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Tutta la verità sulla quarquonia

di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 17 febbraio 2013]

A proposito di Alessandro Parenti, Parole e storie. Studi di etimologia italiana, Firenze, Le Monnier Università 2012.

Il lavoro dell’etimologista è, si potrebbe dire, un po’ come il genio: per il 10% ispirazione e per il 90% traspirazione. Ci vuole fantasia, ci vuole inventiva, ma ciò che è veramente necessario è sapere le lingue, il maggior numero possibile, e leggere un’infinità di documenti. Nei tempi pre-scientifici, diciamo fino all’Ottocento, la fantasia prevaleva, anche perché non c’era una comunità di studiosi che aiutava, sorvegliava, correggeva; onde la sentenza, attribuita a Voltaire, secondo cui «l’étymologie est une science où les voyelles ne sont rien, et les consonnes fort peu de chose». Di fatto, i primi dizionari etimologici del francese e dell’italiano, opera dell’abate Gilles Ménage (o Egidio Menagio), sono il risultato di sforzi solitari e perciò eroici, ma sono anche pieni di etimologie campate in aria. Tutto cambia all’inizio del secolo XIX, quando gli indoeuropeisti introducono negli studi linguistici il metodo storico-comparativo. Collaudato in origine sulle lingue classiche, verrà adattato alle lingue neolatine da Friedrich Diez, autore di un Dizionario etimologico delle lingue romanze che fonda, in sostanza, l’etimologia moderna e apre la strada ai dizionari etimologici delle varie lingue nazionali.

Per quanto riguarda la nostra lingua, nelle biblioteche c’è l’imbarazzo della scelta, perché la linguistica italiana del Novecento ha lavorato molto e molto bene: ci sono, in ordine cronologico, il Migliorini-Duro, il Battisti-Alessio, il Cortelazzo-Zolli; e c’è il LEI (Lessico Etimologico Italiano), che è lo splendido frutto del lavoro d’équipe coordinato da Max Pfister, ma che è arrivato, per ora, soltanto alla lettera C. Data tanta abbondanza, spiace un po’ che il dizionario etimologico disponibile in rete (dunque senz’altro il più usato dall’utente medio: www.etimo.it), sia il Pianigiani, anno 1907, a inquadrare il quale è sufficiente l’opinione di Giuliano Bonfante: quanto all’«esecrando Vocabolario etimologico del Pianigiani […], è inutile osservare che contiene sciocchezze, perché non contiene altro». Ecco un bel caso, anzi un brutto caso in cui il web non sostituisce la biblioteca, o non dovrebbe.

Ultimo arrivato (2010) è L’etimologico, edito da Le Monnier e compilato da Alberto Nocentini con la collaborazione di Alessandro Parenti. Ora, nei dizionari le etimologie vengono illustrate in qualche riga, mezza colonna al massimo. Ma dietro un’etimologia un po’ complessa o un po’ controversa sta spesso un enorme lavoro di scavo: la fatica di cui dicevo all’inizio. In che consiste, come si fa questo lavoro, lo si impara leggendo un libro appena uscito dello stesso Parenti, Parole e storie. Si tratta di otto saggi dedicati all’etimologia di parole decisamente strane: arzigogolo, calmiere, cibreo, cottimo, gherminella, quarquonia, scangeo, spigolistro. Parole strane o inusuali, che – scrive Parenti – si collocano «in zone periferiche del lessico italiano», e appartengono soprattutto alle sue varianti espressive, popolari, gergali, e perciò affiorano tardi nella documentazione, al termine di percorsi tortuosi che sta appunto all’intelligenza e alla dottrina dell’etimologista ricostruire.

Perché tortuosi? Perché le parole cambiano forma nel tempo, fino ad essere irriconoscibili: chi direbbe che garbo e calibro vengono entrambe, ma per vie diverse, dall’arabo qālib ‘forma per le scarpe’? E perché le parole cambiano significato, ovvero la stessa parola designa, a distanza di anni o di secoli, cose tra loro assai differenti. La gherminella era, in origine, un gioco per bambini o per cerretani, che si faceva adoperando una fettuccia e un bastoncino (vermenella); poi per metonimia è diventata sinonimo di ‘imbroglio’. Più difficile: prima di significare, ma nella sola Firenze, ‘alterco, confusione’, la parola scangeo designava un rumoroso gioco di società, l’iscangè, dal turco işkence, che vuol dire ‘tormento’.

A descriverlo così, questo potrebbe essere il più erudito e arido degli esercizi: e s’intende che la ricerca delle etimologie, e la spiegazione delle etimologie, ha la sua parte di noia, perché si tratta soprattutto di sfogliare dizionari e di leggere testi, testi che non sono la Commedia di Dante o il Canzoniere di Petrarca ma opere un po’ più – diciamo – periferiche come la Canzona de’ Lanzi di bagattelle di Guglielmo detto il Giuggiola o gli Statuti duecenteschi della città di Pisa. Letture non proprio tentanti, si direbbe. Ma c’è un rimedio, anzi due.

Il primo è che fare bene la storia di una parola significa fare la storia di molte altre cose collegate con quella parola. Parenti si esprime con modestia su questo punto: «Qui l’etimologia è vista essenzialmente come un problema linguistico, che si risolve in primo luogo attraverso dati linguistici e che però, essendo le parole un prodotto anche storico, in molti casi richiede che ci si avvalga, in modo decisivo, anche dei dati storici». È una giusta riserva, la riserva del tecnico della lingua che si tiene stretto ai dati e rifugge dalla retorica dell’‘affresco storico’. Ma è un fatto che, leggendo per esempio il saggio sulla parola spigolistro, s’imparano molte cose interessanti sulle sette spirituali del primo Trecento, e soprattutto s’impara a interrogare le fonti che ne parlano.

Il secondo rimedio è la scrittura, e qui non è questione di metodo ma di talento individuale. Parlare per venti pagine dell’etimologia della parola quarquonia tenendo desta l’attenzione anche del lettore non specialista: è difficile immaginare un compito più arduo. Se Parenti ci riesce non è perché conosce molto bene ciò di cui parla (l’università è piena di specialisti illeggibili) ma perché possiede uno stile, o meglio ha stile: affronta i problemi col rigore del competente ma lo fa con la levità e l’ironia che uno si aspetterebbe di trovare non in uno studioso di linguistica ma in un umorista. Parole e storie è un libro che, oltre a insegnare molte cose interessanti, fa anche sorridere, e a volte (per esempio quando, p. 119, trattando di scangeo, Parenti chiama in causa il suo passato di scout: «Lo stesso scrivente, nel suo non troppo rimpianto passato di giovane esploratore, si è trovato molte volte impegnato in una versione un po’ più morbida dello stesso gioco, armato non di una cinghia, bensì del fisciù arrotolato che ogni scout è fiero di portare al collo…») a volte fa proprio ridere. Per un serissimo saggio di etimologia, non saprei formulare elogio più alto.