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Sulla riforma del dottorato

di Claudio Giunta


[www.roars.it]

Il dottorato di ricerca, per com’è adesso, non va bene.

«E allora?», si dirà. Il dottorato di ricerca riguarda un numero molto esiguo di giovani italiane e italiani: una faccenda interna all’università, come la questione dei crediti o delle propedeuticità. Ben altri problemi ha l’istruzione in Italia.

Vero: ben altri problemi ha l’istruzione in Italia. Ma il dottorato, per quanto esiguo sia il numero delle persone coinvolte, è in realtà uno dei problemi più gravi, perché al dottorato si preparano – oltre ai ricercatori, agli scienziati e ai professionisti degli ambiti più vari – tutti i futuri docenti universitari, i quali a loro volta prepareranno i futuri insegnanti della scuola primaria e secondaria. Per questo il problema di pochi è in realtà il problema di tutti; e per questo nelle nazioni avanzate l’investimento in questo settore dell’istruzione è massimo.

Il dottorato di ricerca, per come è adesso, non va bene e va riformato. Ma nel progetto di riforma contenuto nel decreto del MIUR 8.2.2013 n. 45 (G.U. del 6.5.2013), probabilmente l’ultimo firmato dal ministro Profumo, non tutto va nella giusta direzione. Giusto è il proposito di ridurre il numero dei dottorati, per evitare che crescano come funghi anche in sedi universitarie che non hanno i mezzi per gestirli (denaro, personale docente); giusto lo stimolo all’internazionalizzazione e al coinvolgimento di enti di ricerca diversi dall’università.

Ma ridurre il numero delle sedi di dottorato non dovrebbe voler dire ridurre anche la loro varietà, ovvero: semplificare si può se la semplificazione investe l’articolazione delle strutture, non se investe la qualità dell’offerta formativa. Ma è a questa seconda semplificazione che incoraggia, anzi che obbliga, il decreto in questione. Il decreto asseconda infatti la tendenza in atto da alcuni anni a questa parte a costituire scuole di dottorato d’ateneo che, sotto titolature di necessità molto generiche (poniamo: «Studi linguistici e letterari»), tengono insieme studiosi di discipline tra loro lontanissime. Questa genericità ha un costo: anziché ricevere un’istruzione professionalizzante nella loro disciplina, anziché entrare in contatto con gli esperti nazionali e internazionali della loro disciplina, i dottorandi finiscono per assistere – quando va bene – a lezioni-conferenze tenute quasi sempre dagli stessi docenti che avevano di fronte alla triennale e alla biennale, lezioni-conferenze che riguardano spesso argomenti estranei al loro campo di ricerca. Per essere chiari: chi vuole specializzarsi in paleografia ha bisogno, soprattutto, di seminari di paleografia tenuti dai migliori specialisti della materia, e non di lezioni-conferenze di storia come quelle che si organizzano (ripeto: quando va bene) in una scuola di dottorato in «Studi Umanistici con indirizzo storico».

Ora, per ovviare a questa difficoltà, per fare in modo che i paleografi o i biologi marini imparino a fare i paleografi o i biologi marini, la soluzione c’è, ed è quella del consorzio: un certo numero di docenti appartenenti ad atenei diversi unisce le forze per dare vita a un dottorato con una forte impronta disciplinare (non più «Studi umanistici» ma, poniamo, «Paleografia e diplomatica»). Oltre e meglio che i dottorati di sede, dottorati di rete/network, in cui la massa critica di docenti e risorse è ottenuta grazie alla collaborazione di più atenei, su base regionale o interregionale o magari nazionale. Il decreto del MIUR ammette questa possibilità, ed è una delle novità di grande rilievo per la riforma del sistema («Possono richiedere l’accreditamento dei corsi di dottorato […] consorzi tra università»), ma pone dei vincoli sbagliati. Obbliga cioè ogni sede consorziata a garantire «almeno tre borse di studio» (art. 4 comma 1 lettera c); e stabilisce che il numero delle sedi consorziate non possa essere superiore a quattro. Perché questi vincoli sono sbagliati? Perché è ben difficile che, all’interno di un settore disciplinare magari ‘debole’ (ma, pur nella sua debolezza e settorialità, fondamentale: valga sempre l’esempio della paleografia), un qualsiasi ateneo possa garantire tre borse di dottorato. E per molti atenei, anche tra i maggiori, tale impossibilità rischia di coinvolgere anche settori tutt’altro che marginali, stanti le ristrettezze di bilancio che affliggono il sistema universitario.

Fermo restando il proposito di razionalizzare l’offerta nella formazione di terzo livello, basterebbero allora due piccole modifiche. (1) Si ammetta cioè la possibilità che ciascuna sede garantisca non almeno tre ma almeno una borsa di studio. (2) E si aumenti il numero delle sedi consorziate: non quattro bensì sei. In questo modo resterebbe alto il numero di borse necessario per l’accreditamento (almeno sei); ma sarebbe possibile costituire a livello nazionale due o tre consorzi per ogni grande settore disciplinare e/o concorsuale. Si conterrebbero i costi, ma si salvaguarderebbe la qualità della formazione – formazione che, al livello del dottorato, non può non essere formazione specialistica.