Posted on

Chi dovrebbe essere pagato di più, a scuola?

di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 13 luglio 2014

La scuola e l’università italiane sono quei posti in cui si entra in ruolo tardissimo, a quaranta, cinquant’anni (dopo ogni concorso c’è il servizio TV sul tale che vince la cattedra a un giorno dalla pensione), ma una volta entrati in ruolo si è praticamente inamovibili, nel senso che per essere licenziati bisogna perlomeno uccidere, e si è quasi immoti, nel senso che la poca carriera che si fa è legata soprattutto (e a scuola esclusivamente) all’anzianità di servizio. Specie a scuola, dove gli stipendi sono più bassi e il lavoro più stressante, non è davvero una buona strategia per ottenere insegnanti zelanti, coscienziosi e aggiornati. Dopo un po’, vedendo che la virtù non viene premiata e il vizio non viene punito, uno smette di dannarsi l’anima e fa quel che deve fare, niente di più.

Il disegno di legge del governo di cui ha parlato il sottosegretario Reggi in un’intervista a Repubblica si propone di intervenire su questo e altri problemi. “Tutte le ricerche internazionali – ha detto Reggi – concordano sul fatto che gli insegnanti italiani lavorano meno, guadagnano meno e non fanno carriera. Vogliamo ribaltare le tre conclusioni”. Lascio da parte i due primi punti e mi soffermo sul terzo: fare carriera significa insomma ricevere uno stipendio più alto rispetto ad altri colleghi, e senza che questo privilegio sia legato necessariamente all’anzianità. Mi pare una cosa giusta: nella scuola ci sono insegnanti bravissimi e insegnanti pessimi, e non si vede perché i primi non dovrebbero guadagnare più dei secondi, anche molto di più. Se non è solo effetto-annuncio, il fatto che il ministero intenda operare in questo senso è un’ottima notizia. Non è invece una buona notizia quella relativa ai criteri alla luce dei quali dovrebbero essere assegnati questi fondi: “premi stipendiali fino al 30 per cento per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior) o attività specializzate (lingue e informatica)”. Questo è infatti un errore, e non piccolo.

Gli insegnanti vanno valutati (e premiati) per come insegnano, non per quello che fanno al di fuori dell’insegnamento, “in ruoli organizzativi” o in “attività specializzate”. Quello che conta, a scuola, è la scuola: cioè quella normale, difficilissima amministrazione che si fa attraverso le lezioni, le interrogazioni, il dialogo con gli studenti. Un bravo professore di filosofia deve insegnare bene la filosofia: se lo fa, va premiato, perché formerà delle persone colte e intelligenti. Un cattivo professore di filosofia che si impegna “in ruoli organizzativi” o in “attività specializzate” (e mette su, poniamo, un assurdo corso di informatica filosofica, mentre nelle ore di lezione legge il giornale: io al liceo avevo un tipo così) resta un cattivo professore di filosofia, che non formerà delle persone colte e intelligenti (expertus loquor!), e per questa ragione non va premiato.

Questa è logica spicciola, ed è abbastanza sorprendente che al ministero pensino di dare una medaglia (e dei soldi) non a chi fa bene il suo lavoro ma a chi s’impegna a farne (chissà se bene, chissà se basta segnare il proprio nome su una lista) uno diverso. Abbastanza sorprendente, non troppo, per due ragioni. La prima è che questa idea di una scuola che fa soprattutto cose diverse dalla scuola (la settimana bianca, le lezioni di cucina, il corso di computer, il seminario sull’autostima, l’ora di autocoscienza, il sit-in contro Boko Haram), e premia gli aspiranti burocrati anziché i bravi insegnanti, è un’idea molto ben intonata allo spirito dei tempi, tempi in cui – dato che tutto è così complicato, tutto così difficile da far funzionare – sembra esserci bisogno più di bravi gestori della macchina che di persone che insegnino decentemente Galileo o Kant. La seconda ragione è che mentre l’impegno in “ruoli organizzativi” e “attività specializzate” è quantificabile (non, ripeto, qualificabile: uno può lavorare venti ore al giorno come vicepreside o insegnante di russo e fare danni in entrambi i ruoli), e dunque premiabile, decidere se un professore è o non è bravo è molto più difficile, ed è ancora più difficile provarlo.

Ma (primo punto) chi ha a che fare ogni giorno con gli studenti (è un’esperienza che al MIUR molti avranno, o avranno fatto) sa bene quanto sia importante ricevere, negli anni della formazione, delle lezioni ben fatte su Galileo o su Kant, sa anzi che quella è, in sostanza, l’unica cosa che conti veramente. Ognuno di noi è grato almeno ad un insegnante, tra quelli che ha avuto a scuola: e non credo proprio che sia l’insegnante che si era più alacremente impegnato “in ruoli organizzativi” o in “attività specializzate”. Quanto (secondo punto) a come individuare i migliori, se ne può discutere: i risultati dei test Invalsi? Ho molti dubbi. Il giudizio dei dirigenti scolastici? Ne ho ancora, ma un po’ di meno. Ispettori? Non vedo perché no: non è questo appunto il loro ruolo?

Comunque sia, è su questo problema – come valutare e premiare gli insegnanti più bravi a insegnare – che il ministro dovrebbe concentrarsi. Battere altre strade è più facile, ma non va bene.