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Su “La via della dottrina” di Annalisa Andreoni

di Claudio Giunta


[Sul Domenicale del Sole 24 ore, 28 ottobre 2012]

Commentare Petrarca, leggere Dante in pubblico, tradurre la Poetica di Aristotele: si può immaginare una vita più riposata, un modo più placido di passare il tempo? Invece no. Chi oggi resta allibito di fronte alla violenza delle liti tra intellettuali, sui giornali e nei blog culturali, impara con un certo sollievo che questi sono sempre stati i costumi della categoria, e che le stesse cose succedevano, o peggio, nella Firenze di metà Cinquecento.

Per più di vent’anni, Benedetto Varchi ebbe un ruolo di grande rilievo all’interno dell’Accademia Fiorentina, vi lesse Dante e Petrarca, ne fu console per un semestre, come usava, nel 1545. Il bel libro di Annalisa Andreoni La via della dottrina ripercorre questa parte centrale della vita di Varchi concentrandosi sulle sue lezioni accademiche, sul contesto nel quale queste lezioni cadevano e sui tormentati rapporti che Varchi intrattenne coi suoi colleghi in Accademia.

Questi rapporti, da soli, darebbero materia per un romanzo, o per una bella biografia romanzata di quelle oggi in voga, o per una mini-serie su Rai Uno. Perché Varchi – repubblicano, esule a Padova da poco rientrato a Firenze grazie al favore di Cosimo de’ Medici – non era amato da tutti, e perché i fatti della cultura, ancorché remoti (ci si accapigliava su Dante e Petrarca), venivano presi terribilmente sul serio: e non solo per gusto antiquario, o per dare una patente di legittimità alle proprie invidie e ai propri narcisismi, ma anche per la volontà, che non è eccessivo chiamare militante, di fissare delle regole, dei criteri per la letteratura del presente nonché (se si pensa alla trisecolare durata del modello classicista) per quella del futuro. Dunque non piacque, a una parte dei letterati fiorentini, la devozione di Varchi per Pietro Bembo e per le sue tesi linguistiche (mentre Bembo pensava che la lingua letteraria italiana dovesse modellarsi su quella di Petrarca e Boccaccio, i suoi avversari difendevano il fiorentino vivo); e non piacquero certe sue idee filosofiche che alcuni giudicarono poco ortodosse. E, spunto prezioso per la mini-serie TV, anche la nomea di pederasta non giovò molto alla sua causa. Varchi si difese e contrattaccò da signore con una lezione pubblica sull’invidia (1546), ma prima i suoi nemici trovarono il modo di farlo incarcerare con la falsa accusa di aver stuprato una ragazzina. Bembo dovette intercedere presso Cosimo, Cosimo si degnò, Varchi si salvò pagando una multa.

Sarebbe un errore pensare che queste faccende stessero a cuore soltanto a una piccola cerchia di intellettuali. L’Accademia Fiorentina aveva sì una componente esoterica: durante le sedute a porte chiuse, riservate ai dotti, si discuteva delle questioni più sottili, di filosofia o di lingua, e alla difesa e illustrazione della lingua italiana si dedicherà specificamente, dal 1582, l’Accademia della Crusca, nata dall’iniziativa di un gruppo di accademici fiorentini. Ma c’era anche una componente essoterica. Alla lezione inaugurale di Francesco Verino su Dante, nella Sala del Papa di Santa Maria Novella, ci fu – ricorda un cronista – «tanto concorso di popolo che fu cosa incredibile»; e anche più tardi, quando l’entusiasmo scemò, molti comuni cittadini ebbero spesso l’occasione di assistere alle lezioni pubbliche tenute, a turno, da ciascuno degli accademici. L’Accademia era insomma, per abusare di categorie moderne, insieme un centro di divulgazione e una mini-università (di fatto la sua attività finirà per integrarsi a quella dello Studio fiorentino).

In questo contesto, nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta, Varchi lavora su più fronti: traduce in volgare Aristotele, Seneca, il De consolatione di Boezio; raccoglie in due volumi i suoi Sonetti; pubblica alcune delle sue lezioni accademiche dedicate a Dante e a Petrarca; lavora all’Hercolano, pubblicato postumo nel 1570, e alla Storia fiorentina commissionatagli da Cosimo, che non andrà in stampa se non nel 1721. In passato, e soprattutto nel solco di un giudizio molto limitativo dato da Croce («il Varchi, così celebre e autorevole al suo tempo, suole suscitarmi un sentimento di estraneità ed antipatia»), questa versatilità è stata presa come indizio di una cultura e di un intelletto superficiali. Ma a torto, come mostra questo lavoro della Andreoni. In particolare, le lezioni accademiche spiccano nella saggistica letteraria del Cinquecento per almeno due ragioni.

Da un lato, Varchi mostra di avere a cuore più di ogni altro suo contemporaneo il problema del volgare come lingua della scienza e della filosofia. Per questa via, attraverso le traduzioni e i commenti ai classici latini e greci, egli diede un contributo non secondario al consolidarsi di un lessico intellettuale italiano, e realizzò un programma divulgativo che per serietà e lungimiranza merita di essere paragonato a quello del Convivio dantesco: «Ed io per me non ho dubbio che in processo di tempo, non ostante la novità della lingua e la contrarietà non meno delle persone che dei tempi, s’abbiano a vedere o tutte o gran parte delle scienze nella lingua toscana felicissimamente o tradotte o trattate; alla qual cosa fare non ho io né coll’opre mancato, in quel poco che per me s’è potuto, né colle parole, in confortare e inanimire gli altri».

Dall’altro lato, Varchi diede alla pratica di quella che si è poi chiamata explication de texte una declinazione originale e carica di futuro, posto che nelle sue letture l’interpretazione letterale, grammaticale, è solo un preambolo, a volte quasi un pretesto, all’approfondimento scientifico e filosofico: Varchi parla di cose e concetti più che di parole. Quest’idea oraziana della doppia funzione dell’arte – dilettare e insegnare insieme – non era certo nuova se riferita alla Commedia, la cui lettura pubblica, sin dalla cattedra dantesca istituita per Boccaccio, era intesa «tanto alla correzione dei vizi quanto all’acquisto delle virtù». Ma Varchi la rielabora ad un superiore livello di dottrina (la famigliarità con Aristotele risalta anche nel commento ai poeti volgari) e, con qualche forzatura, arriva persino ad applicarla al Decameron: «Che credete volesse fare il Boccaccio nel Cento novelle, se non scoprire le frodi del mondo? Credete che dicesse il vero de’ frati per odio c’havesse particolare con loro o per far ridere?». Non che, da esperto linguista, trascuri l’analisi verbale e stilistica, al contrario: leggendo il canto XXV del Purgatorio, per esempio, collaziona stampe e manoscritti per verificare la giusta lezione, e alla fine si dichiara insoddisfatto, e lancia l’idea di un’edizione critica della Commedia. Ma, a differenza di molti suoi colleghi, non è un pedante, e non dimentica il contenuto di pensiero dei testi che legge. All’allievo Carlo Strozzi raccomanda: «Circa la grammatica, per l’amor di Dio, non v’impacciate con grammatici, che non è peggio al mondo». Che è un’esagerazione, ma – in un ambiente in cui ci si scannava per decidere se si dovesse scrivere lo mi vieta o me lo vieta – un’esagerazione comprensibile, perdonabile, forse neanche un’esagerazione.

Annalisa Andreoni, La via della dottrina. Le lezioni accademiche di Benedetto Varchi, Pisa, ETS 2012.