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Bisogna coltivare il proprio giardino. A proposito di “Rivolta e rassegnazione” di Jean Améry

di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 4 agosto 2013]

Il Festival del fitness di Rimini è una cosa atroce e bella, e il Filosofo dovrebbe proprio andarci, una volta nella vita, per capire che non è più la morte quella per cui bisogna apparecchiarsi, quella che la filosofia deve insegnare a guardare negli occhi senza tremito, ma è l’invecchiamento, e tutto ciò che l’invecchiamento porta con sé: fragilità, impotenza, mobilità ridotta, corruzione della carne eccetera. È questo, sono queste le cose che ci ossessionano, non la morte. Alla morte nessuno pensa veramente, e poi dura un attimo. Invece la vecchiaia può durare ormai anche tre, quattro decenni, mezza vita, e sono questi decenni, non la morte («La vita el fin, / e ’l dì loda la sera»), che definiscono la vita.

A questo sempre più lungo segmento dell’esistenza è dedicato un saggio del 1968 di Jean Améry (1912-1978) che nell’originale tedesco s’intitola Über das Altern. Revolte und Resignation. La traduzione italiana inverte i termini, Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare, non si capisce bene perché. Così come non si capisce bene perché né il curatore né il prefatore ritengano di dire da qualche parte che l’autore di un libro intitolato Sull’invecchiare. Rivolta e rassegnazione (o a rovescio) si è suicidato dieci anni più tardi, all’età di 65 anni. L’informazione pare pertinente.

Il saggio parte lento, in sordina. Améry cede la parola a Proust, poi la riprende per commentare la celebre scena della matinée Guermantes in cui il narratore rivede, devastati dal tempo, i semidei che ha idolatrato durante la sua giovinezza. La vecchiaia, constata Améry con Proust, non ha umiliato soltanto i corpi ma anche gli spiriti: «Il barone di Charlus, arrogante e superbo nel passato, si è trasformato in un tragico re Lear da salotto che con calore si toglie il cappello dinanzi a persone che nei suoi giorni migliori non avrebbe degnato di uno sguardo».

L’accelerazione arriva col secondo capitolo, quando Améry inizia a parlare di sé, del suo invecchiamento (ma aveva 55 anni!) e della sua morte, e di come l’uno e l’altra si rispecchiano nei volti e nelle storie delle persone che appartengono alla sua generazione: le pagine su Sartre senescente osservato da lontano a una conferenza sono forse, fra tante pagine belle, le più belle del libro. Tanto che, dopo, uno scorre con un po’ di delusione e un po’ d’irritazione i paragrafi in cui la visuale si fa più ristretta e, anziché sull’invecchiamento degli esseri umani in generale, Améry si diffonde sull’invecchiamento degli intellettuali come lui. Allora diventa querulo: «L’individuo soggetto a invecchiamento culturale [cioè l’intellettuale] può impegnarsi allo spasimo, non riuscirà mai a essere ‘in’». E perché dovrebbe «impegnarsi allo spasimo» per tener dietro alle mode culturali, se non è uno sciocco? «È molto penoso, per chi è abituato a parlare la lingua di Proust, cercare di apprendere quella di Le Clézio». E chi lo obbliga? Almeno questa saggezza dovrebbe arrivare con gli anni: se non arriva, non è un problema di età, è un problema di intelligenza, e non basterebbe a risolverlo neppure un’eterna giovinezza.

L’ultimo capitolo (Vivere con il morire), per fortuna, mette di nuovo la sordina a questi lamenti, ma adesso la voce – una voce che, pacatamente, constata – è carica di tutta l’amara, disperata saggezza che si è accumulata nel corso dell’argomentazione. Le ultime pagine sono di nuovo, profilandosi anche l’ombra del suicidio, bellissime e strazianti.

I saggi sulla vecchiaia sono un genere letterario che ha duemila anni di storia, un genere letterario che tratta del tema più genericamente, più intimamente umano che c’è: perché dall’inizio dei tempi tutti gli uomini vivono, invecchiano, muoiono. Ma la verità è che né la vita è rimasta la stessa, né le nostre umane aspettative, né il modo in cui se ne parla. Ecco il De senectute, in cui Cicerone spiega ad Attico che la vecchiaia è, semplicemente, un’altra età della vita, e un’età piena di bellezze: le buone letture, la pratica delle virtù, la cura dei campi. Ecco il De contemptu mundi di Innocenzo III, dove s’insegna che la vecchiaia non è importante perché non è importante la vita sulla terra: l’unica cosa che conta è ciò che succede dopo.

C’è ancora qualcuno che è disposto a lasciarsi convincere da questa antica saggezza? Di fatto, a giudicare da quel che scrivono, i moderni hanno perso sia la serenità degli stoici sia, con le parole di Améry, «l’assurda speranza di una vita dopo la morte» che nutrivano i cristiani. D’altro canto, i progressi della medicina e dell’igiene hanno alleviato le pene dei corpi – rendendole spesso croniche – ma hanno aggravato il fardello delle anime, perché hanno finito per far sembrare innaturale, quindi sconcia, quella cosa naturalissima che è il diventare vecchi. Contro l’invecchiamento bisogna lottare, indefinitamente. Ma se non c’è limite possibile alla cura di sé, la cura di sé diventa una prigione: sia per chi sta dentro sia per chi cerca di starne fuori. Lasciarsi andare, arrendersi, accettare il declino, perdere i denti, ingrassare, vestirsi come viene, mangiare quel che capita – lo diceva molto bene qualche anno fa Massimo Fini in Ragazzo – non è più socialmente tollerato.

Ed è poi questo, soprattutto, che ci rende oramai straniere le parole di Cicerone. La nostra età viene vissuta, giudicata, dissimulata in pubblico; ci sono delle convenzioni, delle attese, c’è un decoro da mantenere: e così si finisce per andare in pellegrinaggio a quei santuari del decoro che sono – eccoci di nuovo a Rimini – le palestre, le cliniche. Ma è la corsa del topo, e comincia sempre prima. Perciò la protesta contro l’invecchiamento diventa una protesta contro la vita, contro ciò che la vita sembra togliere senza dare niente in cambio: «Invecchiando non si diventa più belli, né più agili, e nemmeno più intelligenti […]. Chi invecchia diventa brutto: brutto è ciò che si odia. Diventa debole, il che nel linguaggio corrente equivale a esprimere una valutazione di merito, o meglio di demerito».

Améry scriveva nel 1968: cioè prima della vera televisione, che comincia negli anni Settanta, prima di internet, e – sopra e innanzi tutto – prima della vera chirurgia estetica. Un de senectute scritto oggi non potrebbe non tenere conto di queste tre novità, nessuna delle quali veramente propizia a un, diciamo, sereno invecchiamento. Benché ad Améry sia stata risparmiata questa visione del futuro, Rivolta e rassegnazione resta un libro buio, tristissimo: leggerlo è una pena, alleviata soltanto dall’incontro con un’intelligenza e uno stile fuori del comune. Si dirà: è un libro che parla del diventare vecchi e del morire – poteva essere diversamente? Certo che poteva.

Qualche anno prima di morire, John Updike ha scritto per il New Yorker un articolo sui romanzi di Houellebecq. L’articolo finisce con una citazione dalle Particelle elementari. Uno dei protagonisti del libro osserva che la sua desolata visione della vita, una vita segnata dalla «tendenza a confondere la felicità con il coma», non è affatto cinica ma soltanto onesta, incredibilmente onesta «in relazione alle norme correnti dell’umanità». Ma – ribatte Updike – «quanto è davvero onesta una descrizione del mondo che esclude i piaceri dell’essere genitori, i conforti della vita comunitaria, l’esercizio quotidiano della curiosità, e la responsabilità morale di trarre il meglio da tutti gli stadi della vita, l’ultimo incluso?».

Non è ovvio che Updike ha ragione? Ci sono i figli, i nipoti, il lavoro ben fatto, i libri, gli amici, i vecchi film. Solo che è sbagliato metterla sul piano dell’onestà o della disonestà. Perché invecchiando s’impara almeno questo, che quelle che contano non sono le cose ma è il diverso modo in cui ciascuno di noi guarda alle cose, che tutto è soggettivo, anche quei fatti supremamente oggettivi che sono la vecchiaia e la morte; e così accade che vorrebbe non essere mai nato anche chi può contare su tutti gli splendidi conforti elencati da Updike. E allora? Aveva ragione Cicerone, almeno stavolta? «È dunque al carattere di ciascuno, e non alla vecchiaia in se stessa, che bisogna attribuire tutte queste lagnanze». No, neanche stavolta, perché anche il «carattere» uno non se lo sceglie: lo formano i tempi, le occasioni. Bisognerebbe essere come Updike, se Updike era sincero. Non potendo, forse non è così insensato concedere una chance alle risorse dell’antica saggezza: i buoni libri, le buone azioni, la cura dei campi. E dovendo scegliere fra le tre – dati tanti vecchi intellettuali carogne – soprattutto alla terza: un po’ d’orto.