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Chi fa la politica? Dialogo con Riccardo Viriglio sui soldi privati ai partiti

di Claudio Giunta

[www.internazionale.it]

Il Governo ha annunciato di voler abolire il finanziamento pubblico ai partiti:

http://www.governo.it/Governo/ConsiglioMinistri/dettaglio.asp?d=71338

Se ne discute da tempo. Non si discute, invece, della disciplina dei finanziamenti privati, il che è strano perché nella storia repubblicana i finanziamenti privati sono sempre esistiti e perché – secondo le intenzioni dei riformatori – finirebbero per essere l’unica fonte di sostentamento per i partiti. Ne ho parlato con Riccardo Viriglio, che si è occupato di questo argomento apparentemente così poco sexy sulla rivista on line del Mulino. È venuto fuori questo dialogo, che mi pare contenga anche qualche osservazione non peregrina sugli ultimi vent’anni della vita politica italiana (ringrazio anche, per suggerimenti, Fulvio Cortese).

Giunta. Ho fatto qualche sondaggio. Molte persone, anche colte, informate, sanno benissimo che finora i partiti sono stati finanziati con le tasse dei contribuenti; mentre non sanno o sanno meno bene, con molta più approssimazione, che i partiti sono stati finanziati anche con i soldi dei privati. Di questo si parla pochissimo.

Viriglio. Già, come se si trattasse di un peccato. Fino al 1974 in Italia i partiti non si sono finanziati con soldi pubblici, soltanto con soldi di altri, soprattutto privati (di chi e come, lecitamente o illecitamente, sono questioni che – dopo alcune vicende penali – vanno rimesse agli storici). Dopodiché (l. 195/1974) il finanziamento privato è stato meglio regolamentato e affiancato dal finanziamento pubblico, poi in parte abolito dal referendum del 1993, e sostituito con i cosiddetti, generosissimi ‘contributi elettorali’. Oggi vige un sistema misto, pubblico+privato, regolato da una disciplina confusa perché sbriciolata in tante disposizioni contenute in leggi diverse. Allo stato attuale, accertare i dati relativi al finanziamento dei partiti, pubblico e soprattutto privato, è difficile, direi impossibile per il cittadino, anche volenteroso.

Giunta. Sulla questione della trasparenza dei dati vorrei tornare più avanti. Mi pare che quella del finanziamento della politica sia una questione decisiva, perché i partiti politici possono essere più o meno virtuosi nell’uso delle risorse, ma queste risorse sono uno degli strumenti con cui si attua la Costituzione, secondo cui «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49).

Viriglio. È un tema decisivo, soprattutto perché i costi della politica (anzitutto quelli per le elezioni) sono ormai da decenni in costante ascesa in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, il caso più eclatante, per le presidenziali del 2012 l’overall spending di Obama è stato pari a $ 1,107,029,174; quello di Romney pari a $ 1,238,072,571. Ancora maggiore è stata la cifra complessivamente spesa – sempre nel 2012 – per le elezioni al Congresso: $ 3,664,141,430.

Giunta. In Italia siamo lontani da questi primati, mi pare.

Viriglio. Ma anche in Italia non si scherza. Nelle elezioni nazionali 2008 (le ultime per le quali si hanno dati ufficiali) i partiti – esclusi dunque i singoli candidati – hanno affrontato spese ‘riconosciute’ per € 110.127.757 e hanno ricevuto – in ragione di queste spese – € 503.094.380 di fondi pubblici, nella forma dei cosiddetti rimborsi elettorali. Nel quindicennio 1994-2008 le spese riconosciute per elezioni nazionali, regionali, europee sono state pari ad € 579.004.393 e i rimborsi elettorali erogati sono stati pari ad € 2.253.612.233 (qui a pag. 18, i dati della Corte dei Conti).

Giunta. E come mai c’è questa sproporzione tra le spese sostenute dai partiti e i rimborsi pubblici, che ammontano a circa il quadruplo?

Viriglio. Dipende dall’attuale sistema di finanziamento misto, che finora è stato molto generoso per la parte pubblica. Non bisogna però dimenticare che tutte le democrazie europee, compresa quella inglese, prevedono un sistema misto (vedi qui un dossier della Camera). Da tempo, negli Stati Uniti i candidati alle elezioni presidenziali dei due principali partiti rinunciano ai fondi pubblici federali, perché comportano più controlli e restrizioni; questi fondi vengono utilizzati invece dai candidati ‘minori’, per rimediare in qualche modo agli assai minori finanziamenti privati che sono in grado di raccogliere (qui i dati relativi a Jill Stein). D’altronde, in Italia, una qualche forma di finanziamento pubblico si fonda sull’esigenza di assicurare a tutti – in condizioni di eguaglianza – la possibilità di concorrere attraverso i partiti alla determinazione della politica nazionale: è appunto quello che stabiliscono l’art. 49 e l’art. 3 della Costituzione.

Giunta. Dunque, ricapitolando, come si finanzia la politica nelle democrazie?

Viriglio. I finanziamenti possono andare ai partiti o alle persone (candidati o eletti) e sono di due tipi: per le campagne elettorali, per l’attività politica ordinaria. Questa distinzione corrisponde a una definizione minima di partito: un’organizzazione che seleziona e sostiene i candidati alle elezioni, ed elabora una linea politica comune. A sua volta, il finanziamento pubblico può essere inteso come rimborso di spese sostenute dal partito per le elezioni oppure come contributo all’attività del partito, che a sua volta può essere un contributo diretto (erogazione di denaro) o un contributo indiretto (benefici fiscali, contributi ad attività collaterali e integrate – i giornali – o ancora fornitura di beni o servizi). Il finanziamento privato, invece, è solitamente un’erogazione liberale, che ha un valore economico traducibile in denaro; può consistere cioè non solo in soldi, ma anche in beni o servizi. E poi ci sono le garanzie (ad esempio le fideiussioni) prestate da un terzo in favore di un partito o di un politico, con la precisazione che il garante può anche decidere di non far pagare (o far pagare meno) il costo della garanzia al garantito. Spesso, in cambio dell’erogazione liberale, lo Stato garantisce al donante alcuni benefici come deduzioni o esenzioni fiscali, che a loro volta ricadono indirettamente sull’Erario. Vale a dire che, se la donazione è in parte o per intero deducibile, ciò comporta un minor introito fiscale.

Giunta. Tutto questo anche in Italia, se non sbaglio, fino al 2012, quando il Governo Monti ha ritoccato la normativa.

Viriglio. Sì, all’incirca era così, salvo che non erano previsti contributi pubblici diretti; in questo dossier della Camera vengono descritte le innovazioni dell’ultima legge n. 96/2012. Questa legge ha ridotto gli stanziamenti pubblici ai partiti, ma al contempo ha confermato i cosiddetti rimborsi elettorali, ha re-introdotto i contributi pubblici per le attività istituzionali dei partiti, ha introdotto ex novo un contributo pubblico proporzionale alle quote associative raccolte e ai finanziamenti privati ricevuti. Per questi ultimi è stata aumentata in alcuni casi la detrazione d’imposta (dal 19% al 24%, poi 26%), ed è stato abbassato il limite massimo di importo detraibile. Si sono previsti limiti di spesa anche alle campagne per le elezioni comunali ed europee. Ma credo che nel 2012 si sia persa un’occasione per rimediare a un grave problema della legislazione vigente.

Giunta. Quale?

Viriglio. Il deficit di conoscenza dei finanziamenti o contributi privati. Limitiamoci alle sole campagne per l’elezione a Camera e Senato. Oggi la legge non permette ai cittadini di sapere (in internet e in open data, da un’unica fonte pubblica) chi abbia finanziato un partito o un candidato, e con quanto lo abbia finanziato: né prima né durante né dopo la campagna elettorale. E questo nonostante esistano obblighi di pubblicità, e precisamente tre:

1. Per accedere ai rimborsi elettorali pubblici (art. 12, l. 515/1993), i partiti devono presentare a Camera e Senato i consuntivi della campagna elettorale (fonti di finanziamento proprie e da privati; spese sostenute). Questi consuntivi non sono pubblicati in internet. Vengono controllati dalla Corte dei Conti, con un atto – questo sì – pubblicato in internet, il quale però riporta solo i totali: ad esempio, per le elezioni 2008 risultano finanziamenti propri e da privati per il Popolo della Libertà di € 52.673.186 (pag. 70), per il PD di € 19.787.787 (pag. 126).

2. Ogni candidato deve invece presentare un analogo consuntivo personale a Camera o Senato, nonché al Collegio regionale di garanzia elettorale per un controllo di regolarità (artt. 7-14, l. 515/1993). Questi consuntivi personali devono contenere le dichiarazioni congiunte (erogante e ricevente) circa i finanziamenti o contributi da privati (art. 2, l. 441/1982). Tuttavia, i consuntivi e gli atti di controllo non vengono pubblicati in rete (vedi ad esempio i Collegi piemontese e laziale); le dichiarazioni devono essere pubblicate su bollettino cartaceo della rispettiva Camera (art. 9, l. 441/1982) e possono essere pubblicate in rete, ma a discrezione dei singoli deputati.

3. Ulteriori dichiarazioni congiunte devono essere rese alla Camera (fra gli altri) da parlamentari, gruppi, partiti, quand’anche il finanziamento o contributo privato non venga erogato per una campagna elettorale (art. 4, l. 659/1981); ma neppure queste dichiarazioni sono accessibili in rete.

Giunta. Perciò, se capisco bene, l’opinione pubblica non ha veramente modo di farsi un’idea sulla provenienza ed entità dei finanziamenti o contributi privati. E la trasparenza non è un obbligo ma una scelta demandata a ciascun partito o candidato.

Viriglio. Esatto. Se la trasparenza sui finanziamenti o contributi privati dipende dal buon cuore dei singoli, diventa materia di scontro, come dimostra la recente polemica nata in seguito al raffronto fra i dati diffusi da Matteo Renzi per le primarie del centro-sinistra e quelli diffusi dal Movimento 5 Stelle per le elezioni politiche, cioè per competizioni elettorali molto diverse. Chi è stato più trasparente? Mancando una norma uguale per tutti, è impossibile dirlo. Di recente la stampa ha dato notizia delle dichiarazioni congiunte della l. 659/1981 (periodo: 1.12.2012-30.04.2013), con dati complessivi molto rilevanti (circa € 40.000.000 di finanziamenti privati). Perché questi dati devono essere oggetto di una ‘scoperta’ giornalistica (che può avere luogo o no) e non invece un patrimonio comune di conoscenza, che poi l’opinione pubblica e la stampa possono valutare e commentare?

Giunta. Oltre a quelli relativi alle campagne elettorali, i partiti hanno altri obblighi di pubblicità?

Viriglio. Sì, esiste un ulteriore adempimento, i rendiconti annuali delle forze politiche (art. 8, l. 2/1997). Sinora questi rendiconti – redatti da ciascuna forza politica a suo modo (il che è di per sé un problema) – sono stati pubblicati a cura della Camera sulla Gazzetta Ufficiale in tomi di migliaia di pagine (quello sui rendiconti 2011 è di 2064 pagine), in formato cartaceo e con costi rilevanti (costo del tomo 2011: € 129). Solo dal primo gennaio 2013 questi rendiconti sono reperibili gratis sul sito della Gazzetta Ufficiale (qui il pdf di quello 2011). La l. 96/2012 – meritoriamente – ha previsto che d’ora in poi questi rendiconti dovranno essere pubblicati open data in Internet, indicando anche l’identità di chi dona, indipendentemente dall’importo (art. 9, l. 96/2012). Non è però chiaro se debba essere indicato anche chi dona per un’elezione, o le donazioni di beni e servizi; comunque l’intero meccanismo inizierà dal 2014 ed ex post, dopo il controllo di un nuovo organo, di cui finora si sanno solo il lungo nome e la composizione.

Giunta. Mi sembra un primo passo verso una trasparenza, diciamo, normata.

Viriglio. Si, un primo passo, ma l’ironia è che la mancata o l’irregolare presentazione o pubblicazione in internet di questi rendiconti comporterà solo riduzioni dei finanziamenti pubblici, ai quali però alcune forze politiche già rinunciano (ad esempio il M5S, i Radicali): quindi queste ultime potrebbero benissimo non diffondere i loro dati, o diffonderli come meglio credono.

Giunta. Immagino che non sia semplice organizzare una piattaforma digitale in cui convogliare questi dati per poi renderli pubblici in open data.

Viriglio. È tecnicamente difficile, ma in altri Paesi si è provato, con buoni risultati. Ad esempio, per gli Stati Uniti esiste anzitutto il sito open data della Federal Electoral Commission (un’autorità indipendente), cui s’affiancano analoghi siti di organizzazioni private, come quello del The Center for Responsive Politics. Si discute se le istituzioni e le forze politiche americane abbiano raggiunto un adeguato livello di trasparenza, proprio perché sono molti i modi in cui si può intendere e attuare il trattamento e la gestione di questi dati (vedi ad esempio il lavoro della Sunlight Foundation o di Pro Publica). Tutti questi siti, però, sono impressionanti per completezza e facilità d’uso, e soprattutto dimostrano che negli USA il problema è da tempo all’ordine del giorno. In Europa, meno evoluti ma molto interessanti sono i siti della Commission nationale des comptes de campagne et des financements politiques per la Francia e quello del Bundestag per la Germania. D’altronde, anche organizzazioni private, che monitorano molto attentamente l’attività politica in Italia, non si occupano – salvo errore – di finanziamenti privati (vedi ad esempio openpolis.it). Il che è un’ulteriore conferma dell’estrema difficoltà di reperire i dati da fonte pubblica e anche di un certo disinteresse per il tema.

Giunta. Dunque occorrono dati trasparenti e fruibili. Continua a non essermi ben chiaro, però, perché non lo si sia fatto sinora, cioè perché non si siano resi disponibili i dati in rete e in open data.

Viriglio. La legge non autorizzava espressamente Camera e Senato – dove finora sono confluiti i dati – a divulgarli in open data sulla base delle fonti citate (consuntivi elettorali, dichiarazioni congiunte, rendiconti annuali). Forse però anche con la legislazione vigente Camera e Senato avrebbero potuto iniziare una qualche forma di pubblicazione in rete (ad esempio le cifre in valore assoluto delle donazioni o le tipologie di donatori).

Giunta. Non sarebbe stato uno scandalo, tenuto anche conto che Camera e Senato fin dagli anni Novanta hanno intuito le potenzialità della rete organizzando ottimi siti.

Viriglio. Sì. Voglio dire: se è bene che una legge disciplini il fenomeno, occorre anche guardarsi da quella «malattia inguaribile» che è – secondo Marx – il «cretinismo parlamentare», il quale «relega quelli che ne sono colpiti in un mondo immaginario e toglie loro ogni senso, ogni ricordo, ogni comprensione del rozzo mondo esteriore», sicché costoro finiscono per scambiare il mondo immaginario del Parlamento, cioè quello delle norme, con il mondo materiale esterno che vorrebbero cambiare – appunto – solo con le norme (Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, §§ V-VI). D’altronde, il vero problema politico – se si volesse facilitare la conoscenza in rete dei dati – sarebbe stabilire chi deve gestire i dati (il Parlamento, il Governo, un’autorità indipendente, un organo giurisdizionale) e come, nonché le forme di controllo. Il controllo infatti può essere di pura testimonianza (comunque utile, se fatto bene e reso pubblico), oppure preordinato anche a irrogare eventuali sanzioni.

Giunta. Ma si può immaginare un controllo ‘pubblico’ là dove si spendano solo risorse ‘private’?

Viriglio. Sì, se ammettiamo che non è irrilevante – sotto un profilo di etica pubblica – il fatto che denaro proveniente da privati venga usato per sostenere una decisione pubblica, un candidato, un partito (o anche per contrastarli: il fenomeno è molto diffuso negli USA, vedi ad esempio qui per la lobby delle armi). Simili spese, infatti, indirettamente incidono sugli altri, che a loro volta potrebbero aver interesse a conoscere e magari contrastare queste spese con tutti gli strumenti offerti da un ordinamento democratico (il voto, la mobilitazione, l’attività politica, altre donazioni, eccetera).

Giunta. Esiste però anche un problema di privacy.

Viriglio. Esiste, ma finora le esigenze di riservatezza hanno prevalso senz’altro su quelle di trasparenza e di accesso all’informazione (da parte degli elettori e della stampa), mentre le une e le altre dovrebbero essere per lo meno bilanciate meglio. Talvolta s’invoca la privacy sostenendo che l’aspirante donatore, sapendo che chiunque potrebbe facilmente sapere della sua donazione, sarebbe indotto a non donare per evitare ritorsioni; quindi risulterebbero limitati l’azione e i diritti costituzionali ‘politici’ dell’uno e anche dell’altro (cioè il possibile beneficiario). Ma a me pare un argomento tutto da dimostrare.

Giunta. Arriviamo così al merito delle scelte sui finanziamenti privati, perché le regole influirebbero anche sul modo in cui i dati verrebbero resi pubblici in rete. Come prima cosa, trovo strano che oggi, se non sbaglio, la legge non fissi un tetto massimo per i finanziamenti privati.

Viriglio. Assieme al deficit di conoscenza, questo è il secondo problema cruciale. In effetti, oggi non esistono limiti massimi ai finanziamenti o contributi privati (ad esempio, distinti per tipologia di finanziatore, oppure in base alla fonte, come il patrimonio personale o familiare). Quindi ognuno può dare quanto vuole e ciò che vuole (anche in forma di beni o servizi), salvi gli obblighi di dichiarazione, pena l’illiceità del finanziamento. Altra questione pone il trattamento fiscale delle donazioni in denaro, che oggi sono in parte detraibili secondo percentuali ed entro limiti massimi variabili (artt. 15 e 78, d.p.r. 917/1986). Come abbiamo detto, la definizione di queste percentuali e limiti non è irrilevante, perché comporta comunque una rinuncia (maggiore o minore) a entrate per l’Erario. I limiti soggettivi infine sono blandi, perché, se le amministrazioni e le società pubbliche non possono finanziare o contribuire, ogni altra società può farlo con decisione dell’organo competente iscritta a bilancio (art. 7, l. 195/1974), mentre i singoli possono farlo senz’altro.

Giunta. Circolano oggi in Italia alcune proposte, come quella della Fondazione Nuovo Millennio per una nuova Italia, elaborata da Pellegrino Capaldo, che riconfigura il finanziamento pubblico: anziché contributi diretti, lo Stato riconoscerebbe ai cittadini italiani che donano un credito d’imposta pari al 95% del contributo versato, con un limite massimo di euro 2.000. Quindi la proposta – come dicono i promotori – «porta in capo ai cittadini la scelta di finanziare i partiti, anche se ne lascia in gran parte l’onere a carico dello Stato».

Viriglio. L’iniziativa è interessante, e ha messo capo a una proposta di legge di iniziativa popolare firmata da più di 400.000 persone. Tuttavia, questa e altre proposte recenti (qui una del PD) non affrontano la questione della diffusione dei dati in rete; inoltre – mi pare che i promotori non lo dicano – mantengono le norme vigenti per quanto riguarda i finanziamenti o contributi privati (nessun limite quantitativo; limiti soggettivi blandi). Certo, non sarebbero più incentivate fiscalmente le donazioni private oltre i 2.000 euro: ma si può davvero credere che per questo le grandi donazioni e i grandi donatori sparirebbero? Ne dubito. È una proposta che asseconda un fenomeno affermatosi con Obama nelle elezioni 2008 e 2012 (piccole contribuzioni, raccolte soprattutto on line), che poi è la versione digitale della vecchia colletta fra i simpatizzanti. L’intento comunque è lodevole, perché anche la raccolta delle piccole donazioni può essere una buona occasione in mano ai partiti per tornare a discutere con le persone.

Giunta. Il Governo Letta vorrebbe anche assicurare trasparenza e democraticità del funzionamento dei partiti.

Viriglio. Da tempo circola in Italia l’idea – condivisibile – di affiancare la riforma dei finanziamenti a una disciplina legislativa dei partiti, che sinora si sono atteggiati come ‘semplici’ associazioni. Mi pare però che la vera novità stia nell’annuncio del Governo (qui) di voler disciplinare anche «l’attività delle lobby e della rappresentanza degli interessi economici», un’altra questione cruciale di cui in Italia si parla troppo poco. Vedremo cosa verrà elaborato, perché le opzioni sono davvero molte.

Giunta. Arriviamo così alla proposta sui finanziamenti approvata il 31 maggio in Consiglio dei Ministri, da cui siamo partiti.

Viriglio. Discutiamo il testo ancora ufficioso solo nella prospettiva finora seguita (conoscenza dei dati; tetti alle donazioni). Nulla si dice, nel testo, circa la pubblicazione in rete dei finanziamenti privati per le campagne elettorali (in particolare, prima e durante il corso delle campagne); quanto a questi, quindi, il sistema resterebbe opaco. Si conferma (nessuna novità, dunque) la scelta della l. 96/2012 di pubblicare i rendiconti annuali in open data sui siti dei partiti e del Parlamento. L’intervento economico pubblico cambia, da ‘diretto’ a ‘indiretto’, perché si aboliscono i finanziamenti pubblici e si prevedono: (1) detrazioni fiscali per donazioni fino a € 20.000 da parte delle persone fisiche e fino a € 100.000 da parte delle società (così rimodulando le detrazioni già esistenti: artt. 15 e 78, d.p.r. 917/1986), (2) destinazioni del 2×1000 della propria imposta sul reddito da parte dei contribuenti (vera novità). In entrambi i casi lo Stato rinuncerebbe ai corrispondenti introiti fiscali. Soprattutto, però, non si introducono tetti massimi alle donazioni. Dunque, ancora una volta: continueranno ad esistere ed essere lecite le grandi donazioni e i grandi donatori (persone fisiche e giuridiche, cioè le imprese).

Giunta. Hai parlato di grandi donatori. Quindi temo che il discorso non possa che cadere, in conclusione, su Silvio Berlusconi, che da circa vent’anni finanzia direttamente o indirettamente il partito di cui è leader, dando (come mi è capitato di scrivere) buona prova di come una singola persona fisica possa influenzare la vita democratica, destinando «ciò che vuole a chi vuole».

Viriglio. Questo – che abbia finanziato il suo partito – lo dici tu. Per quanto ho detto finora, se è vero o no lo potremmo stabilire con qualche certezza solo dopo estenuanti ricerche d’archivio. Vorrei invece per un attimo spostare la prospettiva.

Giunta. Spostala.

Viriglio. Ci provo. Dal 1993 si sostiene che Berlusconi rappresenti un concentrato di potere politico, economico, culturale. L’osservazione è stata fatta in senso critico da chi ritiene che questa concentrazione sia inedita (tutte le democrazie occidentali conoscono intrecci fra i tre poteri; nessun’altra un intreccio di simili dimensioni in una persona sola) e negativa per il buon funzionamento della nostra democrazia costituzionale (per ragioni che ora non importa chiarire). Si è poi sostenuto che proprio il potere culturale (cioè il controllo di molti e potenti mezzi di comunicazione, che sono al contempo fonte di potere economico) lo abbia favorito ingiustamente. Perciò si è proposto di applicare una norma del 1957 sull’ineleggibilità (art. 10, d.p.r. 361/1957), escludendo così Berlusconi ex post, cioè dopo il voto, a mo’ di sanzione; oppure si è proposto di varare una nuova legge sul cosiddetto conflitto d’interessi.

Giunta. Due proposte cadute nel vuoto, mi pare (e tutt’altro che risolutive: Berlusconi può benissimo fare politica e stravincere anche stando fuori del Parlamento).

Viriglio. Questo perché dall’altra parte è stato facile ribattere che: (1) il potere culturale di Berlusconi non ha avuto una reale, dimostrabile influenza sulla conquista e sulla conservazione del suo potere politico; (2) l’applicazione della norma sull’ineleggibilità sarebbe un tradimento della volontà popolare, e (3) la legge sul conflitto di interessi sarebbe una sorta di espropriazione. Oppure – più semplicemente – ci si è disinteressati del problema ritenendolo irrilevante. Il dibattito pubblico si è quindi cristallizzato nella seguente posizione, che a ben vedere accomuna sia i detrattori sia i sostenitori di Berlusconi, esemplificata da una recente dichiarazione di Mario Monti, davvero centrista: (1) dato che non lo ha mai fatto in passato, non sarebbe né ragionevole né credibile che oggi il Parlamento voti l’ineleggibilità e dunque la decadenza di Berlusconi; (2) occorre però una seria legge sul conflitto di interessi. Sennonché proprio nella ‘serietà’ di questa legge sta il nocciolo del problema: e nella possibilità che una legge davvero ‘seria’ raccolga il consenso della maggioranza delle forze politiche.

Giunta. Col che però andiamo un po’ fuori tema: non ne discuteremo qui.

Viriglio. No. Qui invece meriterebbe forse ancora chiedersi se e come il potere economico nella sua accezione più brutale (i soldi) abbia influito sulla carriera politica di Berlusconi. Ora, dato che i dati ufficiali sono molto difficili da reperire, ci si deve accontentare di indiscrezioni di stampa, che ancora di recente accennano a fideiussioni, iniezioni di denaro (o rifiuti di iniezioni di denaro) per molti milioni di euro da parte di Berlusconi in favore del suo partito (suo in molti sensi), sino a dichiarazioni pubbliche davvero notevoli: «Io vengo da un partito che non ha mai avuto bisogno di trucchi sui soldi perché ci sono le fideiussioni di Berlusconi e non abbiamo bisogno dei finanziamenti privati» (Angelo Alfano, qui e – per la precisione – anche qui, circa dal minuto 18.40). Quindi la domanda cruciale diventa questa: la fortuna politica di Berlusconi sarebbe stata la stessa, se in questi vent’anni si fosse assicurata maggiore trasparenza ai finanziamenti e contributi privati e – soprattutto – se si fossero posti limiti quantitativi?

Giunta. Difficile dire. Certo è che il problema si pone a maggior ragione se il donante è lui stesso un politico e vuole erogare il finanziamento o contributo con il proprio patrimonio personale, o attraverso società di cui ha – direttamente o indirettamente – il controllo azionario.

Viriglio. Ecco, appunto. Si sarebbe trattato non di togliere qualcosa a Berlusconi (l’elezione, o le sue imprese, come si sostiene), ma di porre almeno un limite – nient’affatto irragionevole o punitivo – alla sua azione, tenuto anche conto che in questi vent’anni il contributo pubblico ai partiti è stato generoso, e che i partiti di Berlusconi – a causa dei successi elettorali – ne hanno beneficiato più di altri. D’altra parte, la necessità di un tetto alle donazioni vale anche per il futuro e per soggetti diversi da Berlusconi. Ci sono ancora parecchi miliardari, là fuori.