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Il quizzone. Promosso

di Mariangela Caprara


E così è passata anche questa, la improponibile preselezione a quiz per il nuovo concorsone. Gli ammessi per la scuola secondaria di I grado sono stati il 48,5% dei candidati, mentre per la secondaria di II grado è passato il 45,0%; per la scuola dell’infanzia e la primaria i selezionati sono appena il 18,9% e il 22,9%, rispettivamente. Questa divaricazione è ricondotta dal Ministero alla differenza di competenze tra gli aspiranti ai diversi ordini di scuola; quindi, si conclude, i test erano confezionati in modo da premiare certe competenze.

I test in effetti hanno premiato molti, mentre hanno ferocemente respinto tanti altri. Io mi sono fatta un’idea di com’è andata, certo da una prospettiva molto personale, ma francamente mi sento di affermare che i quiz erano fatti bene, e hanno funzionato. Richiamiamo alla memoria la struttura del quiz: 18 domande di logica, 18 di comprensione linguistica, 7 di informatica e 7 di lingua straniera (a scelta fra inglese, francese, tedesco e spagnola). Il Ministero aveva reso note le domande che sarebbero state sottoposte, pur senza fornirne la soluzione; in internet comunque, sia a pagamento sia gratis, era possibile trovare anche le risposte corrette. Ci si poteva, quindi, mettere sotto e allenarsi a questo tipo di prova. Si poteva. Si doveva. Perché, credo, tutti quelli che si sono allenati seriamente, cioè per qualche ora al giorno, almeno per tre settimane, sono stati respinti solo per imponderabili incidenti che possiamo chiamare destino, o sfiga. La sfiga, peraltro, colpisce qualcuno in tutti i concorsi. Mi pare di poter dire, avendo osservato molti amici e parenti stretti di età compresa tra i 30 e il 50 anni alle prese con il quizzone, che la somma di quoziente intellettivo normale e serio allenamento (ripeto, serio) ha prodotto un risultato positivo.

Ora, sull’allenamento si può dire che è umiliante. Si può dire che non si può ingabbiare come un pollo in batteria il bravo docente precario, magari fornito di anni e anni di esperienza sul campo; né è decoroso costringere a quell’allenamento specialisti nei vari campi, delle lettere, delle scienze, che cercano un posto nella scuola anche perché non trovano un lavoro decente altrove, magari all’università. Si può dire. E però si deve dire anche un’altra cosa. Che proprio quell’umiliazione è un valore. Quel sapersi abbassare, o in termini più neutri, adattare, ha pagato. Saper svolgere un compito assegnato. La duttilità. Questa, secondo me, è la parola chiave per l’accesso al concorso, e quindi all’insegnamento. E io sono d’accordo. Sono d’accordo, perché, piaccia o non piaccia, il docente del terzo millennio non deve osare sottrarsi al cambiamento. Anzi, deve essere il primo motore del cambiamento. Non deve permettersi di pensare di aver conquistato, con le sue meravigliose e stabili nozioni disciplinari, un ruolo che interpreterà per anni alla stessa maniera. Basta. Ormai lo sappiamo tutti, che i professori fatti così si devono estinguere. Il sapere disciplinare è in discussione. Gli strumenti informatici non si devono più nemmeno discutere. Le lingue, uguale, e non per fare i fighetti che fanno lezione di filosofia in tedesco, o di fisica in inglese; uguale, perché sapere più di una lingua significa essere più duttili. La capacità di adattamento è una forma di intelligenza che un insegnante deve possedere come risorsa prioritaria anche perché il suo lavoro è un lavoro di relazioni. Non si vede bene il nesso tra il quizzone e le capacità relazionali? Guardate bene, c’è. L’umiltà dell’allenamento ai quiz di logica può diventare la stessa nell’ascolto degli alunni. Può, anzi, deve.

Dunque, anche se questa considerazione mi farà perdere qualche amico, io promuovo il quizzone. E ora, cari futuri colleghi, sotto con i saperi disciplinari. Noi già di ruolo vi aspettiamo a braccia aperte.