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Su “Personaggi precari” di Vanni Santoni

di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 9 febbraio 2014]

Nella postfazione a Personaggi precari di Vanni Santoni, Raoul Bruni cita un certo numero di libri che sono simili a, o che ricordano un po’ Personaggi precari: «nella letteratura italiana del secolo scorso non mancano esempi illustri di raccolte di micronarrazioni/microromanzi», e cioè Bontempelli (La vita intensa), Manganelli (Centuria), Pontiggia (Vite di uomini non illustri), Campanile (Tragedie di due battute).

Vero, però a me Personaggi precari ha fatto venire in mente soprattutto un bellissimo libretto uscito tre anni fa, Cartoline dai morti di Franco Arminio. Arminio fa parlare i morti, gli fa raccontare il come e il quando della loro morte, un po’ come Dante nella Commedia, ma senza l’angoscia o la consolazione del giudizio finale, perché dopo la morte non c’è niente; anzi, come dice uno dei morti, «Non c’è neanche il niente, almeno così mi pare».

Santoni invece parla dei vivi o li fa parlare. C’è un titolo, che è sempre un nome, Iole Pierpaolo Doretta, e poi ci sono una, tre, cinque, al massimo dieci righe di ‘racconto’. Ho cercato – a parte l’esser tutti vivi – qualche altro denominatore comune che tenga insieme questi brevissimi ritratti, e non l’ho trovato. Ma è proprio questa eterogeneità, che non permette di capire ‘che cosa voglia dire’ o ‘in quale direzione vada’ Santoni, o anche solo perché le due righe su Iole stiano accanto alle due righe su Pierpaolo, a rendere bello e riuscito il libretto. Si legge, e si segna a margine: pochi punti interrogativi (càpita che l’esercizio non riesca), molti punti esclamativi. «Federica. Ma quanto erano buoni, i piedi delle Barbie…?». Fine. Salto. «Antonietta. – Una vita a muovere coca, pure a Mariuccio ti hanno fatto ammazzare, e per cosa? Per farmi fare la tabaccaia a Novara. – E leggi l’insegna, cazzo: bar pasticceria. Pasticceria, maledizione. Bar pasticceria con tabacchi. – La tabaccaia a Novara…!». Fine. Salto. «Cadmo. Calcisticamente parlando, Cadmo Siroli è guizzante, inesauribile, impreciso, incompatibile con Garellaro». Fine. Salto…

Nella vita, Vanni Santoni deve aver incontrato un numero incalcolabile di persone, ma solo per pochi minuti. Potrebbe essere un barista straordinariamente sensibile, o un autista di bus che non ha fatto altro che ascoltare i discorsi dei passeggeri dietro di lui. In generale, l’impressione che queste persone devono avergli fatto non è molto favorevole. Ho detto che tra i ‘personaggi precari’ del libro non c’è un denominatore comune, però per la maggior parte è gente un po’ miserabile: persone che mentono a se stesse e agli altri, recitano, non sono quel che sembrano, cioè sono peggio di quel sembrano; persone che godono delle disgrazie altrui; e un certo numero di fessi (tanto più rallegrano i rari raggi di sole: «Nicola. Nicola dice sempre ‘buonanotte’ prima di chiudere gli occhi. Anche in questa camerata di ostello da dodici letti. – Buonanotte!»).

Sia il libro di Arminio sia quello di Santoni mi sono molto piaciuti anche se vanno un po’ contro alcuni miei Sacri Princìpi, che dicono (1) che la Letteratura non è un carnevale, quindi è meglio non esagerare con le stranezze; (2) che la Letteratura non è sfoggio di intelligenza o di umorismo; e (3) che i libri devono essere dei libri veri, devono raccontare una storia per un congruo numero di pagine, e non essere delle raccolte di aforismi e battutine («stracci di pensiero», così Lukács chiamava gli aforismi di Nietzsche, e non aveva ragione, ma neanche proprio tutti i torti).

Perciò, leggendo, pensavo tra me e me: «l’esistenza umana non è questa roba qui, è una cosa profonda e complessa, che va raccontata in modo profondo e complesso, e non con delle gag di due righe: queste prove di intelligenza sono immorali». Ma avevo torto, non solo perché i Sacri Princìpi hanno senso soltanto se c’è qualcuno che li sfida con intelligenza, ma perché una volta lette d’un fiato tutte le – quante? – circa 400 micro-biografie scritte da Santoni, la cosa che viene in mente è che le esistenze umane saranno anche profonde e complesse (ma tante non lo sono per niente, tante farebbero ammutolire anche Tolstoj), ma certi modi di vita, atteggiamenti, caratteri si fissano meglio con una gag di due righe – se la gag è buona – che con dieci pagine di spiegazione («Giuseppe. Pensa che sarebbe bello avere dei ricordi tipo di battute di pesca in Jugoslavia»). E comunque io con Garellaro, quello calcisticamente incompatibile con Cadmo Siroli, vorrei andare a mangiare la pizza; vorrei parlare con sua madre.

L’unica cosa che non mi piace di Personaggi precari è il titolo. Personaggi fa pensare a una storia di destini incrociati, o agli attori che recitano nella grande comédie humaine che è la vita; invece gli esseri umani messi sulla carta da Santoni (ecco, Esseri umani andava meglio) sono evanescenti come fantasmi, anzi sono i fantasmi che quotidianamente incrociamo per qualche minuto e che dimentichiamo subito di aver incrociato, e loro noi (il libro ha una bella frase di Pascal in esergo; ma ci sarebbe stato bene anche un verso di Sereni: «nulla nessuno in nessun luogo mai»). Quanto a precari, è una di quelle parole che, al di fuori del loro contesto di pertinenza, sono diventate tabù per la troppa usura, una parola che fa supporre un’intenzione politica che nel libro, per fortuna, non c’è.

Infine, segnalo un refuso a p. 58: «Houllebecq» va corretto in «Houellebecq». E nella stessa pagina segnalo l’implicita risposta di Vanni Santoni ai pedanti cacciatori di refusi come me: «Luciano. Di tutti quei personaggioni fastidiosi e pedanti, dotati di un alito mefitico e di una cultura vasta ma inutilizzabile per incapacità di relazionarsi col prossimo, di tutti quei parassiti di facoltà o di salotto che in ogni discorso altrui fanno ineludibilmente caso all’errore impercettibile nella dizione, all’imprecisione formale, e mai al contenuto, Luciano è di gran lunga quello che ridacchia nel modo più animalesco».

Vanni Santoni, Personaggi precari, Voland 2013.