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La “Vita Karoli” di Eginardo

di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 10 agosto 2014

Dodici secoli fa, quest’anno, moriva Carlo Magno. Pochi anni dopo (i primi anni Venti del secolo IX secondo alcuni studiosi, la fine degli anni Venti secondo altri), il nobile francone Eginardo ne scrisse la biografia.

Eginardo aveva studiato nel monastero benedettino di Fulda, nel cuore dell’attuale Germania, ma senza prendere gli ordini, dopodiché, attorno al 790, era stato mandato dal suo abate alla corte di Carlo Magno, ed era diventato uno dei suoi consiglieri più fidati. Morto Carlo, continuò a servire il figlio Ludovico nei tempi non facili della successione, fino a quando, sessantenne, non si ritirò nel monastero di Seligenstadt, dove morì nell’840. La sua biografia di Carlo è una delle prime, nel Medioevo, che sia dedicata non a un ecclesiastico ma a un laico, ed è una biografia d’impianto svetoniano, vale a dire che dallo storico latino Svetonio, la cui Vita Augusti era certamente conservata a Fulda, Eginardo ricava la struttura non cronologica ma tematica del suo referto (res gestae in guerra e nella vita civile, costumi, vita privata); e da lui assorbe anche l’interesse, più che per i grandi fatti storici, per le notizie spicciole, per gli aneddoti adatti a definire, per dir così, un carattere piuttosto che un destino: «il mio intento, in quest’opera, è consegnare alla memoria piuttosto il modo in cui visse che le sue imprese militari».

Varcata questa soglia, memorizzate queste poche nozioni, il lettore può immergersi senz’altro nella trentina di pagine del testo, ripubblicato ora con un amplissimo commento da Paolo Chiesa nella collana Per Verba della Fondazione Franceschini. È una lettura avvincente e sorprendente, specie per chi abbia nella memoria il giudizio ingeneroso che di Eginardo diede Auerbach in Lingua letteraria e pubblico (su cui è da vedere ciò che scrive, severo ma equilibratissimo, Francesco Stella in uno dei saggi che accompagnano l’edizione).

È godibilissima, ovviamente, la seconda parte della Vita, quella degli aneddoti sul carattere e i costumi di Carlo: le sue lacrime per la morte degli amici, anche lontani; le troppe mogli e amanti; l’affetto forse un po’ morboso per le figlie, rimaste zitelle («mirum dictu quod nullam earum cuiquam aut suorum aut exterorum nuptum dare voluit»). Ma anche la prima parte ha passaggi memorabili, e alcuni anzi già memorizzati da tutti gli scolari attraverso i riassunti dei manuali di storia e di letteratura. Viene infatti soprattutto da Eginardo l’idea-immagine dei Merovingi come ‘re fannulloni’ manovrati dai prefetti palatini: «Null’altro era lasciato al re che sedere sul trono, accontentandosi della mera dignità regia, con la chioma fluente e la barba lunga». Ed è Eginardo a citare per primo, in un paragrafo emozionante (e tanto più emozionante perché laterale, incidentale nel racconto), il nome di Rolando, poi eternato dalla letteratura: nella battaglia contro i Baschi «vengono uccisi, insieme a molti altri, il siniscalco Eggiardo, il conte palatino Anselmo e il prefetto del confine di Bretagna, Rolando». È lui.

Quanto all’edizione di Chiesa, non c’è che da elogiare e da prendere esempio. Chiesa scrive con quella chiarezza e quell’eleganza che sono la prova non solo di una perfetta padronanza dell’argomento ma anche, in questi tempi di fumisterie pseudo-erudite, di un’idea alta, nobile del proprio ruolo di studioso. Le note combinano un’erudizione mirabile, sia in campo storico sia in campo linguistico (penso per esempio alla nota 149, sull’elefante donato a Carlo, o alla nota 94, sul nome di Rolando, o alla nota 208, sull’incerta lezione lutrinis vel murinis), a un altrettanto mirabile buon senso (Chiesa è cauto nell’interpretazione, e obietta garbatamente alle letture, diciamo, un po’ troppo acute: vedi per esempio le note 22 e 40): mettendole insieme, il lettore finisce per trovarsi di fronte un piccolo, densissimo saggio sulla civiltà altomedievale, ma un saggio sempre cordiale, tanto nella scrittura quanto nell’approccio alla materia (troppo dotto per essere snob, Chiesa non teme di spendere qualche parola anche su cose che sembrano (sembrano) elementari: chi erano esattamente i Normanni? Che differenza c’è tra Mori e Saraceni? Cosa sono gli studi liberali? E gli ordini ecclesiastici?).

Come ho accennato, la Vita Karoli è arricchita dai saggi – diversi ma tutti interessanti, ben calibrati e non decorativi – di altri studiosi, che ne approfondiscono lo stile (Luigi Ricci), la ricezione (Francesco Stella), i rapporti con la storiografia su Carlo (Giuseppe Albertoni) e con la società carolingia (Alessandro Zironi). ‘Sinergia’ e ‘interdisciplinarità’ suonano ormai – data l’usura, data la retorica – come parole vitande, che non si possono pronunciare senza ridere. Ma questo è il caso di un lavoro d’équipe davvero molto opportuno, e davvero molto riuscito. Unico appunto: il saggio di Ileana Pagani sui Gesta Karoli dell’adorabile Notkero il Balbo, il ‘testo parallelo’, anche nella tradizione manoscritta, alla Vita Karoli, è così bello che mette voglia di leggerli, i Gesta Karoli: che però nel libro non ci sono. A suo tempo, la Penguin aveva pubblicato insieme le due biografie, e forse si sarebbe potuta fare la stessa cosa, in modo da dare al lettore la possibilità di ascoltare sia la voce di Eginardo sia quella di Notkero. Così, invece, le belle osservazioni della Pagani restano un po’ sospese. Ma, in attesa di quello che manca, sia lodato intanto quello che c’è.

Eginardo, Vita Karoli, a cura di Paolo Chiesa. Saggi introduttivi di Giuseppe Albertoni, Ileana Pagani, Luigi G. G. Ricci, Francesco Stella, Alessandro Zironi, Firenze, Edizioni del Galluzzo 2014.