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La selezione innaturale degli insegnanti

di Giuseppe Belotti


Il Ministero di Babele: pratica

Il problema di come selezionare gli insegnanti è quanto mai aperto. Lo stesso Ministero della Pubblica Istruzione ha dimostrato di avere le idee confuse. Concorsi pubblici o percorso professionale? Il quesito sembra porre di fronte all’alternativa fra l’insegnante non formato ma vincitore di concorso e l’insegnante formato ma non vincitore di concorso. La Costituzione prescrive a riguardo un “esame di stato per l’abilitazione all’esercizio professionale”. La fonte è autorevole e suscita rispetto. Ma questo in genere si limita ad accettare in linea teorica quanto smentito dai fatti. Dal 1999 non s’è vista l’ombra di un concorso fino al 2012. Tredici anni in cui gli aspiranti docenti hanno seguito un cursus honorum fatto di corsi abilitanti e scuole di specializzazione culminante in un esame di Stato. Sono entrati in seguito a far parte delle graduatorie aspettando il ruolo per scorrimento. Hanno maturato anni di esperienza e garantito con le loro supplenze il regolare funzionamento della scuola pubblica.

In seguito la politica ha perso di vista il fine per cui il percorso professionalizzante era nato. Esso doveva garantire personale docente pronto, formato e immediatamente utilizzabile la cui consistenza veniva tarata sull’effettiva disponibilità delle cattedre. E’ successo invece che lo Stato ha formato un numero di docenti nettamente maggiore di quello realmente necessario, stipandoli nelle rispettive graduatorie senza intervenire con adeguati provvedimenti a tutela del precariato. Inoltre, ora che questo ha raggiunto proporzioni insostenibili, abbandona il sistema di formazione professionalizzante mettendo a concorso 11.542 ruoli.

Ci si domanda: se esiste personale qualificato e perdipiù in esubero perché bandire un concorso al quale partecipano in larga parte candidati privi del percorso professionale e dell’esperienza richiesti?

A meno che il Ministero abbia improvvisamente capito che al fine di insegnare nella scuola pubblica professionalità ed esperienza non contino nulla non esistono spiegazioni logiche. Quel che esiste e sul serio è un esercito di precari con anni di esperienza e un esame di Stato al seguito che non valgono niente.

Il Ministero di Babele: teoria

Il problema più generale si riassume con una domanda: come selezionare i docenti migliori? Il quesito si fonda su due pilastri mai messi in dubbio. Che esistano insegnanti più bravi di altri insegnanti e che questo sia dimostrabile scientificamente.

Prima di misurare la qualità dell’insegnamento occorre definirlo: cosa significa “insegnare”? Trattasi di scienza pedagogica o di arte? La domanda non è banale e la risposta più equilibrata è che esso sia una mescolanza di scienza ed arte, contenuto e forma, logos e pathos. Transitando fra due o più persone non può essere autoreferenziale e deve prevedere un’unità di misura dei suoi effetti. Il metodo sperimentale della scienza moderna formula ipotesi, verifica la loro attendibilità in laboratorio e conferma o corregge le ipotesi originarie. E’ un metodo che giudica la valenza di una teoria dalle sue conseguenze pratiche, dai suoi effetti. La “prova di realtà” è imprescindibile.

Vista la natura transitiva dell’insegnamento l’effetto si misura sull’intero insieme che ne costituisce il contesto, ossia l’insieme docente-discente. Quindi per valutare la qualità di un insegnante sarebbe opportuno misurare gli effetti del suo lavoro sugli studenti, effetti che riguardano propriamente tutta la sfera umana nella sua complessità.

Attribuire ruoli tramite la procedura del concorso pubblico significa giudicare la qualità dei docenti in linea teorica, senza alcuna verifica “sul campo” del proprio valore, decretando che il processo d’insegnamento in realtà non sia transitivo e non coinvolga gli studenti. Questi si ritrovano esclusi da qualsiasi valutazione o considerazione e si vedono costretti ad accettare come un deus ex machina il proprio docente-formatore-educatore. Prescindere dalla “prova di realtà” è una grave lacuna selettiva che si ripercuote su tutto il processo di apprendimento a danno degli studenti come dei docenti. La capacità d’insegnare non si deduce dalla conoscenza della disciplina..

La procedura selettiva concorsuale si basa pertanto su questo poderoso atto di fede: la qualità di un insegnante si misura a prescindere dal suo lavoro. Questo presuppone che la pedagogia sia una scienza come la matematica e che formuli giudizi sintetici a priori. Con tutti i perentori corollari del caso. Che il processo di insegnamento-apprendimento sia un passatempo autistico del corpo docente, che gli studenti siano esclusivamente fruitori di contenuti, che un buon teorico sia anche un buon insegnante.

L’alternativa delle scuole di specializzazione all’insegnamento aveva il vantaggio di offrire, in mezzo a nozioni pedagogiche e a contenuti disciplinari, il banco di prova della pratica. Un tirocinio diretto all’interno di un’istituzione scolastica costituiva una “prova di realtà” importante per l’aspirante docente. Questa alternativa si basava sul presupposto che un insegnante dovesse essere “formato” attraverso un percorso professionalizzante, come avviene in qualsiasi altra professione.

Che l’insegnante sia un mestiere che possa fare chiunque allo stato brado è un’idea altamente offensiva vista l’importanza sociale che riveste in qualsiasi paese civile. Questa è l’idea veicolata dal nuovo concorso. Evitiamo poi ogni stupore a fronte della bassa considerazione riservata alla categoria.

Necessità della selezione

Per quanto scomodo selezionare è doveroso, se non altro per una questione di numeri: o si pratica l’illusione di massa aspettando che sia la realtà a selezionare oppure si applica una selezione di principio, cruda ma onesta. Per la seconda via serve coraggio. L’Italia ha battuto la prima.

Come selezionare?

In democrazia è scomodo ammettere il principio di autorità ma è necessario farlo. Alla fine c’è qualcuno che dice: “Sì sei adatto” oppure “No non sei adatto”. Anche chi si contende una cattedra arriverà al responso dell’oracolo. Dopo la Rivoluzione francese il principio d’autorità si è mimetizzato nell’astrazione della legge.

La legge dunque stabilisca criteri chiari e condivisi di selezione, ma nel farlo si lasci guidare dal buonsenso e dall’autorevolezza di chi incarna la cultura – niente più commissioni di incompetenti. Nelle Università dopo il triennio base dovrebbero istituirsi appositi corsi di laurea specializzanti all’insegnamento, a numero chiuso e tarati sulle effettive disponibilità di lavoro. Vi si accederebbe mediante un esame svolto in collaborazione con le istituzioni scolastiche locali che preveda sia la teoria che la “prova di realtà”.

E al termine del percorso un esame di Stato sancirebbe la professionalità del docente, il quale sarebbe pronto per un utilizzo immediato.

L’onestà delle Istituzioni si misura dal grado con cui queste mantengono le promesse. Anni di lucrosa perfidia mascherata da filantropia, promettendo una cattedra a tutti, ha portato a centinaia di migliaia di precari altamente qualificati e destinati alla disoccupazione: un crimine sociale.