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Ma io volevo solo leggere!

di Giuseppe Sciortino

[Corriere della Sera di Bologna, 5 gennaio 2013]


È difficile sottrarsi alla tentazione di formulare qualche proposito per il nuovo anno. Un collega, quando mi ha chiamato per farmi gli auguri, mi ha detto che il suo proposito per il 2013 è «scrivere di meno, leggere di più». La mia prima tentazione è stata naturalmente quella di marcare le differenze: lui vive in uno di quegli atenei dove quello che produci conta qualcosa, publish or perish come dicono loro. Io vivo in Italia, dove, come dimostreranno le prossime abilitazioni nazionali, è facilissimo scrivere assai poco oppure affidare i propri sbrodoloni ad editori che sono poco più che tipografie prezzolate.

Cominciare l’anno nuovo deprecando, tuttavia, è male per il proprio karma. Mi trovo quindi a riflettere maggiormente sulla parte in positivo, che mi sembra assai azzeccata. Molti e misteriosi sono i percorsi che portano alla carriera universitaria. Ma quando ho scelto d’intraprenderla, non so se per incoscienza o per supponenza, sapevo perfettamente perché volevo farlo: perché mi piaceva leggere. La vita accademica mi appariva abbastanza semplice: leggi libri e riviste, parli di quello che hai letto, scopri che devi leggere qualcos’altro, raccogli e analizzi informazioni che meritano di essere lette, formuli i tuoi risultati in forme tali da poterle fare leggere ad altri. In più, insegni ad alcuni giovani brufolosi a fare la stessa cosa, introducendoli all’interpretazione autentica del mito della caverna: c’è un mondo fatto di esperienze snervanti, imperfette e noiose dove abitano i tuoi parenti, i tuoi vicini di casa (e, ahimè, anche un sacco di colleghi e studenti). Per fortuna, tuttavia, questo mondo imperfetto e noioso è solo il maligno riflesso del mondo perfetto e affascinante che si trova  tra le pagine di qualunque cosa possa essere letta (incluso il mio kindle). Gli unici esseri umani interessanti sono quelli ispirati a qualche personaggio. Come ha scritto un gran lettore, Joe Queenan, nel suo ultimo libro sui libri, «Coloro che amano leggere non lo fanno per informarsi, per imparare, per migliorare sé stessi. Non lo fanno per passare il tempo. Lo fanno per potersi trasferire in un mondo che valga maggiormente la pena, dove non odiano il proprio lavoro, i propri familiari, il proprio governo, le proprie vite». Parole sacrosante, che riporto naturalmente solo in quanto nessuna delle mie figlie potrà oggi leggere questa rubrica.

Una volta, la carriera universitaria era soprattutto un modo per praticare questa scappatoia a tempo pieno. Adesso non più, o almeno non necessariamente. Troppi progetti, troppe riunioni, troppe telefonate, troppe email. Ripensando all’anno trascorso, mi sono accorto che ci sono stati giorni, per quanto pochi, in cui non ho letto praticamente un rigo. Meglio che adotti anch’io il proposito del mio amico.