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Marocco!

di Claudio Giunta


[Il Mulino, 2 (2013), pp. 331-45]

1.

L’immigrazione è una tragedia, un flagello biblico, bisognerebbe chiudere gli aeroporti, minare i porti – penso e ripenso in un caffè di Tangeri mentre una settuagenaria francese cotonata mi comunica, ma non gliel’avevo chiesto, che «sa, riscaldare il mio appartamento a Lione mi costa di più che affittare un appartamento a Tangeri per quattro mesi, così l’inverno lo passo qui». Conseguenza: le case più belle se le prendono i pensionati francesi ricchi, la costa si popola di brutte villette a schiera per i pensionati francesi meno ricchi, i marocchini finiscono a vivere nelle periferie, tutto costa un po’ di più del niente che costava fino a quattro o cinque anni fa. Chiudere l’aeroporto di Parigi, minare il porto di Marsiglia… Ma non succederà. Nessuno ha il coraggio di prendere decisioni così radicali. Perciò bisogna attrezzarsi per le future mescolanze.

Gli spagnoli si sono attrezzati. L’Istituto Cervantes ha una sede sontuosa in Avenue Ben Abdellah e un sontuoso spazio-esposizioni nella strada principale della città, Avenue de Belgique. Tanto zelo nella diffusione della lingua e della cultura spagnola è comprensibile, dato che la regione del Rif è stata a lungo un dominio spagnolo, e la Spagna è lì a un passo, per vederla basta salire alla kasbah o scendere sulla spiaggia. Di fatto, lo spagnolo è più diffuso del francese, soprattutto tra i giovani, e un po’ di spagnolo lo parlano tutti, anche il mendicante che chiede soldi («¿Tiene usted un duro?»: non l’hanno avvertito che adesso ci sono gli euro), anche il ruffiano che offre prostitute, anche la prostituta che incontro per caso sul taxi (in Marocco i taxi si condividono), e che mi dà appuntamento per più tardi alla discoteca «Cinco cinco cinco», non «Cinq cinq cinq».

I francesi, naturalmente, non hanno bisogno di attrezzarsi. Sotto ogni punto di vista – lingua, cultura, economia – il Marocco resta una mezza colonia. Il sistema scolastico marocchino è modellato su quello francese, il francese è la seconda lingua obbligatoria in tutte le scuole, e nelle grandi città quasi tutti lo parlano; i giornali più importanti sono in francese, e – si lamentano i miei studenti all’Università Mohammed V di Rabat – il francese è la lingua in cui si fanno i colloqui di lavoro anche quando per svolgere quella specifica mansione basterebbe l’arabo. Ottima cosa, certamente, il bilinguismo. Ma questo bilinguismo diventa soprattutto un modo per selezionare alla svelta. E la selezione funziona. Nel vagone di prima classe del Rabat-Tangeri le conversazioni sono in francese; nei vagoni di seconda le conversazioni sono in arabo. E nelle campagne, nei quartieri poveri delle città, valanghe di marocchini non imparano a leggere e scrivere in nessuna lingua, e coltivano il loro campo, portano al pascolo le loro pecore, vendono le loro pagnotte a prezzo calmierato, le loro mutande Docigabà (Dolce & Gabbana), guardano passare le macchine seduti sul muretto. Il 45% degli abitanti è analfabeta; in Algeria il 25%. Ma l’Algeria è una repubblica, e l’istruzione diffusa è un lascito degli anni socialisti. Il Marocco è il regno di una dinastia, gli Alauidi, che ha fama di essere particolarmente illuminata – nelle tenebre nordafricane, perlomeno – ma che vista da vicino è soprattutto iniqua; e dal 1999 è governato da un re giovane, anche se non così giovane come appare nelle foto che si trovano dappertutto, anche negli alberghi, nei bar, foto di varie fogge e misure, in abito occidentale o in divisa militare, un re giovane cinquantenne, Mohammed VI, che si è dato un soprannome amabile, ‘re dei poveri’, ma che a giudicare da quello che si legge e da quello che si dice sembra essere anche peggio dei suoi predecessori: vedi Catherine Graciet e Éric Laurent, Le Roi prédateur, Paris, Seuils 2012.

In tutto questo, sarebbe sciocco pretendere che l’italiano abbia la stessa importanza e forza dello spagnolo, del francese o dell’inglese, ma si resta lo stesso sorpresi toccando con mano lo sfacelo della nostra politica linguistica, che è poi anche un pezzo di politica tout court. Dal 1928 al 1940 l’Italia è stata una delle quattro potenze rappresentate nella giunta amministrativa che governava Tangeri. Ancor oggi, un intero isolato della città appartiene a istituzioni italiane, ed è un isolato che merita una visita. L’edificio principale è stato costruito all’inizio del Novecento e fino al 1926 è appartenuto al sultano Mouly Hafid. Nel 1926 questo sultano bon vivant – strozzato dai debiti, pare – lo ha venduto all’ANSMI (Associazione Nazionale per il Soccorso dei Missionari all’Estero), a sua volta finanziato dallo Stato italiano. Nel palazzo c’era una scuola: elementari, medie, istituto professionale, liceo. Ma, leggo sul sito del consolato, «la riduzione della comunità italiana ha determinato inevitabilmente anche la diminuzione delle attività nel complesso immobiliare italiano»: la scuola ha chiuso nel 1987. Resta il palazzo, che è stato restaurato e riaperto nel 2007, e adesso ospita mostre-congressi-concerti nonché il consolato, e dentro il palazzo c’è il giardino, che è proprio il giardino che uno s’immagina di trovare nelle regge dei sultani, con le palme, la fontana in marmo di Carrara e tutto il resto. Visitabile previa richiesta al consolato (gentilissimi, grazie ancora), vale da solo una gita a Tangeri. Dietro il palazzo c’è l’ospedale italiano: due piani di linde camerette che sembrano rimaste intatte dall’epoca dei telefoni bianchi, con ancora i cartellini in ferro laccato blu appesi sopra le porte: Cucinetta, Corsia donne, Servizi. Dalla sala operatoria uno si aspetta di vedere spuntare Vittorio De Sica in camice bianco e mascherina, invece nei dieci minuti del mio giro vedo soltanto suore, e le degenti sono tutte donne, soprattutto donne incinte. «Tre parti solo stamattina» (e sono le undici), mi dice suor Paola, veneta, a Tangeri da più di vent’anni. «Non come in Italia! Lei! Lei ha figli?». Con che coraggio deluderla? Me ne invento due: un maschietto e una femminuccia, quattro e sei anni, che mi aspettano a casa.

All’uscita mi si avvicina un tale sui sessant’anni che comincia a raccontarmi, in un misto di francese, spagnolo e italiano, ma più che altro a gesti, la storia della scuola italiana a Tangeri. Non lui, lui non ci è andato, ma la sorella sì, tanti anni fa, e gratis, proprio in quel palazzo accanto all’ospedale. Cos’ha studiato, quando, per quanto tempo, con quali risultati – tutto risulta incomprensibile perché tutto finisce macinato nel simil-italiano di questo tizio, che però è autenticamente commosso, autenticamente grato, e continua a benedire il Grande Paese che ha permesso di studiare alla sorella e, se capisco bene, a una buona percentuale degli abitanti del quartiere. «Ma prego, prego», finisco per dire In Nome del Popolo Italiano.

«Io – mi dirà poi un collega dell’università di Rabat – sono davvero tentato di dimettermi e di aprire una scuola privata, una scuola in cui si insegni in italiano: elementari, medie, liceo. Farei un sacco di soldi. Io stesso ci iscriverei i miei figli, se esistesse». Il Marocco è infatti in un momento di passaggio delicato, e basta camminare per la strada per capirlo: a ogni isolato c’è un cartello che fa pubblicità a una scuola privata: il lycée Victor Hugo, l’École de Paris, e altre trappole del genere: le gemelle delle Oxford school, delle Queen school che pullulano nelle ex-colonie inglesi. E intanto si moltiplicano i campus, i padiglioni universitari e, soprattutto, le università private. Perché esiste una upper class che manda i suoi figli in Francia, in America. Ma comincia a esistere anche una middle class che non può permettersi né l’Europa né l’America, e che però manda i suoi figli alle scuole private di Rabat, Casablanca, Tangeri. «I marocchini – mi dice Massimiliano Di Tota, che vive a Rabat da quasi dieci anni – hanno smesso di fare figli a ripetizione. Ne fanno uno, due. E su quell’uno o su quei due investono tutto quello che hanno, a costo di fare la fame. E l’investimento è l’istruzione. E dato che qui la scuola statale è notoriamente pessima, chi può permetterselo manda i suoi figli alle scuole private. Io manderò mio figlio alla scuola francese. Mia moglie è francese, e avremo uno sconto cospicuo. Ma anche così, si tratta sempre di circa trecento euro al mese, che è un’enormità per quasi tutti i marocchini. La selezione comincia alle elementari».

E la selezione naturalmente continua, si perfeziona all’università: l’investimento cresce. Una sera m’invitano a una conferenza all’EGE (École de Gouvernance et d’Économie), parla il direttore editoriale di «Le Monde», sala piena, traduzione simultanea, rinfresco. Fuori dalla sala-conferenze, una reception lussuosa, il bar, una sala di lettura. Ai piani di sopra, le stanze degli studenti. Tutto splendido, ma naturalmente all’EGE si entra per concorso e, soprattutto, l’EGE costa: 68.900 dirham l’anno, cioè circa 6500 euro, in un paese in cui il PIL pro capite è di circa 2500 euro. Stessa cosa, e tariffe solo un po’ più contenute, al Politecnico Mohammed VI di Benguerir, stessa cosa alla Al Akhawayn di Ifrane, nel Marocco settentrionale, il polo universitario voluto da Hassan II negli anni Novanta: ingresso estremamente selettivo, lezioni soltanto in inglese e, a giudicare dalle foto che si trovano nella brochure (perché, come accade in tutte le nuove grandi università del Terzo Mondo, risorse cospicue vengono spese nella realizzazione della brochure, che ricalca parola per parola, immagine per immagine, la retorica delle brochures delle università americane, cioè una miscela patinata di campi da tennis, sentieri nel bosco e ragazze coi capelli raccolti che guardano nel microscopio), un campus che ricorda, coi suoi prati verdi e (chissà perché) i suoi tetti spioventi, una fattoria-modello del Maine. Non è difficile: basta paragonare il sito internet della Al Akhawayn, dove gli iscritti pagano, al sito internet della Mohammed V, dove gli iscritti non pagano, e si capisce da che parte tira il vento.

E infatti: il passo successivo, mi dice un collega, sarà importare le università straniere, o se non altro i loro marchi. «Si sono chiesti: perché spendere tanti soldi per mandare i nostri figli a frequentare l’università in Francia o in Gran Bretagna o negli Stati Uniti? Facciamo venire loro qui. Dunque quello che dovremo aspettarci, per il futuro, sono delle Princeton, delle Yale marocchine, abilitate a rilasciare diplomi e, naturalmente, molto selettive, e molto costose». Si capisce che a questa festa le università italiane non saranno invitate. Riflettere sul perché non sarebbe fatica sprecata, ma intanto si potrebbe fare quello che è alla nostra portata. Le scuole elementari, medie e superiori sono alla nostra portata, e non si tratterebbe di fare beneficienza ma di vendere un servizio che in parecchi sono ansiosi di comprare. È utopico pensare di riaprire la scuola di Tangeri, una scuola che esisteva fino a venticinque anni fa? È utopico aprire una scuola italiana a Rabat, capitale del Marocco? Quanto all’università, bisognerebbe cominciare dalla base, e la base è Béni Mellal.

2.

Quando gli dico che vado per un paio di giorni a Béni Mellal, un mio amico che insegna Sociologia del mutamento mi avverte che «troverai un sociologo dietro ogni lampione». In realtà non ne vedrò neanche uno, nessuna delle persone che incrocio a Béni Mellal ha l’aria di non essere un abitante di Béni Mellal, ma girando per la città capisco la battuta. Béni Mellal sta al centro della zona italiana del Marocco, nel senso che la gran parte dei marocchini che negli ultimi tre decenni sono venuti in Italia sono originari di qui, della regione di Tadla-Azilal. Quelli che sono tornati, perché hanno perso il lavoro o perché hanno messo insieme un po’ di soldi, hanno aperto il Caffè Bolzano, lo Snack San Marino, il Bar Porta Romana, il Ristorante San Siro. Più che una città, è un case study.

Non c’è ferrovia. Da Casablanca ci vogliono un po’ più di tre ore di macchina in mezzo a un paesaggio così monotono che persino le miniere di fosfati, coi loro cumuli di polvere gialla, finiscono per sembrare un’attrazione. La campagna è povera, sciupata, punteggiata qua e là da blocchi di cemento che sono case, officine. I campi brillano nel sole di dicembre, ma non sono pozze d’acqua, è il riflesso dei cocci di vetro e delle bottiglie di plastica vuote, l’acqua Sidi Ali, che formano una pellicola trasparente spalmata su quasi tutta la superficie del Marocco, con una speciale concentrazione sulle spiagge e le scogliere. Luoghi d’interesse, prima di arrivare a Béni Mellal: la cittadina di Khouribga, dove – oggi domenica – si tiene il più grande mercato d’auto usate di tutto il Marocco, per la maggior parte FIAT, per la maggior parte con targhe italiane, per la maggior parte coi libretti e tutto. E, passata Khouribga, la cittadina di Fkih Ben Salah, dove il collega che mi accompagna fa, gentilmente, una breve sosta perché è da qui che viene Ruby, la pseudo-nipote di Mubarak: «une histoire tristement douloureuse». Un’occhiata alla casa in cui ancora vive la famiglia di Ruby basta per capire tutto, per giustificare tutto: chi sano di mente non vorrebbe andarsene, anche a costo di finire a fare la comparsa nelle cene eleganti di un gruppetto di vecchi? E si capisce anche perché potesse avere, come ha notato Emilio Fede, «un cattivo odore»: la miseria di generazioni entrata sottopelle, evidentemente. (Più tardi capirò anche perché alla domanda di una giornalista, «Ma tu tua figlia la porteresti ad Arcore?», Ruby ha risposto di no: lo capisco quando, per strada, mi offro di aiutare una ragazzina che sta portando una sporta troppo pesante per lei, e lei mi permette di darle una mano, ma poi mi ringrazia in arabo, non parla francese, e mi fa segno di lasciarla da sola una volta arrivati a una cinquantina di metri da casa sua, perché non vuole che la vedano insieme a me. Anche «Ruby Rubacuori» doveva essere così, prima del trattamento).

L’università di Béni Mellal è, per ora, un campus di cemento ed eternit alle porte della città, cento metri prima del Bar Porta Romana. Per ora, perché un nuovo campus è in costruzione a pochi chilometri dalla città, e quando sarà finito, questione di mesi, sarà uno dei poli universitari più importanti del Marocco. Bisogna formare degli zootecnici, perché a Béni Mellal ci sono i mattatoi più grandi del paese. E bisogna formare degli ingegneri per le miniere di fosfati. Io in sostanza stringo delle mani, aspetto colleghi che arrivano da altre città della zona e che sono in ritardo, aiuto il rettore a srotolare uno striscione – un altro futuro mucchietto di plastica non biodegradabile – che annuncia il congresso su Les Perspectives de la Politique de la Ville pour Parvenir à un Développement Économique et Sociale, prometto che mi interesserò perché anche all’università di Béni Mellal si attivi un insegnamento di italiano: c’è grande richiesta, mi dicono tutti, e basta fare un giro per la città per capire che è vero. Insieme a me è venuta da Casablanca un’insegnante mandata dall’Alliance Française per un corso d’aggiornamento. Il corso doveva cominciare alle nove, ma alle nove e un quarto nell’aula c’è solo una studentessa. Gli altri sono stati informati, dovrebbero arrivare da un momento all’altro. È tutto un po’ provvisorio.

Anche i trasporti. Per il ritorno da Béni Mellal a Casablanca «c’è la CTM», mi dice il collega: la CTM, perché le altre compagnie, fermandosi in ogni villaggio, invece di metterci tre ore e mezza ce ne mettono sei. Ma il giorno 2 dicembre 2012 la CTM è in sciopero, e lo sciopero durerà tre giorni, e l’unico modo di raggiungere Casablanca è un grand taxi, espressione che io traduco con ‘van tipo Espace’, e che invece per loro, per i ceffi che stanno davanti alla stazione di Béni Mellal e che mi fanno capire a gesti di starmene buono nel gruppo che verrà caricato sul prossimo grand taxi, corrisponde a una Mercedes vecchia di quarant’anni con le sospensioni bruciate sulla quale veniamo caricati in sei. Io indosso un completo Cerruti blu, camicia Brooks Brothers, polacchine Hogan scamosciate: il minimo, avevo pensato, per l’incontro col rettore, che mi ha ricevuto praticamente in tuta. In ogni caso mi sembra naturale mettermi sul sedile davanti: lo faccio capire al guidatore che infatti giustamente annuisce, siamo d’accordo, mentre gli altri si accumulano dietro. Ma ho fatto i conti senza l’oste, perché sei passeggeri vuol dire sei passeggeri più il guidatore: non hanno bisogno di dirmelo, lo capisco da me quando il sesto (o settimo) passeggero apre la portiera facendomi segno di lasciargli un po’ di spazio, e senza neanche darmi il tempo di spostarmi mi si siede quasi in braccio.

Quelle che seguono sono tre ore e mezza pittoresche, persino divertenti da raccontare, ma non veramente piacevoli, perché il mio vicino di sedile indossa un golfino tinta senape con scollo a V marinato nel sudore di almeno tre generazioni di marocchini, ha l’alito fecale dei risvegli difficili e in più – forse a causa di un lieve mal d’auto che spiega anche la sua espressione corrucciata, e il silenzio assoluto che mantiene per tutto il tragitto – ogni tre-quattro minuti rutta discretamente nell’incavo dell’ascella destra (la sua: almeno questo). Io faccio tutto il viaggio inchiodato sulla natica sinistra con il viso torto verso il guidatore, che a un certo punto giustamente comincia a farsi delle domande (gli indico col mento, sorridendo, il paesaggio), ma che ha soprattutto fretta di arrivare a Casablanca per riempire il grand taxi con altre sei vittime dello sciopero, e perciò va velocissimo non in un senso assoluto (faremo gli ottanta, i novanta) ma relativamente alle condizioni della macchina, al numero abnorme dei passeggeri e all’assetto della strada. La Mercedes reagisce con un tripudio di vibrazioni, al limite del disassemblaggio. I sorpassi sono come nei videogiochi: la Mercedes arriva a venti centimetri dalla macchina che precede, poi scarta di lato, dopodiché accelera e ritorna sulla corsia di destra tagliando la strada al sorpassato. Su un rettilineo più lungo degli altri il grand taxi si sistema stabilmente sulla corsia di sinistra, che è tutta sgombra fatto salvo, a un certo punto, un carrettino trainato da un asino, con un ragazzino alle redini. Asini e carrettini dovrebbero stare sul sentiero di terra battuta che costeggia la carreggiata, invece il ragazzino sta per metà sul sentiero e per metà sull’asfalto. L’autista rallenta, tira giù il finestrino e gli sputa addosso.

A circa venti chilometri da Casablanca il combinato disposto del mio vicino puzzone + il freddo che entra dal finestrino del guidatore + l’emiparesi alla natica sinistra + l’insalata di pomodori mangiata incautamente il giorno prima che ancora mi fermenta negli intestini, tutto questo mi provoca una visione extracorporea: il mio spirito fluttua sul grand taxi in corsa, mi vedo dall’alto come dicono che succeda con gli acidi, e la visione mi fa non vomitare o svenire ma, come dicono che succeda con gli acidi, ridere, un attacco di fou rire irrazionale, incontrollabile, che in pochi secondi si trasmette agli altri sei dell’equipaggio, persino all’autista-canaglia, tutti ovviamente ignari, come me, del motivo per cui stiamo ridendo. Ognuno avrà le sue ragioni, o magari no, ma devo dire che è stata forse l’esperienza di fraternità più elementare e calda di tutta la mia vita. L’ingresso a Casablanca è trionfale.

Dopo questa prova, è però abbastanza comprensibile che io declini l’invito a tornare a Béni Mellal non per un giorno ma per una settimana, una settimana di lezioni per – la formula sarebbe questa – «formare i formatori», una settimana di pizze surgelate al Pizza Hut e di avanti e indietro surreali tra il bar Porta Genova e la pizzeria Bella Napoli. No, non sono la persona giusta, rischia di essere uno spreco di soldi, quasi tutto ha l’aria di essere uno spreco di soldi, in questo pozzo senza fondo. Dovrebbe pensarci… Chi? Il governo marocchino? Si capisce che non sia il primo, nella lista dei suoi problemi. La Società «Dante Alighieri»? Ma è un’associazione di volontari, senza fondi, che può dare una mano ma non veramente prendere l’iniziativa. Gli Istituti italiani di cultura, starei per dire. Ma dopo un colloquio di tre minuti con la direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Rabat mi viene piuttosto da pensare – un pensiero che mi si ripresenta quasi a ogni soggiorno all’estero – che gli istituti italiani di cultura bisognerebbe semmai chiuderli, trasformarli in scuole di lingua pure e semplici, assorbirli nelle ambasciate, e spendere i nostri pochi soldi in qualcosa di più sensato del mantenimento in vita (all’estero) di questa legione di laureati/e in Lettere. Comunque sia, resta il fatto: l’Unione Europea e l’Italia spendono ogni anno milioni di euro per ‘ricollocare’ i migranti che tornano ai paesi d’origine perché hanno perso il lavoro nei paesi d’immigrazione oppure perché ne sono stati espulsi. Molti dei rimpatriati in Marocco dall’Italia – qualche delinquente, la maggior parte persone oneste – si trovano in questa impasse: hanno figli piccoli che, cresciuti in Italia, parlano italiano ma non parlano francese, e non sanno leggere l’arabo classico, e insomma non hanno una scuola in cui andare. ‘Ricollocare’ questi ragazzini, pensare alla loro istruzione: è difficile immaginare una causa migliore di questa.

(Come se la passano gli Istituti italiani di cultura? Impossibile generalizzare, magari Giakarta va bene e Teheran no, o viceversa. E saranno sottofinanziati, come tutti, salvo che è difficile capire quale sarebbe un finanziamento adeguato. E per fare che? Ma lasciando da parte i soldi, come mai il sito internet degli istituti italiani di cultura fa così pena? Il sito internet. Perché si tratta di un format uguale per tutti, una paginetta che riempie soltanto metà dello schermo, lasciando bianca l’altra metà, e con la sua grafica micragnosa da Commodore 64, le sue linee di microscrittura grigia su fondo bianco, la sua quasi totale assenza di immagini, i suoi link irrazionali, la sua maschera di ricerca antidiluviana, il suo inglese da terza elementare – remainder invece di reminder, mettiamo – è una delle esperienze meno piacevoli che un utente della rete possa fare; e, per l’italiano a cui stia a cuore il buon nome dell’Italia, è anche un’esperienza umiliante: confrontare, per farsi un’idea, il sito dell’Istituto italiano di cultura di Washington e quello dell’Alliance française della stessa città. È come mettere vicini Space Invaders e Grand Theft Auto 5).

3.

All’Università Mohammed V faccio una serie di lezioni che cominciano, nominalmente, come lezioni di «Letteratura italiana» ma che presto cambiano pelle e diventano qualcos’altro, diciamo lezioni di civilisation, chiacchiere colte intercalate a chiacchiere leggere. Come sono gli studenti? «Timidi» sembra una risposta evasiva, ma intanto: timidi. Ovvero: non abituati a prendere la parola, a interrompere, a fare domande. Perché la distanza tra studente e docente sembra essere più grande di quella che c’è oggi tra studenti e docenti nelle università europee, una distanza, diciamo, pre-68; perché il modello della lezione frontale non è stato ancora temperato e corretto dalla lezione-seminario, o dal lavoro/esposizione a gruppi; e perché gli studenti sono eterogenei per età, esperienza e dunque livello. «In classe ci sono quelli che sono appena usciti dal liceo», mi spiega una delle studentesse più giovani, «e ci sono quelli più grandi, che per esempio hanno vissuto in Italia, e conoscono meglio l’italiano. I docenti per lo più parlano a loro, e noi restiamo indietro». Provo a difendere i docenti, dico che questa è pur sempre l’università, immagino che qualcosa del genere potrebbero dire anche alcuni dei miei studenti a proposito dei miei corsi. Alla fine arriviamo a un compromesso: «Sì», mi dice, «ci vorrebbe un anno, due anni per dare a tutti gli strumenti necessari per seguire, bisognerebbe fare dei corsi che ci dessero le basi… Adesso il tempo è troppo poco, non riusciamo ad assimilare». Una specie di college: che è quello che probabilmente, a un diverso livello per fortuna, servirebbe anche alla gran parte degli studenti universitari italiani.

Dopodiché, è chiaro che è facile stupirsi per quello che non sanno, o per come sanno male quello che sanno. E si resta desolati soprattutto perché, nonostante TV e internet, nonostante siano tutti bilingui, qualcuno trilingue, quello che sanno viene soprattutto dalla scuola, si resta colpiti dalla loro scolasticità, in tanta abbondanza di stimoli esterni (e anche: in tanta penuria di stimoli scolastici). Non sono davvero un fan di Bourdieu, ma sono contento di averlo letto e di ricordamelo quando serve, cioè adesso: «Appare evidente che una cultura puramente scolastica non è soltanto una cultura parziale o una parte della cultura, ma una cultura inferiore perché gli elementi stessi che la compongono non hanno il senso che avrebbero se fossero inseriti in un contesto più vasto. Non è forse vero che la scuola finisce per esaltare come ‘cultura generale’ tutto l’opposto di ciò che condanna come scolasticismo in coloro che sono costretti dalla propria origine sociale a non avere altra cultura se non quella ricevuta a scuola?» (Pierre Bourdieu e Jean Claude Passeron, I delfini). Che aggiornato alle odierne circostanze significa più o meno: non è che la possibilità di leggere libri e scaricare musica e film da internet cambi, nella sostanza, le cose; o meglio le cambia, ma per quelli già acculturati; gli altri – cioè tutti i venti-venticinquenni che ho di fronte, gente con un ‘baccalaureato’ che vuol dire pochino – gli altri sanno, ad andar bene, quello che gli hanno insegnato a scuola, ma quello che gli hanno insegnato non è sufficiente a dar loro la coscienza o la voglia sufficienti ad attingere alle meraviglie della rete: se uno già non sa, non si sforza di sapere di più. Una buona notizia per quelli come me: serviranno sempre dei professori. Una cattiva notizia per quelli come me: se una dozzina d’anni di scuola non bastano, in Marocco come in Italia, a dare ai ragazzi la coscienza e la voglia di usare la rete per imparare delle cose forse bisogna ripensare la scuola da cima a fondo.

Le biblioteche non aiutano. Quella del dipartimento è misera, e ho avuto l’impressione che gli studenti non la considerino neppure come la loro biblioteca. Si aspettano di trovare tutto o quasi tutto in rete, gratis, e se qualcosa è in rete ed è gratis non vanno tanto per il sottile: un’edizione vale l’altra, un saggio su Dante o su Svevo vale l’altro. Li si può capire. Di fatto, la domanda che mi viene posta più di frequente è: «Come faccio a trovare il libro X? C’è un sito da cui si può scaricare?». Comprare non è un’opzione. Far comprare alla biblioteca è un’opzione remota.

Orario di apertura della biblioteca De Amicis, nell’Istituto Italiano di Cultura di Rabat: lunedì dalle 11 alle 16; martedì e giovedì dalle 11 alle 14; mercoledì dalle 17 alle 18.30. Basta. Il che significa che la biblioteca De Amicis non è una biblioteca in cui gli studenti possono stare: è una biblioteca in cui gli studenti passano, e poi se ne vanno. Ma naturalmente gli studenti hanno pochi posti in cui andare, e nessuno in cui possano trovare dei libri italiani. In più, mi dicono i miei studenti, gli orari del lunedì, del martedì e del giovedì coincidono con quelli delle lezioni. Morale: la biblioteca De Amicis dell’istituto italiano di cultura non è veramente un’opzione. Orario di apertura della mediateca dell’Institut Français di Rabat: dal lunedì al sabato dalle 10 alle 18.30. Orario di apertura della biblioteca del Goethe Institut di Rabat: lunedì, martedì, giovedì e venerdì dalle 11 alle 18.

Libri italiani disponibili sugli scaffali della Biblioteca Nazionale di Rabat, in quest’ordine: F. Livi, Index lexical de la poésie de Sergio Corazzini; Dante, la Commedia tradotta in arabo; le poesie di Pasolini tradotte in arabo; le poesie di Michelangelo in francese; la Liberata in francese/italiano; due copie di Carlo Gozzi, Ecrits sur le théatre; due drammi di Pirandello in arabo; Constant Mic, La commedia dell’arte; Giulio Cisco, La patrie reconnaissante; Eco, Il nome della rosa in arabo; Maria Messina, La robe couleur café; Maria Messina, La maison dans l’impasse; Maria Messina, Petits remous; Baricco, Chateaux de la colère; Calvino, La machine littérature; Natalia Ginzburg, Les mots de la tribu; due copie di Calvino, Contes populaires italiens; Primo Levi, Histoires naturelles; Jean-Paul Manganaro, Le Baroque et l’ingénieur. Essai sur l’écriture de Carlo Emilio Gadda; Goffredo Parise, Odeur de sainteté; Alberto Savinio, Encyclopedie nouvelle; Galileo, Dialogue sur les deux grands systèmes du monde; due copie di Eco, Il secondo diario minimo in arabo; due copie di Roberto Peregalli, La Cuirasse brodée; due copie di Dario Fo, Le monde selon Fo; Maria Antonietta Macciocchi, Pasolini, in francese. Fine dei libri italiani, cominciano i libri romeni.

Anche i programmi, come il loro atteggiamento in classe e i libri sullo scaffale della Nazionale, sanno un po’ di antico. Il fatto è che i docenti sono davvero ottimi, e parlano un italiano perfetto perché hanno frequentato l’università a Bologna, ma hanno una visione della cose un po’ conservatrice, un po’ scolastica – oppure l’opposto, sono io che ho un’idea forse troppo anti-scolastica del curriculum, quando il curriculum è quello di uno studente marocchino, o bengalese, o giapponese, e insomma non sono sicuro del fatto che uno studente universitario marocchino (o bengalese, o…) debba leggere i Sepolcri. E sono convinto che Ungaretti e Calvino non dovrebbero essere il poeta e il romanziere del Novecento che tutti quanti leggono (Ungaretti preferirei anzi che non lo leggesse nessuno). Mi pare che gli studenti vadano informati soprattutto su ciò che sta succedendo oggi in Italia, e non solo nel campo della letteratura ma nel cinema, nella canzone, nella TV, eccetera. Chi studia l’Italia all’estero può non sapere chi è Alberto Moravia, ma non può non sapere chi è Totò – altrimenti, tra l’altro, di che cosa parlerà, e con chi, quando andrà in Italia?

Hic Rhodus, comunque… Su YouTube, comunico, ci sono centinaia di splendidi film americani, arabi, francesi, italiani da vedere gratuitamente in streaming. «È utilissimo anche per la lingua». Ma, rispondono un paio, «i film in bianco e nero sono noiosi», che è la stessa cosa che pensa e dice mio fratello, 46 anni, studi da ragioniere e poi laurea in economia, libri letti in vita sua: cinque. Ma uno s’immagina che in una facoltà umanistica questo non si pensi, o almeno non si dica, o lo si dica sentendosi in colpa: invece no. Libri sul comodino? Nessuno. Scrittori viventi preferiti? Nessuno. «È che noi non abbiamo proprio l’abitudine di leggere». Dove noi può significare noi giovani (il che è abbastanza sicuro), noi marocchini (il che è plausibile, a giudicare dalle due cartolibrerie che si trovano in centro a Rabat e dal tasso di analfabetismo) o noi del Maghreb (il che è plausibile, stando a quanto mi dicono amici più esperti): o le tre cose insieme. Film? Pochi. Chiedo se conoscono qualche regista italiano del dopoguerra. Comincio io l’elenco: Rossellini, De Sica… «Gramsci», prosegue il più spigliato. Un collega poi mi spiegherà: «Non devi credere che gli studenti s’iscrivano alle facoltà umanistiche per passione, perché gli piace particolarmente leggere, o studiare la storia… Il fatto è che fino a un paio di anni fa, chi usciva di qui aveva la certezza di un posto di lavoro in uno dei licei marocchini in cui s’insegna l’italiano». E il fatto è anche che l’accesso all’università pubblica è gratuito, e che per entrare nelle facoltà umanistiche non c’è bisogno di passare un esame d’ammissione, mentre un esame – molto severo – c’è a medicina, a ingegneria, a economia, cioè nelle facoltà che contano. Il risultato è prevedibile. Un pezzo del risultato ce l’ho, temo, davanti agli occhi.

Ogni volta che insegno in un paese africano o asiatico non riesco a non sorprendermi del fatto che anche in quei paesi quello che circola, quello che tutti conoscono, è lo stesso identico pop che circola in Europa e in America, la stessa playlist decisa da MTV: che per quanto progressista e politically correct è più omologante della Coca-Cola. Ma la sorpresa è fuori luogo, dato che le baraccopoli di Casablanca o di Calcutta sono uguali alle ville di Casablanca o di Calcutta in un solo dettaglio: una selva di antenne paraboliche sui tetti, che trasmettono tutte le stesse canzoni e le stesse partite del campionato spagnolo. Perciò anche i giovani di Dacca ascoltano Justin Bieber, Rihanna e i One Direction, e anche i giovani di Casablanca hanno la maglia del Barcellona e hanno visto almeno una puntata del Grande Fratello versione inglese o francese o italiana. Niente è potente quanto una canzone pop salvo una cosa, una sola: la teoria del complotto. «Siete troppo giovani», dico, «nessuno di voi c’era quando l’uomo è sbarcato sulla luna, non c’ero neanch’io: ma possiamo vedere i video su YouTube». Uno degli studenti anziani m’interrompe: «Ma quella dello sbarco sulla luna è tutta un’invenzione, no?».

In questa amabile causerie che non impegna veramente né loro né me vanno registrati almeno due momenti topici, il primo quando affrontiamo il problema Tiziano Ferro e il secondo quando affrontiamo il problema Salman Rushdie. Tiziano Ferro rientra nella lezione o meglio nella perorazione per la cultura pop, perorazione che faccio ogni volta che mi capita di insegnare all’estero, e che è poi il primo paragrafo di un libro che probabilmente non scriverò mai, Italy for Beginners. Inizia pressappoco così:

Si comincia a imparare qualcosa da una nazione che non è la nostra quando si comincia ad amare la sua cultura popolare. Da studente ho passato alcuni mesi a Madrid. Un giorno, girando in macchina con la mia fidanzata spagnola (perché, cultura popolare a parte, il modo migliore per conoscere un paese è naturalmente quello di fidanzarsi con qualcuno/a del luogo), ho sentito alla radio una canzone. Cristina ha commentato: «Quando mettono questa, qui la gente è contenta». Conoscevo la canzone, e anch’io mi sono sentito contento: segno che cominciavo a capire la Spagna. La morale di questo aneddoto è che anche per cominciare a conoscere l’Italia, per sentirsi a proprio agio in Italia, sapere qualcosa sulla musica leggera, sulla TV, sul cinema e sulla politica è importante tanto quanto sapere qualcosa su Arte, Letteratura e Storia, e forse di più: mentre il secondo genere di competenza ci parla soprattutto del passato, il primo genere di competenza ci dà una mappa per orientarci nell’Italia di oggi.

Segue esemplificazione, che può andare avanti per minuti o per ore, a seconda di quello che gli studenti sanno o non sanno. I miei studenti della Mohammed V sanno sorprendentemente poco, o – è più probabile – sono sorprendentemente timidi, così comincio con Volare di Modugno (la sentiamo a volume un po’ basso dall’iphone di una studentessa: canto anch’io per farli ridere, canticchia anche uno degli studenti che ha vissuto in Italia) e finisco con gli Afterhours. «Volete aggiungere qualcuno alla lista?». Le aggiunte sono interessanti, perché stranamente acroniche: Toto Cutugno, i Ricchi e Poveri (come avrà fatto la canzone Sarà perché ti amo, che cantavo con le compagne delle medie sul pullman della gita, a fluttuare nell’etere per trent’anni e a riemergere qui a Rabat, nella testa di gente nata negli anni Novanta?), Rino Gaetano, Cesare Cremonini, Tiziano Ferro. Il primo momento topico è questo, perché io storco la bocca quando sento il nome di Tiziano Ferro – no, non è proprio uno dei cantanti italiani che vi raccomando – ma uno degli studenti fraintende e commenta: «Sì, sì, anch’io non lo ascolto più da quando ho saputo che è omosessuale». Così la conversazione sul pop si trasforma in una molto più delicata, anche un po’ spigolosa conversazione su ciò che è normale e ciò che è deviante in materia di sesso. Intervengono un paio di ragazze, a difesa del diritto «di fare ognuno come gli pare», ma l’ex-fan di Tiziano Ferro tiene duro. Perciò decido di spiazzarlo: «E cosa penserebbe se le dicessi che anch’io sono omosessuale?». Ma contare sulla sua sensibilità per il congiuntivo, dicessi, è un errore. Risposta: «Fatti suoi: lei è straniero. Ma qui…». Gli altri tacciono, imbarazzati. È stato un errore anche contare sulla loro.

Secondo momento topico. Per respingere la ‘guerra di civiltà’, ha scritto Samir Kassir, (L’infelicità araba), bisogna «rinunziare alle giustificazioni essenzialiste, già visibili […] nella acquiescenza dimostrata in occasione della fatwa contro Salman Rushdie». Ma forse la rinunzia potrebbe venire da sé, grazie al semplice passare del tempo, e all’oblio che il passare del tempo fa cadere sulle cose, anche su quelle che ci sembravano inobliabili. A lezione, tra l’altro, faccio una lista di siti web che gli studenti dovrebbero tenere d’occhio, e raccomando per primo quello della New York Review of Books. Sulla homepage c’è un saggio su Rushdie. «Ecco un buon esempio: ecco un caso in cui la questione di cui si parla qui vi deve interessare». Ma gli sguardi vagano. Chiedo quanti, nella quarantina di venti-trentenni presenti in aula, sanno qualcosa del caso Rushdie. Alzano la mano in due, due che hanno fatto le scuole superiori in Italia. È sconfortante, questo vuoto, perché «chi non ha memoria della storia finirà per ripeterla»? O invece è consolante, perché la memoria delle scemenze del passato serve solo a renderci tutti nervosi, e quindi a ripeterle? E per quale ragione non sanno niente del caso Rushdie? Perché sono troppo giovani per ricordarsi di quello che è successo ormai più di vent’anni fa? O perché noi abbiamo dato troppa importanza all’idiozia di un idiota e dei pochi idioti che gli hanno dato retta?

Forse la cosa più saggia è smettere per un po’ di farsi domande e astenersi dal giudizio. Trovare tutto strano è stupido, proprio come trovare tutto banale: imparerò mai questa lezione? Bisogna avere pazienza, bisogna aspettare che i timidi e, soprattutto, le timide prendano confidenza e si mettano a parlare: le prime impressioni, allora, evaporano. La terza settimana il miracolo accade, e così posso godere di uno dei piaceri più puri della mia professione: gli occhi che durante le lezioni sembravano brillare d’intelligenza e interesse appartengono davvero a uno studente o a una studentessa intelligenti e interessati. E la più sveglia viene proprio dalla campagna di Béni Mellal. Al bar, dove mi hanno seguìto in una dozzina, dico che qualcuno dovrebbe, che lei dovrebbe scrivere qualcosa sui marocchini rientrati in patria dall’Italia, su come se la cavano, sulla condizione delle donne, su quelli che sono stati in prigione… Uno obietta che «certe cose non si possono mica dire». E lei allora scandisce di rimando, per la mia commozione: «Si può. Dire. Tutto».