso allo stellone, sulla carta bollata? Inciderla sull’arco alpino, una lettera ogni cinquanta chilometri, in modo che si veda dallo spazio come la muraglia cinese? Questa sembra a tutti l’ipotesi più sensata.

«Vorrei che questo fosse tutto», dice Fortini alla fine di una poesia in cui ha descritto la meraviglia di una gita in montagna, tra mirtilli e bambini che sorridono. Sottintendendo che questo non è tutto, che c’è tutta una parte di realtà che è il rovescio della placida realtà vista su quei sentieri, che la contraddice, e che fa male. E in Calabria? In Calabria non c’è bisogno di dire che questo – questa miscela perfetta di sole vento cibo arte persone amichevoli – non è tutto: si sa, lo si impara ogni giorno dalla TV, dai giornali. Si arriva in Calabria con un bagaglio così pesante di pregiudizi, tutti negativi, che ogni minimo successo, ogni ingranaggio che mostra di funzionare diventa un miracolo. Come tutti sono cortesi, come si fanno in quattro se uno gli chiede un’indicazione! E che porzioni gigantesche, al ristorante! E il caffè nella bottiglietta, perché non lo vendono anche al nord!?

Sì, abbiamo visto anche noi, abbiamo patito anche noi il resto. Le strade appena costruite e già dissestate. Questo inutilmente colossale palazzo della regione in costruzione nella periferia di Catanzaro (perché in Calabria tutto ciò che è pubblico è doppio, e se c’è un grande palazzo della regione a Reggio ce ne vuole uno grande il doppio a Catanzaro):


E poi l’atroce nonfinito calabrese delle case con i tondini arrugginiti che spuntano dai pilastri in cemento, i centri commerciali, i centri congressi, i centri termali costruiti dalla ’ndrangheta, e tutta la mitologia vera che si portano dietro: «Qui al costruttore hanno fatto trovare il fratello morto in una bara, davanti all’ingresso del supermercato». E la fiumara che di notte ha spazzato via il campeggio, con dentro una dozzina di ragazzini disabili. E gli agrumeti rasi al suolo perché – ci spiega l’agricoltore figlio di agricoltori e nipote di agricoltori – «se mi pagano gli aranci cinque centesimi al chilo io come campo?»: meglio vendere tutto, liquidare tutto, costruire brutte villette a schiera «per i danesi». E poi i maschi ancora troppo aggressivi, le femmine ancora troppo sottomesse, o al contrario, le ragazzine del sabato sera a Soverato troppo pronte a cedere sull’altro fronte, ancora troppo fragili per non imputtanirsi.

Abbiamo visto tutto questo ma abbiamo deciso di non vedere troppo, di non preoccuparci troppo. Sono brutte cose, ma passano, si consumano. Passa e si consuma, nel giro dei millenni, persino la plastica. L’unica cosa eterna, come sapeva il Poeta, è il mare:

Alles ist Ufer. Ewig ruft das Meer
È tutto riva. Eterno chiama il mare.

Proprio così: da Locri a Soverato è tutto riva, e nella nostra gita di fine maggio era quest’immensa, meravigliosa riva deserta:


E tanto – dato anche che ripartiamo domani – ci basta.