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Il concorso per i docenti: (altre) 5 cose che non vanno

di Daniele Lo Vetere


L’albergo fiorentino è, per una fortunatissima coincidenza, a soli tre isolati dalla scuola dalla quale sono appena uscito. Mi avvio a piedi, a recuperare la valigia per tornarmene a Torino. Camminando, cerco di decidere se mi senta più indignato o più perplesso: a mettere una di fianco all’altra la prova di latino di oggi e quella di italiano, storia e geografia di ieri, è difficile cogliere una ratio sensata. Ne scriverò, il mondo deve sapere… Ma no, già me la sono presa con la prova preselettiva, ora è l’occasione per tacere. Qualche privata geremiade con amici e parenti, poi lasciar cadere la cosa e non pensarci più. Anche perché, se questo concorso dovessi vincerlo, qualcuno potrebbe dire che ho sputato nel piatto in cui mangerò, se invece dovessero escludermi, direbbero che sono mosso semplicemente da risentimento. Insomma, mettiamoci l’anima in pace.

Queste riflessioni occupavano la mia mente il 19 febbraio 2013. A quattro mesi di distanza la voglia di ragionare in pubblico è rinata, perché storture si sono sommate a storture: l’ultima è datata 12 giugno. Come dire, a questo punto perfino gli scrupoli sono superflui: i fatti parlano da sé. Vediamo perciò altre cinque cose che in questo concorso per docenti proprio non vanno.

Uno. Trovare una via equilibrata per valutare decine di migliaia di persone è una faccenda delicata: con un test a risposta multipla è facilissimo cadere nel nozionismo; con un tema ciascun candidato può dimostrare la sua capacità critica e se sa scrivere in un buon italiano, ma sarà difficile garantire uniformità di valutazione su tutto il territorio nazionale, perché non si può standardizzare la correzione e perché un tema può essere sviluppato in molte forme, tutte legittime. Un intelligente compromesso può essere rappresentato dalle cosiddette prove semistrutturate: quesiti di argomento circoscritto, cui rispondere in 10-20 righe, valutati con criteri chiari e prestabiliti. Il ministro Profumo aveva optato proprio per queste. Bene, dopo la discutibile prova preselettiva al computer, si iniziava a fare sul serio. Data questa bella premessa, la disillusione, il giorno dell’esame, è stata ancor più amara.

La prima prova scritta prevedeva una domanda di lingua italiana, una di letteratura, una di storia, una di geografia. Sulla prima, nulla da eccepire: «Esplicitare le principali differenze fra la lingua scritta e quella parlata in vista di specifici percorsi di sviluppo delle abilità linguistico-comunicative». Qualche dubbio metteva invece la seconda: un brano dallo Zibaldone, il cui argomento era, ancora una volta, la lingua italiana, più precisamente considerazioni di dialettologia. Seguiva la richiesta di un’«analisi delle specifiche strutture del testo a livello morfosintattico, lessicale, testuale, nonché un’analisi critico-letteraria». Non sarebbe stato meglio scegliere un tema più schiettamente letterario? Perché replicare in qualche modo la domanda precedente? Non si rischia così di lasciar fuori proprio il sapere che da sempre, a torto o a ragione, rappresenta il nocciolo duro dell’insegnamento dei docenti italiani? Inoltre, se il testo si prestava a un’analisi critico-letteraria, testuale e (solo parzialmente) a quella lessicale, decisamente generica era la richiesta di un’analisi morfosintattica: in quel passo la lingua non era usata con finalità estetiche, come in un racconto o in una poesia. Certo, qualcosa sulla lingua dello Zibaldone si poteva accennare, ma restava comunque irrelato rispetto al resto delle considerazioni, testualmente non cogente. L’impressione è che si sia applicata un’analisi standard a un brano che non vi si prestava. Avessero scelto un mottetto di Montale o un madrigale di Tasso, tutto avrebbe avuto una pertinenza decisamente maggiore.

D’accordo, forse sottilizzo troppo. Tutto ciò non è poi così grave. Ma che dire delle domande di storia e geografia?

Due. «La varietà delle testimonianze storiche è pressoché infinita. Tutto ciò che l’uomo dice o scrive, tutto ciò che costruisce, tutto ciò che sfiora, può e deve fornire informazioni su di lui”. Si commenti questa frase di Bloch a proposito delle fonti e del loro utilizzo in storia»; «perché la Geografia, nella lettura e interpretazione dei fatti che derivano dalle relazioni tra uomo e ambiente, non può fare a meno di prestare grande attenzione alla dimensione temporale, includendo in questa anche il futuro?». Non appena finisce di leggere la traccia, un candidato alla mia sinistra esclama: «Ma che razza di domande sono?». Gli fanno eco in molti. Immagino che, come me, avranno trascorso gli ultimi tre mesi a ripassare la storia universale e la geografia, materie nelle quali noi laureati in lettere ci sentiamo sempre in difetto. Tanto studio per niente. Per fare domande del genere, tanto valeva che ci chiedessero di parlare di un argomento a piacere, perché lo scopo della prova semistrutturata era ampiamente vanificato. Inoltre, proprio perché pochissimi di noi hanno una formazione specifica in storia e geografia, non sarebbe stato meglio verificare il possesso di alcune conoscenze di base? Così si rischiano solo voli pindarici sul nulla, che sarà difficilissimo valutare senza che la valutazione non si presti a infinite contestazioni.

Tre. Confrontata con la generalissima vaghezza della prima prova, la tignosa erudizione pretesa in quella di latino, il giorno dopo, sgomentava ancor di più. Tre domande erano centrate: la traduzione e il commento di cinque versi delle Bucoliche e di un breve estratto del Brutus (insomma, tradurre due tre periodi fuori contesto non è il massimo, ma pazienza), la letteratura cristiana delle origini e Sant’Agostino. Ma poi è arrivata quella domanda: il teatro nell’epoca d’Augusto. Il panico è serpeggiato tra i candidati: «ma esiste un teatro sotto Augusto?». Io, con un po’ di mestiere e un po’ di faccia tosta, tento il vasto affresco sulla politica culturale di Ottaviano, l’invito a occuparsi propagandisticamente di epica e teatro rivolto ai grandi poeti dell’epoca, le loro recusationes, la precoce crisi del genere drammatico a Roma, le recitationes…. Ma sono divagazioni, temo. Per un po’ mi sento uno studente imbecille, di quelli che studiano tutto, ma poi, per superficialità o distrazione, dimenticano quell’unica pagina che li fotterà nell’interrogazione. Tornato a casa, riprendo in mano il manuale: no, non c’è un capitolo né un paragrafo sull’argomento; eppure il volume non ha pagine strappate… Maledizione, neanche del testo su cui hai passato i pomeriggi all’università ti puoi fidare. Ne sfoglio un altro, trovo mezza paginetta. Effettivamente: repliche dei testi classici; esiti artistici mediocri nelle cothurnatae e nelle palliate, tanto che nulla si è conservato; due opere, a detta degli antichi, di gran pregio (una Thyestes di Lucio Vario Rufo e una Medea di Ovidio), comunque perdute anch’esse.

Ora, non che non sia lecito scendere nel dettaglio e verificare che i candidati posseggano conoscenze specialistiche, ma quella domanda, peregrina e quasi proterva, lascia in bocca la sensazione che abbiano voluto fregarti, che ci sia dietro una malizia poco chiara, o che, sapendo che i posti sono appena un pugno e i candidati tanti, abbiano deciso di usare la falce: ma con l’intenzione di selezionare un docente di italiano e latino o un filologo classico?

Quattro. Il 12 giugno l’Ufficio scolastico regionale della Toscana ha diramato una nota: in quella regione è impossibile, quest’estate, fare gli esami orali di tutte le classi di concorso. In Piemonte va meglio, ma solo per la secondaria, perché i (molti) candidati dell’infanzia e della primaria dovranno aspettare anch’essi l’autunno. Vedremo se altre regioni daranno forfait. In Sicilia la situazione è critica. In ogni caso, anche senza un esito così clamoroso, i ritardi e le procrastinazioni sono stati sistematici, fatta eccezione per alcune piccole regioni come il Trentino e la Val d’Aosta.

Che cosa sta succedendo? Il fatto è che la correzione degli scritti procede a rilento. Ma Profumo – peraltro (stra)parlando persino di un secondo concorso da fare in primavera – aveva promesso tempi brevi per questo, che è poi rimasto l’unico: entro la fine dell’anno scolastico tutto si sarebbe concluso, in tempo per immettere in ruolo a luglio (e, se non si fanno le immissioni in ruolo, non si può poi procedere con i trasferimenti e le assegnazioni provvisorie; se non si fanno queste, i precari finiscono per scegliere la cattedra a lezioni ormai iniziate…: pure senza l’ingombro del concorso, è consuetudine di questi ultimi anni di tagli e “riforme” che si accumulino ritardi su ritardi in questi adempimenti). Già ad aprile si era capito che tutto sarebbe slittato all’estate. I funzionari e gli impiegati degli uffici scolastici regionali e provinciali, che vivono ogni anno un luglio e un agosto snervanti, già iniziavano a imprecare fra i denti contro il nuovo carico da novanta di lavoro.

Ma no, i commissari non ce la faranno neanche per l’estate, ora è ufficiale e possiamo leggerlo in questo bell’italiano burocratico: «Si comunica ai candidati ai concorsi di cui sopra per posti di docente nella regione Toscana, che, causa il protrarsi dei lavori di correzione degli elaborati scritti, dovuto a numerose dimissioni dall’incarico di commissario, alla quantità ed alla eterogeneità dei membri delle commissioni stesse, nonché alla ingente quantità procedurale complessiva, nei prossimi mesi di luglio ed agosto non è possibile effettuare prove orali (né prove pratiche)».

Ma sono così scansafatiche questi commissari? E che cosa sono queste dimissioni a raffica, un vile e anarchico boicottaggio? Ecco, non direi.

I commissari d’esame sono insegnanti e non sono stati esonerati dal servizio. Molti ne avevano fatto richiesta, ma il Miur ha precisato che quelle domande andavano ritirate, pena l’esclusione. Purtroppo, poiché il concorso è organizzato su base regionale, il commissario che viene da Grosseto, Verbania o Enna è costretto a mettersi in macchina o a saltare su un treno, macinando chilometri per raggiungere il capoluogo; questo dopo una mattinata a scuola e dividendo il pomeriggio fra quest’onere e i tradizionali impegni di preparazione delle lezioni e di correzione dei compiti. Chi lavora a scuola sa poi che maggio e giugno sono mesi frenetici, con verifiche e interrogazioni che si intrecciano, scrutini, relazioni finali… Chissà, forse avranno riunito le commissioni il sabato e la domenica: non lo si può escludere, visto che il Miur preventivava, circa un mese fa, sessioni di esami orali ad agosto, al posto dei tradizionali sole e mare.

Tanto lavoro sì, ma almeno sarà ben pagato! Macché: 209 € forfettari e 50 centesimi per la correzione di ciascuna prova e l’orale di ciascun candidato. Una collega, che si è dimessa dall’incarico per protestare, ha scritto una lettera ironica all’Ufficio scolastico del Piemonte, proponendo che la prossima volta si usino i gratta e vinci per la selezione degli insegnanti: invece di spendere soldi, lo Stato addirittura ne guadagnerebbe. Insomma, per così pochi posti messi a concorso, tanto varrebbe organizzare un “win for teaching”. Le hanno risposto che comprendono la sua indignazione e che la condividono persino, ma che purtroppo non possono far nulla, essendo solo esecutori delle direttive ministeriali. Concludono però ricordando che il compito di commissario andrebbe affrontato con “spirito di servizio”.

Cinque. Metà dei vincitori del concorso avrebbe dovuto entrare in ruolo il prossimo anno scolastico, l’altra metà nel 2014/15. Ma la riforma Fornero ha prodotto un dimezzamento del numero dei pensionamenti nella scuola e già Profumo aveva dovuto prendere atto che le immissioni si sarebbero concluse in un triennio e non più in un biennio. Con quest’ultimo rinvio tutto slitterà di un anno ancora.

Il rapporto costi-benefici di questo concorso è vantaggioso, visto che parliamo di poco più di 11.000 posti, che saranno diluiti nell’arco di ben 3-4 anni? È degno sfruttare persone che, al di là dell’amore per la causa, avrebbero diritto ad essere retribuite decorosamente per il proprio lavoro e che stanno svolgendo il delicato compito di scegliere nuovi insegnanti? Con che serenità d’animo si può pensare che siano corrette le prove d’esame e con quale affidabilità, se neanche all’interno della stessa commissione si potrà ottenere uniformità di giudizio, visto il ricambio impazzito dei correttori?

Davanti a tutto questo, chi può credere che selezionare bravi insegnanti, valorizzare questo mestiere, dare qualità alla scuola, siano davvero obiettivi prioritari, come proclamava l’ormai ex ministro, avviando questo spettacolo non proprio edificante?