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Vite non esattamente smart

di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 9 dicembre 2012]

Giorni fa mi è capitato di assistere a una conferenza dal titolo Ambienti smart. L’ingegnere informatico che la teneva ha mostrato per un’ora certi prodigi tecnologici che – ha spiegato – sono disponibili già adesso, questione di mesi e verranno commercializzati anche a prezzi ragionevoli. Nel video di presentazione c’era una casa con vetrate che si oscurano a seconda delle ore del giorno, e fornelli della cucina su cui è possibile proiettare delle foto, «perché nella casa del futuro ogni superficie potrà essere uno schermo». E su uno di questi schermi casalinghi potremo vedere la faccia dei nostri parenti in America, quasi come averli nella stanza. E il frigorifero scarterà automaticamente i prodotti scaduti, e la lavatrice riconoscerà i tessuti impostando automaticamente la temperatura, la dose di detersivo, il timer. È stato uno spettacolo affascinante, euforizzante, e alla fine tutti i presenti, me compreso, erano contagiati dalla solare joie de vivre dei protagonisti del video, i fortunati abitanti di una casa con i vetri auto-oscuranti e il videotelefono sulla tazza del water. Soltanto ore più tardi, da solo (perché la folla trascina), ho pensato che non per essere luddisti, davvero no, ma cose del genere non è che abbiano questa grande importanza, non è che c’entrino poi molto con la felicità o col benessere, e che i veri problemi sono di una natura completamente diversa, e soprattutto sono più semplici, e perciò più difficili da risolvere, e che tutto questo scialo di smartness alla fine è anche (non solo, ma anche) una distrazione, un parlare d’altro. Io, faccio per dire, non ho neanche il microonde, e sto da papa.

Il libro di Günter Wallraff Notizie dal migliore dei mondi (ed. L’Orma 2012) è un buon antidoto alla smartness perché parla appunto di problemi veri, semplici e, probabilmente, insolubili. Wallraff è il giornalista tedesco che negli anni Ottanta si è travestito da turco e ha vissuto da turco in Germania raccontando poi la sua esperienza in un libro che ha fatto epoca, Faccia da turco. In Notizie dal migliore dei mondi torna a travestirsi: nel primo capitolo da immigrato africano, per testare non veramente la tolleranza – una parola che andrebbe usata il meno possibile – ma l’umanità dei tedeschi (i tedeschi, a maggioranza, non passano il test); nel secondo capitolo da barbone, per vedere che effetto fa dormire a quindici gradi sottozero su un marciapiedi di Colonia; nel terzo capitolo da impiegato in un call center, per capire come funzionano le truffe delle lotterie telefoniche e come insensibilmente, lavorando lì dentro, ci si trasformi in vermi. Gli ultimi due capitoli, pur interessanti (si parla del lavoro semi-schiavile nei ristoranti di lusso e degli ospedali psichiatrici), sono più convenzionali.

In un’intervista che si trova su YouTube, Wallraff spiega perché fa quello che fa: «Credo che il mondo immaginato da Orwell sia finito con la dittatura di Stalin, e questo è un bene. Ma quello che si profila oggi è il mondo immaginato da Aldous Huxley in A Brave New World: il mondo della sottomissione volontaria, in cui l’industria del divertimento fa sì che la gente non rifletta sui propri problemi e su quelli della società, e in cui i vincoli di solidarietà nel mondo del lavoro vengono spezzati». Questa può non essere un’osservazione particolarmente originale, ma è un’osservazione corretta, e Wallraff ha il merito – che è di pochi, specie tra i giornalisti – di saper reagire nel modo giusto a questo nuovo mondo huxleyano: guardandolo da vicino senza farsi distrarre da tutta la luccicante irrealtà che ci scaraventa addosso l’infotainment. Wallraff è bravo, anche se forse non tanto bravo quanto Barbara Ehrenreich, che una decina d’anni fa ha scritto il capolavoro del genere, Una paga da fame (Nickel and Dimed), dopo aver vissuto per mesi lavorando al minimo sindacale, e senza copertura sanitaria, come cameriera, donna delle pulizie, commessa di grande magazzino. La Ehrenreich è un’accademica prestata al giornalismo d’inchiesta: nel suo libro la riflessione prevale sulla descrizione, il reportage scolora nel saggio. Wallraff è un giornalista-giornalista, è più asciutto e più crudo. D’altra parte, se uno deve raccontare delle truffe telefoniche ai danni dei pensionati o delle notti passate al gelo in mezzo ai barboni non ha nessun bisogno di filosofare, descrive e basta.

I reportages di Wallraff si leggono con quella leggera accelerazione del battito cardiaco che danno di solito i romanzi gialli. Non per la suspense ma per un insieme di ragioni diverse: perché le cose e le persone di cui parla Wallraff fanno orrore; perché si sente come l’urgenza di smettere di leggere e alzarsi, fare qualcosa; perché ci si rende conto che in realtà quello che Wallraff racconta lo sappiamo già, è tutto quasi ovvio, tutto in piena luce, abbiamo semplicemente deciso di ignorarlo per non aggiungere un’altra razione d’ansia alla nostra ansia quotidiana: meglio concentrarsi sugli ambienti smart. E soprattutto (soprattutto) perché ogni pagina ci pone, implicitamente, sempre la stessa domanda: cosa faremmo noi? Affitteremmo una stanza di casa nostra a un immigrato africano? Denunceremmo l’azienda per la quale lavoriamo, se ci accorgessimo che raggira i suoi clienti? Ospiteremmo a casa nostra il barbone che sta congelando? (Questa è più facile: l’abbiamo mai fatto? Ci apprestiamo a farlo, in questo inverno precoce?).

I libri della Ehrenreich e di Wallraff si chiudono con l’augurio di un mondo più giusto. Nella Erhrenreich è, per così dire, un annuncio poetico, senza vera attinenza coi fatti: «Un giorno – e non farò previsioni esatte su quando questo accadrà – i poveri si stancheranno di ricevere così poco per il loro lavoro, e pretenderanno di essere pagati per quanto valgono. Quel giorno ci sarà molta rabbia, e scioperi, e sommosse, ma non sarà la fine del mondo, e alla fine staremo meglio tutti quanti». In Wallraff l’appello al cambiamento è solo un po’ più concreto: «Durante i miei viaggi attraverso la Germania mi ha sempre confortato incontrare persone che non hanno perso la speranza nella possibilità di un’alternativa, né il coraggio di lottare per realizzarla». Un finale del genere lascia intendere che nel mondo ci sono i buoni e ci sono i cattivi, e che basterebbe un po’ più di buona volontà e ragione da parte dei cattivi (o un po’ di violenza da parte dei buoni) per rimettere le cose a posto, e togliere la croce di dosso a immigrati, operatori di call center, donne di servizio, senzatetto. Come se la condotta del tifoso razzista, o della piccolo-borghese che non affitta a immigrati, o del direttore di call center, o del ristoratore aguzzino fosse, oltre che crudele, anche irrazionale. Ma non lo è.