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È giusto che gli studenti valutino i docenti?

di Marco Villoresi


[In una versione più breve su La Repubblica Firenze, 10 ottobre 2013]

Trasparenza è una parola presente spesso in modo persino ossessivo nel dibattito politico-culturale degli ultimi anni. La valutazione della didattica universitaria da parte degli studenti è prassi consolidata in molti paesi occidentali, ma in Italia è stata presentata come un doveroso omaggio alla trasparenza. Credo si possa aggiungere che, con tale omaggio alla trasparenza, chi politicamente ha voluto l’ultima riforma dell’università ha inteso anche recare fastidio con malcelato piacere ad una casta di intoccabili: il professore è – finalmente! – nudo, colui che abitualmente giudica può essere giudicato.

Non si può reclamare, come per i magistrati, il riconoscimento di una responsabilità penale per chi insegna male filologia greca o fisica teorica, o che comunque non soddisfa lo studente-cliente, secondo la ben nota visione mercatistica; si deve pretendere, però, una sorta di responsabilità morale, che trova la sua eventuale sanzione nella valutazione negativa degli studenti. Il rischio che ciò può comportare è evidente, e, come scrive il mio illustre collega dell’università di Firenze, il professor Givone (La Repubblica, 3 ottobre), le pagelle degli studenti “possono diventare atti di un processo o, peggio, di una gogna pubblica”.

Il rischio c’è, non ci sono dubbi in proposito: è il rischio del giudizio sommario e, magari, mediatizzato in modo ribaldo. Ma aggiungo subito che evitare questo rischio con commenti sdegnosi – sono solo stupide ‘americanate’ – e con una chiusura totale significa accettare e favorire il consolidarsi di un discredito sui docenti universitari che non è solo di immagine. Non dobbiamo certo sottometterci ad uno sciocco principio di prestazione e patirne l’ansia relativa, ma dimostrarci aperti al confronto.

Di conseguenza, dobbiamo pretendere un affinamento intelligente delle valutazioni: ad esempio, un corso con 300 studenti ammassati in un’aula male illuminata e peggio riscaldata non può essere candidamente paragonato ad un corso con 10 studenti in un’aula perfettamente attrezzata. Si può richiedere, inoltre, che la valutazione e le eventuali comparazioni riguardino discipline affini o equipollenti e, soprattutto, che vi sia la possibilità di prendere in esame più corsi, ovvero che le valutazioni tengano presenti almeno 3-5 anni di insegnamento. Dopo di che, però, occorrerà accettare serenamente il giudizio di coloro che abbiamo di fronte e per la cui crescita intellettuale e culturale lavoriamo. D’altra parte, c’è forse una posizione migliore di quella dello studente per valutare, secondo vari e articolati parametri, la didattica?

Credo ci sia bisogno, per chi fa il nostro mestiere, di un soprassalto di consapevolezza e, magari, di umiltà. Nessuno lo ricorda mai, ma il nostro è un mestiere bifronte, le nostre eventuali qualità si misurano su due piani, che non necessariamente si conciliano: da una parte la ricerca, lo studio, la scrittura e la pubblicazione; dall’altra la lezione, la capacità di trasmettere con chiarezza e di stimolare la curiosità nei riguardi della materia insegnata. Due mestieri, appunto. Tanto che in alcune lingue la distinzione è così netta da richiedere due parole diverse. In inglese, ad esempio: teacher/scholar. E, allora, perché tutti possono accedere con facilità alla più o meno ricca produzione scientifica scritta di uno studioso (scholar), mentre una omertosa opacità deve mantenersi intorno alla presenza o alla carenza di abilità di un insegnante (teacher), si tratti di padronanza nel comunicare, di correttezza e disponibilità nell’informare, di attitudine al coinvolgimento?

Ebbene, la risposta non può essere solo quella retoricamente più facile: un saggio o una ricerca godono della valutazione ponderata e oggettiva della comunità scientifica, cosa che non può dirsi – ma ne siamo sicuri, e in che percentuale ne siamo sicuri? – per la valutazione dell’insegnamento da parte dello studente. Forse è giunto il momento di dire che dietro questa risposta c’è altro, c’è un disagio che non si vuole dichiarare e se ne coltiva, anche comprensibilmente, il segreto. Basterà rifarsi ad un’esperienza comune: tutti noi siamo stati studenti universitari, e tutti noi ricordiamo almeno un caso di un prestigioso luminare le cui lezioni erano propedeutiche all’assopimento o ad un’uggia disperante. Trattasi, però, di un dato statistico normale nell’ambito di un mestiere ‘doppiamente difficile’, che richiede competenze e talenti diversificati.

Tuttavia, non può essere questo il ‘segreto’ – un segreto di Pulcinella nel chiacchiericcio su e giù per i corridoi delle università – che ci impedisce di assecondare la richiesta di trasparenza rendendo pubbliche le valutazioni degli studenti. Anche perché non è giusto né utile, oggi più che mai, mantenere cocciutamente quel ‘segreto’, né per delicatezza continuare a coprire quel disagio: par délicatesse j‘ai perdu ma vie, diceva il poeta, e noi docenti rischiamo di perdere, se non la vita, certamente la faccia. Non è giusto né utile perché la capacità di insegnare non è meno importante, per il sistema universitario nel suo complesso, della capacità di fare ricerca.

E allora mi permetto di ricordare a tutti, ma in particolare agli addetti ai lavori, che siamo nelle fasi di espletamento di un concorso di abilitazione nazionale alla docenza (professori associati e professori ordinari): le università italiane avranno la possibilità di scegliere coloro che sono chiamati a trasmettere il sapere delle singole discipline nei prossimi anni, in alcuni casi fortunati, se si ingaggeranno giovani docenti, per i prossimi decenni. Molti di coloro che saranno abilitati tengono da lungo tempo corsi universitari in qualità di professori aggregati, e dunque la loro didattica è stata testata da centinaia di studenti. Ci sembra davvero il momento opportuno per rifiutare uno strumento che, pur nella sua imperfezione e nella sua potenziale ‘antipatia’, consente di valutare l’impatto del docente su coloro che dovranno formarsi e appassionarsi anche, e forse soprattutto, grazie alla qualità e alla pervasività della sua parola?