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La non-chiusura delle non-ambasciate

di Claudio Giunta


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Un giorno qualcuno farà bene i conti e ci dirà quanto ci costa il MAE (ministero degli affari esteri), e per esempio quanto guadagna un neo-assunto appena laureato che ha passato il concorso diplomatico (un concorso che non è più serio né più difficile di tanti altri concorsi della pubblica amministrazione, superati i quali si guadagna un terzo, se va bene), quanto ci costano gli ambasciatori e gli addetti e i segretari e i carabinieri distaccati nelle ambasciate, o quante persone lavorano – per esempio – all’ambasciata presso la Santa Sede e, anche queste, quanto ci costano.

La mia impressione, per quello che ho visto e letto, è che tutto questo ci costi tanto, troppo, così ho accolto con soddisfazione, giorni fa, la notizia che nella spending review si sarebbe agito anche sulle rappresentanze diplomatiche. Dato che si taglia sulle mense scolastiche, mi pare sensato che si tagli anche sugli stipendi delle feluche.

Ma ero stato sedotto dal famoso effetto-annuncio. Qualche giorno fa è uscito il decreto del governo in materia, eccolo:

Soppressione di quattro ambasciate e della rappresentanza permanente presso l’Unesco

Il Consiglio dei Ministri ha deliberato l’approvazione di cinque provvedimenti da emanarsi con decreto del Presidente della Repubblica che recano, in attuazione del decreto-legge n. 95 del 2012 (spending review) e della normativa di settore, la soppressione delle Ambasciate in Tegucigalpa (Honduras), Reykjavik (Islanda), Santo Domingo (Repubblica Dominicana), Nouakchott (Mauritania), nonché la soppressione della Rappresentanza permanente presso l’UNESCO in Parigi.

Da questo che è un documento ufficiale del governo risulta dunque che verranno soppresse “quattro ambasciate”: Tegucigalpa, Reykjavík, Santo Domingo, Nouakchott. Solo che a Nouakchott non c’è un’ambasciata italiana, ma un consolato onorario, e la stessa cosa vale per Reykjavík. Evidentemente la creatività degli uffici stampa ha contagiato anche chi redige i comunicati del governo italiano, che non teme di esagerare, cioè di scrivere il falso (e con successo, dato che tutti i giornali si sono fidati e hanno intitolato serenamente “Il governo taglia quattro ambasciate”).

Io non sono mai stato a Nouakchott, ma sono stato diverse volte a Reykjavík, e ho anche incontrato il console onorario, persona eccellente che – a parte avere il ruolo di console onorario – fa un altro mestiere, e non credo riceva una lira dal contribuente italiano. Sul sito del Sole 24 Ore leggo che a Nouakchott e Reykjavík “era prevista l’istituzione di un’ambasciata che invece, in base all’odierna decisione, non verrà più realizzata”. Ammesso e non concesso che sia così, questo non è un taglio, è un mancato aggravio di spesa, e comunque lo si voglia chiamare si tratta di cifre irrisorie.

Nello stesso articolo leggo però che il ministro Mogherini ha preannunciato “interventi che riguardano anche una revisione del trattamento economico del personale all’estero”. Perifrasi gentile per dire, suppongo, “abbassargli gli stipendi”. Questo, appunto, sarebbe giusto e utile fare, e non solo per risparmiare ma anche per ristabilire, tra i cittadini e tra gli impiegati dello stato, una certa equità. Dato però che il piglio sarà probabilmente lo stesso usato per i tagli alle ambasciate, il “personale all’estero” può dormire tranquillo.