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Le eliminatorie

di Bartolomeo Pinasco


Entrare in una scuola mi dà sempre disagio, come entrare in un ospedale. Oggi c’è il test di ammissione al concorso a cattedra: una ragione di più. Sono in una zona di Genova, in cui non ero mai capitato: la collina davanti al terminal traghetti. Marciapiedi stretti, curve in salita, palazzoni popolari. La scuola occupa tutto un lato di una piazza ordinata: è un edificio vecchio, ma rinfrescato di recente. Fa una bella impressione. Salgo i gradini di marmo, spingo il portone. Tante voci, rumore. Assiepate davanti a un banchetto, solo donne. Sono almeno una trentina: candidate, mie simili, mie sorelle. L’organizzazione è impeccabile. Vengo indirizzato nell’aula giusta. Entro, mi registro, mi siedo alla postazione. Sono appena le undici: mezz’ora di anticipo, perché l’ansia non mi dà scampo. Ora posso guardarmi intorno.

Ognuno crede di essere più intelligente e di sembrare più giovane (e più magro) di quanto non sia. Nell’aula, oltre a me, quattordici donne. Ho trentacinque anni e mi pare di essere il più giovane. Siamo vestiti tutti in modo abbastanza sciatto. Tutti meno una signora di quarantacinque anni. Parrucchiere fresco, trucco leggero, cosce sottili (dieta e palestra costante), stivali, jeans eleganti, golfino blu. Al dito porta una vera spessa e brillante: o si è sposata il mese scorso o se l’è fatta lucidare da poco. Siccome amo gli stereotipi, sono sicuro che abiti ad Albaro o a Castelletto (se siete di Genova mi capite) e che il marito guadagni mica male. Magari, invece, è solo meno sbulinata di me, che non mi faccio la barba da quattro giorni con la scusa che mi si irrita la pelle. Il mio piumino con il cappuccio a penzoloni scivola dallo schienale della sedia e spazza per terra. Dopo una decina di minuti arriva un altro candidato: calvo, con la barba corta e rossa. Anche lui ha qualche anno più di me.

Ad accoglierci in aula ci sono due uomini. Quello più disinvolto assomiglia in modo sconcertante a Toni Servillo, almeno di profilo. Sopra i jeans indossa una maglia di tuta in acetato: o è un prof. di ginnastica o è un assistente di laboratorio. Ho trentacinque anni, penso di averne ventisette, ma in questo laboratorio di informatica regredisco a quando ne avevo sedici: mi suona nelle orecchie la voce di Enrico (non lo vedo dalla maturità e non mi manca): allude a Toni e mi dice “è troppo un grande… gli ho fregato una siga”.

Toni avverte che durante la prova non si può andare in bagno e quindi di approfittarne adesso. Mi scappa la pipì, ma non voglio andare a farla. Sarebbe una pipì trasparente come l’acqua: quella pipì che mi conferma che anche il mio corpo ha paura. Devo fingere di essere tranquillo per convincermi di esserlo. Ma le mie reni, la mia vescica vanno per conto loro. Mi vergogno di avere paura: mi vergogno di giocarmi qui, in questo modo, un bel pezzo di autostima.

Davanti agli occhi ho lo schermo, un mouse e un foglio bianco siglato. Forse ho voglia di parlare con la mia compagna di banco, forse no. Se non le parlo, posso far finta di non essere davvero in quest’aula: non inseguo ancora il posto a scuola, non faccio parte della prima classe d’età tagliata fuori dal concorso del 1999 (tredici anni fa: quindici chili di meno e pochissimi capelli bianchi), non sono un abilitato del quinto ciclo SSIS, non sono stato supplente per un paio d’anni, non sono scivolato indietro in graduatoria. Non sono io in quest’aula.

Per la mia classe di concorso ci sono quattro posti in tutta la Liguria. Mi sono iscritto perché – come diceva mia nonna comprando il biglietto della lotteria di Capodanno – “non si sa mai”. Non so nemmeno se uno dei posti sia in provincia di Genova. Come sempre, non so quasi niente di quello che riguarda la scuola: uno di quei quattro posti non me lo merito, è vero. Del resto, la situazione dell’accesso al ruolo (alla cattedra: al posto fisso) mi sembra inemendabile. O verrà emendata quando ormai non mi riguarderà più direttamente.

La mia vicina mi chiede qualcosa, non saprei dire cosa, e iniziamo a parlare. Ha 47 anni e una figlia di tre: il viso è senza trucco, le rughe sono scavate e un po’ mi impressionano (penserà lo stesso di me?). È laureata in biologia (o forse in farmacia, non ricordo): si presenta per la classe di concorso di matematica e scienze alle scuole medie. Non sa perché è qui: me lo ripete due volte. (Mentre aspettavo il bus e poi lungo il tragitto, io me lo sono ripetuto venti volte). Aggiunge: “bisognerebbe andare all’estero”. Per la verità lei all’estero c’è stata: tre anni in Australia. Poi è tornata: “è tutto troppo diverso”. Le mancava la cultura, la storia: “forse sono troppo romantica”. A parte la natura non c’è altro e “anche la natura è molto diversa”: ci sono gli squali, i serpenti. “Non è come andare in gita sul monte di Portofino” le dico. Dopo essersi laureata, ha avuto un contratto al CNR: ha preso a giugno lo stipendio dei primi sei mesi dell’anno. “Bisogna non avere fretta” sorrido. Di ritorno dall’Australia è passata a una multinazionale farmaceutica: viaggiava molto per lavoro. Poi è nata la bambina e così ha dovuto abbandonare: non riesce più a fare la vita di prima. Se passa il test, mi dice, è un problema: “devo iniziare a studiare per gli scritti. Saranno cose didattiche e io non ho mai insegnato. Non so mica perché sono qui”.

Il test preliminare consiste in cinquanta domande a risposta chiusa (cioè a crocette: una sola è esatta) da completare in cinquanta minuti. Ci si può allenare: sul sito del ministero ci sono settanta moduli che raccolgono tutte le domande da cui verranno estratte quelle dell’esame. Non esiste punteggio: o promossi o bocciati. Più facile del test per la patente, dove ciascuna risposta può essere vera o falsa, e quindi non si va per esclusione. Il mio compagno di classe Cristiano, che ha già diciotto anni (io ne ho ancora diciassette: siamo in quarta liceo), per esercitarsi ha completato due volte il libro con tutte le domande: ha fatto comunque quattro errori e lo abbiamo preso per il culo a sangue. Il padre gli ha regalato una Punto blu.

Negli ultimi tre giorni mi sono preparato anche io. Ho fatto, credo, una quindicina di moduli. Il punteggio per passare è trentacinque: non sono mai sceso sotto quarantadue. Trentacinque mi pare un punteggio incredibilmente basso. Giurerei che questo test preliminare escluderà solo il 10% dei candidati: sarà quindi solo una perdita di tempo e denaro. Tra qualche ora scoprirò che, come al solito, non capisco niente. I bocciati saranno circa i due terzi. La mattina dopo leggerò che c’è già un ricorso pronto.

Prima di iniziare il test, bisogna identificarsi con i propri dati (nome, cognome, codice fiscale, data e luogo di nascita). Siamo in sedici in aula. Due signore hanno problemi. Quella alla mia sinistra non riesce a inserire il luogo di nascita: Toni la aiuta a selezionare due volte Palermo (provincia e comune), ma il computer dà errore. Ha sbagliato il codice fiscale: si è dimenticata la lettera finale.

Arrivano le 11.30. Intanto che “aspettiamo ancora due minuti, caso mai qualcuno si fosse perso per le scale” (gli iscritti sono diciotto), il collega di Toni ci dà qualche indicazione. La signora di Palermo chiede che cosa stia succedendo al suo pc: è partito il salvaschermo e non sa che fare. Allungo una mano e muovo il mouse: mi guarda grata e soddisfatta.

Si inizia. Prima domanda. In un mazzo da 52 carte che probabilità ho di pescare una carta NON di cuori (il “non” è maiuscolo in tutti i test)? Poso la penna sulla carta, scrivo cinquantadue; alzo la testa e guardo sullo schermo le risposte possibili. Vedo davanti a me un mazzo con due jolly, uno nero e uno rosso, e mi chiedo: “un jolly rosso può essere di cuori?”. Trovo prudente passare alla domanda successiva. Si tratta di risolvere l’equazione: ? + ? + ? = ? + X, con ? = 5. Una professoressa di Rapallo – la “Repubblica” di Genova la indica con nome e cognome – sosterrà di non essere passata perché “le domande di matematica erano troppo complicate”. Deve aver avuto sfortuna. (Se lei è “professoressa”, allora lo sono anche io. Ma mi faccia il piacere).

Alla fine dei cinquanta minuti, Toni inserisce una chiavetta usb in ogni pc, salva i dati, li processa e dà il responso. Ha iniziato dalla parte opposta dell’aula: sarò terzultimo. Mentre recupero la mia cartella vicino alla cattedra, sento un po’ di gazzarra (“ragazzi, cos’è questa gazzarra?!”: prof. di filo e storia, quinta liceo). Mi guardo intorno. Un paio di candidate sono già state bocciate: una scritta rossa occupa lo schermo della loro postazione. Si crea un capannello che di pc in pc si ingrossa e che, seguendo Toni, guarda i risultati altrui. Prima di arrivare a me, altre due vengono bocciate. Una di loro dice: “del resto, mentre mi esercitavo, non ho mai superato i venti punti”. La bella di Albaro (o Castelletto) non passa. Non è che mi dispiaccia: ma è uno di quei sentimenti per cui mi disapprovo con sdegno. Toni si avvicina al mio banco: indosso il mio sguardo più tranquillo e distaccato. La mamma romantica supera il test: forse sarebbe gentile farle le congratulazioni, ma intorno ci sono anche le signore che sono state bocciate e mi imbarazzo. Toni si siede davanti al mio pc. Fingo indifferenza. In realtà ho paura. Quando mi comunica il risultato, quando vedo la scritta sullo schermo, le mie gambe vibrano, vibrano a lungo e non so come fermarle. Mi avvicino alla porta dell’aula e chiedo “possiamo uscire?” (“prof., consegno la versione, posso andare in bagno?” ho diciassette anni e quella è la peggior versione di latino che abbia mai fatto). Esco. Chissà il punteggio della donna nata a Palermo in provincia di Palermo…

Il mezzogiorno è un telo celeste senza nubi. Fra nemmeno tre ore il sole sarà fiacco, ma adesso Genova brilla di luce calda. Mentre aspetto il bus, una donna dal viso tirato mangia patatine fritte. Infila la mano avida nel sacchetto e sgranocchia. Dopo averle finite, si ciuccia le dita. Sale sul bus insieme a me. Alle mie spalle il porto antico. Davanti sfilano negozi cinesi, brutti ceffi sudamericani, bancarelle sgangherate: da un chiosco pende un’enorme bandiera americana stinta. Ho già scritto il risultato a mia moglie. Mia madre mi ha detto di farle sapere, ma non voglio telefonarle mentre sono per strada (“mamma, è andato bene il compito di mate, mi sento di averlo fatto bene”). Quindici anni fa un vecchio prete mi insegnò che non bisogna imbarazzarsi per la gioia orgogliosa della propria madre e che, anzi, bisogna essere contenti di farla inorgoglire. Non mi ha insegnato altro, ma ce n’è d’avanzo. Guardo l’angiporto e provo a immaginare com’era negli anni Cinquanta e Sessanta, quando ci passava mio padre (“tutte quelle officinette…”). Attirano la mia attenzione gli stivali di una donna in piedi di fronte a me: sono neri, di pelle lucida nella parte bassa e scamosciata in quella alta. Jeans blu scoloriti, un piumino marrone scuro. È la donna delle patatine: solo in quel momento mi viene in mente che anche lei era nell’atrio della scuola e ha fatto il test. La guardo in viso: lacrime silenziose le colano lungo le guance. Ha la bocca arcuata verso il basso e il labbro inferiore sporgente, come i bimbi quando piangono. Piega le labbra fra i denti, cercando un contegno che non riesce a trovare. Lacrime senza singhiozzi, su un bus affollato. Ha mani spesse, quasi gonfie, capelli in disordine, unghie rosicchiate. Gli occhi sono rossi e senza pace.