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@Uber e la legalità

di Paolo Giovine


Kisbo.tumblr.com

Uber è una applicazione che permette di prenotare un auto con autista, conoscendo preventivamente il prezzo della corsa (che viene addebitato sulla carta di credito alla fine del servizio); mediamente più caro di un taxi, mediamente più comodo e rilassante (non c’è trucco, non c’è inganno).

Da tempo i tassisti, in quasi tutto il globo, cercano di frenare la crescita di Uber, opponendo pressapoco le stesse ragioni di legalità: in sintesi, chi conduce un taxi rispetta delle regole che Uber violerebbe, competendo in maniera scorretta; Uber nega la violazione delle leggi e/o contesta l’assenza di un quadro normativo chiaro e non anacronistico, che dia a tutti la possibilità di competere sul libero mercato.

Conosco Uber dai suoi primi giorni, l’idea mi è subito sembrata interessante, una valida alternativa al taxi; alternativa, quindi continuo a prendere taxi quando li trovo facilmente, se c’è Uber o un NCC comodo li uso senza problema.

Quando Uber ha iniziato a crescere, i tassisti si sono arrabbiati, ed è iniziata la contesa (a Milano, Bruxelles, New York etc.); in Italia la “corporazione” dei tassisti è da anni al centro di polemiche, battaglie politiche, lotte di potere. Ostili ad ogni liberalizzazione delle licenze, ad ogni modifica dello status quo; accusati di ogni malefatta, dall’evasione fiscale al controllo di consistenti pacchetti di consenso elettorale (si veda la fibrillazione ad ogni elezione del sindaco di Roma).

La vicenda sta diventando paradigmatica, anche se francamente non si intravedono grandi elementi di novità: chi detiene una posizione di vantaggio la difende, utilizzando norme e tesi convalidate dalla giurisprudenza; chi cerca di insidiare un mercato consolidato, invoca nuove normative o minori vincoli, richiamando la concorrenza, il mercato etc.

La nostra classe politica, mediamente analogica, si schiera spesso preventivamente dalla parte della corporazione al potere: esemplare la mossa preventiva del Consiglio Comunale di Torino, che il 5 settembre 2013 approva una “una mozione presentata dai consiglieri Maurizio Marrone e Paola Ambrogio, che impegna il Sindaco e la Giunta a garantire, richiamandosi alla normativa vigente, la piena applicazione della disciplina dettata per il trasporto privato di persone tutelando Taxi e Noleggi con conducenti, a fronte delle violazioni segnalate e già in atto in altre città. Le violazioni consistono nelle prenotazioni di tali servizi attraverso tablet e smartphone, rese possibili dall’applicazione denominata “Huber”, a seguito della quali, in contrasto con le legge di categoria del 1992, i veicoli non muovono dalle stazioni di rimessa ma attendono le chiamate circolando in città”.

Curioso davvero. Viene presentata una mozione per ribadire che verrà fatta rispettare la legge, e si cita un’azienda privata (anche se con un acca di troppo) che non opera neppure nell’area. Una mozione vagamente tautologica, e blandamente antidemocratica. Ma rivelatrice dell’ansia di perdere consenso, di irritare un gruppo di persone (1507 a Torino e area metropolitana) di cui è evidentemente provata l’efficacia elettorale. Forse perché i tassisti parlano con decine di elettori ogni settimana, forse perché i nostri politici usano molto i taxi, o forse perché nessuno se ne ricorda la ragione ma si è sempre fatto così.

Peraltro, a Torino, nessuno si ricorda bene quando sia stato fatto l’ultimo concorso pubblico per l’assegnazione delle licenze, ed è un peccato; sarebbe utile che qualcuno ricostruisse la storia e la genealogia delle licenze, dalla prima assegnazione ad oggi. Sarebbe una storia interessante, e probabilmente molte cose su cui ragioniamo un po’ a vanvera diventerebbero più chiare.

Io, ad esempio, ho capito che la licenza del taxi si tramanda di padre in figlio; è una licenza pubblica, ma sine die. Però la si può vendere, pagandoci regolari tasse (23%, una specie di autotrattamento di fine rapporto). Ho anche capito che un tassista guadagnava molto bene prima della crisi, e non era particolarmente vessato dai controlli fiscali: la vox populi è che i meno onesti si intascassero oltre 5.000 euro mensili, dichiarandone 1.200.

Vero è che un tassista si guadagna il pane, spesso fa turni infami e con qualche rischio reale, se si fa male deve arrangiarsi, se l’auto si ferma se la ricompra; insomma, tra un consigliere regionale ed un tassista, farei le pulci al primo, che i taxi li prendeva a spese nostre per farsi, troppo frequentemente, gli affari propri.

Però è anche vero che le leggi andrebbero rispettate, e che spetta alla collettività decidere modifiche o deroghe: dato che in democrazia si delegano queste funzioni alla politica, andrebbero evitate le mozioni preventive e si dovrebbe affrontare il tema nel merito e con (più) serietà.

Nulla di nuovo sotto il sole: il fantomatico Ned Ludd nel 1799 distrusse un telaio per protestare contro l’introduzione delle macchine industriali, colpevoli di causare a perdita di molti posti di lavoro ed un generalizzato abbassamento dei salari. La storia dell’uomo è segnata da grandi conflitti tra innovatori e conservatori, il cambiamento determina una trasformazione delle posizioni di potere: per ogni Instagram che sorge c’è una Kodak che tramonta.

Il sistema democratico e politico è spesso determinante nel favorire o contrastare il cambiamento, come ad esempio raccontato, con grande chiarezza in Perché le nazioni falliscono: alcuni sistemi, tendenzialmente i più democratici, favoriscono l’apertura di nuovi mercati e la contemporanea distruzione di modelli economici sorpassati dall’innovazione. Ad esempio, è semplice per tutti immaginare come la posta elettronica abbia inciso sulla rivendita dei francobolli, o come il booking online dei voli abbia modificato gli affari delle agenzie di viaggio.

L’argomento è quello dell’etica del progresso: quando un’innovazione si scontra con le regole, come si decide se vada posto un freno a chi supera i confini esistenti o se quei confini, quelle leggi vadano modificate? Se non siamo parte in causa, propendiamo per decisioni che guardino all’interesse della comunità, che salvaguardino i principi fondamentali accettando, però, di rimettere laicamente in discussione anche prassi consolidate nei decenni.

Perché lo Stato regolamenta il trasporto pubblico? Perché, appunto, il tassista presta un servizio pubblico, non è un libero professionista. Quindi per regolamentare Uber serve decidere se questa impostazione vada mantenuta, e chiedersi, ad esempio, se nel 2014 l’obbligo di soccorso di un tassista (che deve fermarsi se vede una persona colta da malore o in difficoltà) non sia anacronistico (oggi ci sono più telefoni cellulari che cittadini, quando si è scritta la normativa erano ancora pochi); stabilire se possano esserci tre/quattro diverse centrali operative nella stessa area, così da non chiamare mai il taxi più vicino in assoluto ma quello più vicino per il radiotaxi contattato; se le commissioni che stabiliscono in 1507 i taxi necessari a Torino abbiano rivisto i parametri decisionali e li abbiano aggiornati alla luce delle nuove tecnologie disponibili (le cabine telefoniche, per dire, le abbiamo ridotte).

Poi dobbiamo anche chiederci se i 1507 servitori pubblici debbano mantenere il loro privilegio ereditario (anche quello acquisito dal feudatario precedente, perché l’acquisto di una licenza è una transazione privata: la licenza originaria è gratuita).

Dall’altra parte Uber deve sforzarsi di evitare la parte di “Alice nel paese delle meraviglie”: dire che lavora per ridurre l’impatto sull’ambiente o regalare esperienze migliori agli utenti è marketing, ergo non sono argomenti da introdurre in una discussione seria. Uber rivendichi il diritto a fare i soldi conquistandosi gli utenti sul campo, senza raccontarci che i suoi investitori lottano per la pace nel mondo. Tocca a noi, per il tramite degli uomini che paghiamo per fare la sintesi, il compito di confermare o rivedere regole che tutelino gli interessi di tutti, l’incolumità dei passeggeri, la congruità delle tariffe et cetera.

Infine, dobbiamo anche fare i conti in tasca ad Uber e ai tassisti, e capire che cosa ci conviene: fare in modo che tutti lavorino, con regole certe, pagando le tasse e migliorando la qualità del servizio. Non è una battaglia tra digitale e artigiani, tra multinazionali e cooperative locali, tra diritti acquisiti e istanze competitive: qui si tratta di diminuire il rumore, temo creato ad arte, e riflettere su quale progresso favorire.