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Let’s Go Digital!

di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 12 gennaio 2014]

Let’s Go Digital! è stato il motto dei ministeri dell’istruzione nell’ultimo decennio: bisognava rassegnarsi, anzi bisognava gioiosamente andare incontro a un mondo fatto non più di libri e quaderni di carta bensì di pc, ipad, tablet: onde pubblici investimenti in computer, corsi di aggiornamento in ‘informatica’ anche per chi insegna ginnastica, lavagne elettroniche; e finanziamenti a qualsiasi progetto, anche il più imbecille, che contenesse la parola «digitale» nel titolo; e obbligo per le case editrici scolastiche di pubblicare manuali e antologie i cui contenuti siano disponibili almeno in parte «in formato digitale», in modo da abbattere i costi (per l’acquirente: per le case editrici i costi semmai salgono).

Una scelta: molto opinabile, ma una scelta. C’è un Nuovo Mondo, là fuori, e bisogna formare dei Nuovi Cittadini. E non c’è novità, buona o cattiva, a cui gli italiani non diano il loro vigoroso assenso: non per meditata convinzione ma per senso d’inferiorità, per insicurezza, per «non perdere il treno» dell’Europa o dell’America, e insomma – con la formula che meglio di tutte definisce il Carattere Nazionale – per non fare brutta figura.

Poi uno legge il decreto Destinazione Italia e si trova spaesato. L’art. 9, «Misure per favorire la diffusione della lettura», prevede infatti detrazioni fiscali per l’acquisto di libri (il 19% su una spesa massima di 1000 euro per gli scolastici + 1000 euro per altre pubblicazioni), ma non di tutti i libri, solo di quelli di carta: per gli e-book niente. La misura non sembra dunque rivolta a «favorire la diffusione della lettura», dato che la lettura si fa ormai sia su carta sia su schermo, bensì, in primo luogo, a «favorire la vendita di una maggior quantità di libri di carta».

In tempi grami per editori e librai è già qualcosa, si dirà. Ma in realtà è qualcosina: un fondo di 50 milioni di euro spalmato (se leggo bene il decreto) su tre anni, che non cambierà la situazione né per gli editori né per i librai, e che garantirà un risparmio assai esiguo (qualche decina di euro) non a chi non compra mai un libro, che continuerà a non comprarne, ma a chi già ne compra. In ogni caso, non si vede perché questo qualcosina debba essere negato ai libri digitali (già gravati da un’IVA cinque volte più alta), coll’effetto di scoraggiare sia quegli editori, anche italiani, che sul digitale stanno lavorando egregiamente da anni, con molte difficoltà dovute a molte ragioni (lettori pigri, ritardo nella literacy digitale degli italiani, concorrenza insostenibile di Amazon Apple Google), sia coloro che lavorano allo sviluppo di nuove tecnologie nel settore: settore che si tratterebbe invece di promuovere tra l’altro perché forma professionalità spendibili anche in àmbiti diversi dall’editoria (salvo appunto, nel medio periodo, consegnarsi mani e piedi legati ad Amazon Apple Google).

Ciò detto, leggendo gli articoli sulla crisi dell’editoria e delle librerie, soprattutto in rete (ottimi quelli di Dino Baldi e di Andrea Libero Carbone su doppiozero.com), mi pare che affiorino orientamenti da ‘mettiamoci una pezza’ (sconti, divieti di sconto, sgravi fiscali, convincere Amazon ad aprire una Srl in Italia) che temo sottovalutino la portata del cambiamento che stiamo vivendo. Dalla rete e dal modo in cui viene gestita dipendono già e sempre più dipenderanno in futuro non solo i nostri acquisti di cose (scarpe, biglietti aerei, assicurazioni) ma anche i nostri consumi culturali (illuminante e un po’ sinistro, su questo, il libro di Brad Stone Vendere tutto. Jeff Bezos e l’era di Amazon tradotto adesso da Hoepli).

Ora, il nostro ritardo nel ripensare la gestione di questi consumi è comprensibile. Le esperienze e gli oggetti che desideriamo non sono cambiati: vogliamo ancora ascoltare musica, vedere film, leggere libri. Ma la tecnica di riproduzione e il modo di circolazione di questi oggetti sono completamente diversi rispetto a com’erano vent’anni fa. Di qui, da questa frizione, la – ripeto – comprensibile difficoltà a governare il mutamento, e la tendenza a concentrarsi su questioni marginali, o ad affrontare le questioni cruciali in maniera affrettata, emergenziale (da vedere, sulla questione della web tax e su altre connesse i post recenti di Wired e di @paologiovine).

Ora, se l’obiettivo è davvero quello di «favorire la diffusione della lettura», cioè concretamente di convincere la gente che leggersi un libro, o anche solo passeggiare tra i libri, è un passatempo migliore che vedere Buona domenica, allora gli sgravi fiscali non servono a niente, e bisogna fare, purtroppo, un giro più lungo. Misure indirette. Dato che i lettori si formano a scuola, servono buone biblioteche scolastiche e, soprattutto, insegnanti che leggano e sappiano guidare le letture dei ragazzi: niente, e non certo la rete, può surrogare questa mediazione, ma – reduce dalle commissioni del TFA per la selezione dei nuovi insegnanti – devo dire che su questo sono molto pessimista.

Misure dirette. Invece di garantire agevolazioni fiscali a chi compra i libri, dovremmo cercare di avvicinare alla lettura quelli che di libri non ne leggono e/o non hanno i soldi per comprarli (molti potenziali acquirenti di libri non aspirano a detrazioni sull’imponibile perché non hanno imponibile). Non l’unico mezzo, ma quello più sensato, sono ancora le biblioteche. La Biblioteca San Giorgio di Pistoia è costata circa dieci milioni di euro. È bella, funzionale, piena di libri e film e spazio per farsi gli affari propri, e non mette soggezione.

Se si vuole che la gente legga, studi e usi in modo intelligente il suo tempo, questo è un investimento saggio: frequentare la biblioteca di quartiere deve diventare ovvio (e da stupidi o – pensando ai giovanissimi – da sfigati non farlo); a questo scopo, le biblioteche di quartiere devono diventare (anche) digitali, trattando come una risorsa, e non come un problema, l’enorme diffusione di tablet e smartphone tra i ragazzi: «si deve utilizzare e modificare la tecnologia, e smettere di considerarla un’area esotica o un amaro calice» (cito da @paologiovine). Questo si sarebbe potuto fare nella progettata nuova biblioteca civica di Torino, o nella BEIC di Milano: ma non si sono trovati i soldi per costruirle.

Un discorso analogo vale le biblioteche di conservazione. Io continuo a firmare appelli in difesa dell’Universitaria di Pisa e della Nazionale di Firenze, perché non vorrei che chiudessero; ma so anche che entrambe queste biblioteche dovrebbero in realtà chiudere per essere ripensate e rifondate in linea con modi di lettura e consultazione dei materiali che non sono più quelli del 1823 o del 1935. Per fare questo, a parte qualche soldo per i lavori, servirebbe capacità decisionale, coordinamento tra enti locali, università e ministero, ma anche e soprattutto una buona conoscenza del mondo digitale per come è oggi e per come potrebbe essere tra altri vent’anni. Questo significa che servono bibliotecari ben preparati e selezionati, e buoni corsi universitari che li aggiornino; e che nel prossimo futuro dovremo cercare di formare – non importa se nei dipartimenti di Informatica o in quelli di Lettere – un certo numero di giovani autenticamente bilingui: che abbiano cioè una certa dimestichezza coi libri, di carta o digitali, ma che sappiano anche come funziona la Macchina, perché si provino a migliorarla.