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Wikipedia e la ‘tradizione aperta’

di Claudio Lagomarsini

Tra i fenomeni della cultura testuale contemporanea nessun processo – nessuna struttura – è tanto profondamente “medievale” quanto Wikipedia. Se un qualsiasi copista poteva prendersi la libertà di riscrivere o aggiornare parti più o meno ampie del Trésor di Brunetto Latini, tanto più (e talora con meno competenze) un redattore anonimo di Wikipedia può rimaneggiare interi periodi di una voce scritta da un altrettanto sconosciuto autore. Quando utilizzo Wikipedia (spesso, devo ammettere), cerco di tener ben presente che ciò che sto leggendo, mentre lo sto leggendo, mi sfugge: il testo che mi è dato in quel momento è il risultato di una stratificazione d’interventi disomogenei (ed anzi, mentre leggo, l’ennesimo redattore starà già riscrivendo frasi che ho sotto gli occhi). Più o meno – per quel che riguarda il movimento che è già stato – è la stessa cosa che cerco di tenere a mente quando leggo un testo medievale in uno dei manoscritti che lo tramandano.

La celebre Wikipedia, «l’enciclopedia libera» fondata nel 2001, ha giustamente attirato l’interesse degli scienziati e degli intellettuali (non dei medievisti, a quanto ne so), soprattutto in merito al suo paradosso più macroscopico: il plusvalore di un’enciclopedia creata e gestita dai suoi lettori-utenti – numero esorbitante di voci, gratuità, aggiornamento costante – da quali garanzie è bilanciato in termini di affidabilità? Come può il sistema proteggersi da un utente burlone (o semplicemente ignorante o anche in malafede) che modifica ed àltera una voce in modo dove più dove meno evidente?

Il problema dell’affidabilità di Wikipedia è stato, ed è ancora, fortemente dibattuto nella comunità scientifica: un articolo di Jim Giles, Internet encyclopedias go head to head, «Nature», n° 438/770, 2005, pp. 900-1, ha reso noti i risultati di un test di peer-reviewing comparativo da cui sarebbe emerso l’alto livello di accuratezza, vicino a quello dell’Encyclopaedia Britannica, offerto dagli articoli di argomento scientifico di Wikipedia. È seguìta una risposta ufficiale da parte della redazione della più autorevole enciclopedia del mondo anglofono*, che ha messo in dubbio i metodi di valutazione impiegati nel test. Quindi è stata la volta di un contro-editoriale di «Nature» (n° 220/582, 2006), dov’è stata ribadita la bontà dei risultati presentati. Su una scia analoga è intervenuto, in modo decisamente più divertente, Umberto Eco, che, sul tema della reliability, ha fatto notare alcune inesattezze e notizie inventate di sana pianta scovate nella voce di Wikipedia che lo concerne (U. Eco, Ho sposato Wikipedia, «l’Espresso», 4/9/09).

Un’altra branca del dibattito ha riguardato le implicazioni pratiche e quotidiane del fenomeno, responsabile di aver rivoluzionato, in particolare, il mondo della didattica: elaborati scritti, ricerche, tesi e tesine degli studenti d’ogni ordine e grado sono influenzate, nel migliore dei casi (“copia-incollate”, nel peggiore), dall’imprescindibile Wikipedia, che, dopo le enciclopedie tradizionali, ha surclassato anche gran parte degli altri strumenti di “sostegno” offerti dalla Rete (come i siti italiani <studenti.it>, <tifaccioicompiti.com>, l’anglosassone <www.homeworkmarket.com> o il classico internazionale «Yahoo! Answers», <answes.yahoo.com>). Resta minor spazio di manovra per compiti ed esercizi di matematica o fisica, come anche per temi d’italiano o versioni di latino e affini (ma per quest’ultima categoria esistono sezioni apposite nei siti citati), mentre per il riassunto dettagliato di un libro non letto durante l’estate o per la ricerca sulle tombe etrusche o anche per la tesina su Kant da esporre agli orali dell’Esame di Stato, si va a colpo sicuro. E se siamo d’accordo che la Scuola e l’Università hanno un problema con Wikipedia, parliamo soprattutto della didattica delle scienze morbide.

Le cronache dell’ultimo decennio sono ricchissime di esempi in questo senso: mi limito a ricordare il caso limite di un dipartimento di Storia del Middlebury College, nel Vermont, che – in seguito all’ennesimo episodio di “errore di gruppo” diffuso nei compitini degli studenti – si è visto costretto a far proibire ufficialmente dai docenti le citazioni da Wikipedia negli elaborati scritti (Noham Cohen, A History Department Bans Citing Wikipedia as a Research Source, «The New York Times», 21/2/07). La reazione apparentemente accomodante che, dopo il divieto di Middlebury, fu consegnata ai media da Jimmy Wales – uno dei fondatori di Wikipedia – tocca esattamente il nervo scoperto della questione che vorrei affrontare: «In fondo – glissò Wales – stanno raccomandando proprio ciò che noi abbiamo consigliato: gli studenti non dovrebbero citare le enciclopedie. Spero che non citino neppure l’Encyclopaedia Britannica» [ibid., traduzione mia].

Che in una ricerca non si debbano citare le enciclopedie (perché mai?) è semplicemente una sciocchezza, che non riguarda la questione che voglio esaminare. Il punto che Wales sembra non cogliere è che l’Encyclopaedia Britannica mette a disposizione del lettore un testo. Wikipedia no. Allora, riformulando il divieto di Middlebury, potremmo dire: si dovrebbero citare solo i testi «fermi» (e magari accreditati…).

Non posso tornare qui su tutte le questioni che ho appena evocato né voglio soffermarmi sul più ampio fenomeno dell’«enciclopedismo» moderno (che appunto pone le proprie radici fra Tarda Antichità e Medioevo). Neppure analizzerò il portale parallelo «Nonciclopedia», che si offrirebbe a qualche riflessione non banale, essendo un caso unico di parodia di un’enciclopedia (o parodia dei suoi redattori, i cosiddetti Wikipediani, che spesso rispondono al cliché dell’erudito pignolo ed un po’ ottuso).

Vorrei invece analizzare questa fabbrica conoscitiva nelle stratificazioni diacroniche dei testi che la compongono. In altre parole: come nasce e si sviluppa una voce di Wikipedia? Che cosa accade ogni giorno nel dietro-le-quinte di questa straordinaria macchina culturale? Qual è, insomma, la vita di un organismo complesso come una voce dell’enciclopedia libera?

Come dicevo in apertura, tutta la struttura-Wikipedia è caratterizzata da un forte medievalismo. In prima istanza c’è l’anonimato. Le grandi enciclopedie moderne (anche digitali, come la fallimentare «Knol» <knol.google.com> o «Nupedia», la progenitrice peer-reviewed di Wikipedia) hanno fondato la propria credibilità (e vendibilità) sull’autorevolezza delle firme. Alcune voci siglate da autori insigni – in momenti o su argomenti significativi – hanno fatto storia come testi a sé, stigmatizzati o celebrati, ma comunque staccati dal collettore (penso al caso della voce “Fascismo”, firmata da Mussolini, ma in parte scritta da Gentile, per l’Enciclopedia Italiana del 1932). E tutta la cultura testuale moderna – fatta eccezione per ciclici rifugi nell’anonimato e nella pseudonimia (da quella, fiorentissima, del sec. XVIII fino al nostro Wu-Ming) – è dominata dalla nominalità dell’autore: io scrivo, io firmo. E invece gli utenti di Wikipedia sono quasi esclusivamente anonimi. O meglio si nascondono dietro lo pseudonimo di uno username (in questo senso il discorso sull’anonimato e la pseudonimia può essere esteso a tutta la Rete, dai forum alle sezioni dei commenti dei quotidiani online). Del resto, anche quando un autore medievale del sec. XII si nomina – poniamo che dica solo di chiamarsi «Turoldus», come si legge nell’ultimo verso della Chanson de Roland – che cosa sappiamo davvero di lui?

Perché, in definitiva, si dovrebbero dedicare tempo ed energia a scrivere un testo qualsiasi, impegnativo come una voce di enciclopedia, per poi firmarsi con un nome di fantasia (che, tra l’altro, non appare nemmeno nella pagina principale ma va ricercato nella cronologia degli interventi)? Le risposte che si potrebbero dare al quesito non saranno molto distanti da alcune di quelle che E.R. Curtius ha proposto per l’anonimato medievale (Letteratura europea e medioevo latino, Roma, La Nuova Italia, 1992). Forse il Wikipediano non si cela per modestia – come poteva fare un monaco irlandese del VII secolo – ma certo, come molti anonimi antichi e moderni, vuole evitare grane (talora le discussioni sulle modifiche di una voce sono piuttosto violente) o anche desidera mantenere uno spazio di intimità digitale separato dalla vita professionale: un ingegnere edile il cui nome venga cercato su «Google» non ha nessun interesse a far sapere a colleghi e clienti di aver scritto una voce su una band di musica elettronica degli anni ’80. Senza considerare che l’anonimato de-responsabilizza, favorendo al contempo la scrittura: chi non si deve firmare scrive con grande leggerezza, non sente l’esigenza di rileggersi o di curare lo stile né di verificare l’attendibilità di un’informazione.

È chiaro che l’aspetto dell’anonimato è strettamente legato alla mancata partecipazione di esperti o di accademici, come ha notato Larry Sanger, co-fondatore di Wikipedia, evidenziando le tendenze anti-elitiste degli utenti, incapaci, a suo dire, di accogliere e rispettare (o anche di non vandalizzare) i contributi degli addetti ai lavori che prendono parte alla stesura di una voce.

Altri aspetti dell’inconscio medievalismo che si potrebbero approfondire sono la «libertà» del testo (non solo non c’è copyright ma chiunque, come un copista-editore del Trecento, può riscrivere, tagliare, aggiungere), una tensione disordinata, cioè non programmatica, alla copertura di tutto lo scibile, con una certa mancanza di selezione (ad es. esiste una voce di quattro righe dedicata al dito mignolo…) e finanche l’organizzazione complessiva dell’enciclopedia, che non si consulta in ordine alfabetico ma dapprima accedendo ad una singola voce e poi eventualmente esplorando le categorie affini, per piccoli nuclei e nodi di conoscenza (che è il funzionamento, se vogliamo, delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia o del Trésor di Brunetto Latini, trattati enciclopedici organizzati per argomento e per cerchi concentrici di sapere).

Ma torniamo al problema di base che ci siamo posti: genesi e storia del testo. In termini filologici, la storia di una voce di Wikipedia è riconducibile ai meccanismi di quella che si chiama una «tradizione aperta» (o «orizzontale»). In modo molto schematico, a partire da un primo stadio del testo (T1) si hanno, in questo tipo di tradizione, una serie di versioni successive (T2, T3, …, Tn), che di volta in volta ritoccano (correggendo, glossando, fraintendendo, adeguando ad un nuovo sistema) lo stadio precedente. Un romanzo medievale in versi dedicato ad Alessandro Magno, il Roman d’Alexandre, è stato scritto originariamente in ottosillabi; poi riscritto in una versione decasillabica e successivamente adeguato al verso alessandrino (ogni fase, naturalmente, è stata accompagnata da revisioni più o meno decise della sostanza e della struttura). E quasi ogni testo medievale con una tradizione ampia ha avuto una versione lunga ed una versione breve, una “cortese” ed una “popolare”, una ciclica ed una non-ciclica, una con ed una senza interpolazioni. E tutto questo avviene sia quando c’è un “archetipo”, ovvero un nodo unitario cui tutta la tradizione rimonta, sia quando i piani alti della tradizione sono in movimento, come nel caso che stiamo vedendo,  con la possibilità di contatti orizzontali dove più dove meno complessi e razionalizzabili. Il rimaneggiatore medievale della versione “cortese” del testo può benissimo contaminarla con una sezione della versione “folclorica” (o, se ha un armarium ben fornito, con un’altra versione disponibile). Il redattore di Wikipedia del testo T3 può modificare T2 ma anche aprire la sezione Cronologia e riprendere T1 e contestualmente inserire alcuni riferimenti prelevati, diciamo, da Tes (la versione in castigliano della medesima voce).

Da ognuna di queste versioni può discendere una «tradizione verticale». Ritorniamo a Wikipedia: l’alunno X, incaricato di fare una tesina sulla Bolivia, trascriverà sul quaderno una parte della voce “Bolivia” che troverà il giorno 1 sul portale digitale. Due amichetti di X, Y e Z, copieranno il suo compito; il compagno di banco di Z, W, copierà a sua volta (e così via), e questi passaggi daranno luogo ad un ramo di tradizione discendente dalla versione 1. L’alunno K, invece, aprirà la stessa pagina nel giorno 3, attingendo ad una versione già rimaneggiata, diversa da quella cui fa capo il ramo di tradizione di X. L’esempio è irrealistico, ma, nella sostanza, schematizza ciò che verosimilmente accade tra i veri fruitori di Wikipedia – ad es. altri siti internet, gestiti da umani o da sistemi automatici – che quotidianamente attingono estratti più o meno ampi (o anche singole informazioni: in che dipartimento amministrativo si trova la tale città francese? in che anno è stata fondata la tale azienda?) dall’una o dall’altra voce, che viene poi rilanciata da un terzo soggetto, e poi da un quarto, etc.

Un errore di T1 può propagarsi fino a T100 (ed oltre) prima che qualcuno se ne renda conto e lo corregga, traendo in inganno tutti gli utenti non avvertiti che hanno attinto alle versioni intermedie. La cosa sarà particolarmente rilevante quando l’utente di Wikipedia è, poniamo, un giornalista oppure l’addetto stampa di un sottosegretario. E questo aspetto è significativo anche quando la voce riguarda, ad esempio, un uomo politico, le cui gesta saranno state scritte dai sostenitori, modificate dagli oppositori, guastate da un buontempone, ri-corrette da un ammiratore, precisate dall’ufficio stampa del politico, …, e così via. Qualcuno ricorderà l’imbarazzo di Ségolène Royale, che, solo dopo aver raccontato con mielosa perizia un bell’apologo tratto dalla biografia di tale Léon-Robert de L’Astran, naturalista del sec. XVIII, dovette smentirsi in un successivo comunicato, rendendosi conto che la voce di Wikipedia sul presunto anti-schiavista settecentesco era totalmente inventata dall’inizio alla fine (Stefano Montefiori, La gaffe di Ségolène Royale: cita un personaggio inventato su Wikipedia, «Corriere della Sera», 11/6/10).

Comunque, per Wikipedia, dovremo parlare di una tradizione non solo aperta ma anche, come dicevo, anonima (o pseudonima). Diverso sarebbe il caso dei rimaneggiamenti d’autore (di cui si occupa la «filologia d’autore», appunto). In quel tipo di tradizione orizzontale è impossibile (o difficilissimo) che la seconda o terza redazione fraintendano o trivializzino la prima (è sempre lo stesso autore che riscrive se stesso) o che si introducano gravi errori, incoerenze ed inesattezze.

Come accade per le tradizioni antiche e medievali, il sistema è ciclicamente bilanciato fra entropia e ricodificazione. A partire dal testo T1 vengono introdotte alcune modifiche, che in parte possono migliorare il testo di partenza (correggendone dei refusi o arricchendolo di dettagli) ed in parte lo rendono meno coerente: un secondo autore, infatti, sovrappone al sistema del primo nuove informazioni – potenzialmente contraddittorie, eventualmente esposte in modo inefficace – ed impiega un sistema linguistico (sintattico, stilistico, etc.) diverso da T1. Quando, attraverso molti passaggi, si arriva ad un testo vistosamente incoerente e difficilmente leggibile (o anche non rispettoso dei criteri redazionali adottati ad un certo punto dalla comunità), si rende necessario un intervento radicale di riscrittura, operato da un’unica mano armonizzatrice, che taglia, sistema, aggiusta. Poi si riparte daccapo, con modifiche e aggiunte, fino ad una nuova crisi di sistema. Qualcosa di analogo si osserva per tradizioni (soprattutto verticali) di testi medievali: si procede con successive stratificazioni di errori ed innovazioni, finché il livello di entropia è tale da richiedere un rifacimento più deciso o anche il taglio di una parte di testo ormai del tutto corrotta dalla tradizione. Oppure, nel caso di tradizioni con sviluppo orizzontale, può verificarsi che ad un certo punto entri in uso una nuova forma metrica associata ad un certo genere letterario (come nel caso dell’Alexandre) cosicché il vecchio testo viene riscritto e ricodificato secondo i nuovi canoni formali.

Devo precisare che in un almeno un aspetto, invece, Wikipedia non è del tutto sovrapponibile alle tradizioni medievali: essendo queste ultime tradizioni manoscritte, ogni stadio del testo deve ricopiare lo stadio precedente anche nelle parti che non intende variare, con la possibilità di introdurre un numero di errori (lacune, ripetizioni, travisamenti varii) incredibilmente più ampio. Il Wikipediano, per parte sua, lascia inalterata gran parte del testo della precedente versione – che non deve copiare daccapo – ed interviene per modificare una zona ben specifica. In parte, quindi, è del tutto passivo ed in parte è senz’altro attivo.

Passiamo a due esempi concreti. Esaminiamo dapprima il caso di una tradizione tendenzialmente quiescente e statica: l’interesse degli utenti è scarso, la voce è di carattere letterario e non è di grande popolarità o attualità, cosicché gli interventi (che richiederebbero comunque conoscenze specifiche non immediatamente disponibili a qualsiasi Wikipediano) sono limitati nel numero e nella consistenza. Per molti anni i fruitori di Wikipedia avranno a disposizione un testo che è rimasto invariato, nel bene e nel male, rispetto alla stesura di partenza.

Si prenda la voce italiana “Lancillotto in prosa”. Interessante è già la scelta del lemma (la spiegheremo subito), che non è relativo, come potrebbe sembrare a chi frequenta questo genere di testi, al romanzo noto come Lancelot propre, bensì all’intero ciclo di cinque romanzi in antico-francese (di cui il Lancelot è appunto il nucleo centrale) che gli studiosi designano preferibilmente come ciclo del Lancelot-Graal, o anche come Vulgate.

La passività della tradizione testuale di questa voce risulta subito evidente dalla mancanza della caratteristica struttura annidata che, nel corso dei ritocchi, le voci principali di Wikipedia tendono ad assumere. Verificando nella sezione “Visualizza cronologia” ricaviamo che si sono avvicendate, ad oggi, 23 versioni successive – poche (pochissime) rispetto al numero di interventi che conoscono voci anche di media attività. Anzi, sfrondando un po’ l’elenco, emerge che le versioni effettive sono tre (dopo quella iniziale una versione di tre anni più tardi, con qualche ritocco inessenziale, ed infine la correzione puntuale di una svista più insidiosa). Una decina di interventi sono dovuti ai bot di Wikipedia (automi informatici che inseriscono link tra le pagine, per alimentare e potenziare la rete); i restanti ritocchi “umani” sono semplici aggiustamenti redazionali: aggiunta di una categoria, modifica o aggiornamento di un link, correzioni di refusi, adeguamenti della sintassi informatica.

La primissima versione (dovuta ad un volenteroso utente che evocativamente si è chiamato “Moongateclimber”) è in parte una traduzione ed in parte un copia-incolla della voce inglese “Prose Lancelot” (e si spiega quindi anche il titolo ricalcato dall’italiano, v. sopra). Lo stesso autore, dopo aver pubblicato una versione ibrida italiano-inglese (ore 11.40), ha sùbito fornito la traduzione delle parti in inglese passivamente incollate (ore 11.50). Ma nel passaggio dalla fonte alla traduzione è significativa almeno l’aggiunta seguente:

Rispetto alle opere precedenti, [il Lancillotto in prosa] ha una struttura narrativa più vicina al romanzo moderno, in cui diverse vicende si sviluppano in parallelo e si intrecciano. Le ragioni di questo allontanarsi dalla linearità tipica delle opere non solo arturiane dell’Alto Medioevo è forse da attribuirsi anche alla transizione che si ebbe proprio ai primi del XIII secolo dalla scrittura su tavolette di cera (con “bella copia” finale sulla costosa pergamena) alla più maneggevole carta, che verosimilmente facilitava agli autori il compito di tenere sotto controllo l’evoluzione della trama del loro racconto, e di conseguenza permetteva loro di “osare di più” nella costruzione dell’intreccio.

Le versioni successive mantengono inalterata questa parte della voce; il riferimento alla carta è assente nella voce inglese in tutto il suo sviluppo cronologico e l’autore italiano non cita nessun riferimento per avvalorare la propria (interessante) deduzione sulla cultura materiale degli autori di romanzi in prosa del Duecento. Ma credo che qui l’interpolatore tenga presente – per lettura diretta o mediata da una “tradizione orale” universitaria – il bel saggio di Martín de Riquer, Il romanzo in prosa e la diffusione della carta (ora in A. Stussi, La critica del testo, Bologna, Il Mulino, 1985, pp. 239-250). Aldilà dell’inserzione cólta, emerge qualche banalizzazione, ad es.: attribuire una “tipica linearità” ai romanzi, in versi e in prosa, che precedono il ciclo del Lancelot-Graal è discutibile, se non falso; il riferimento all’Alto Medioevo è fuori luogo in questo contesto; l’ultimo periodo, di stile piuttosto colloquiale, trivializza la complessità delle implicazioni teoriche chiamate in causa da M. de Riquer.

Le versioni dei sei anni successivi (2006-2012), come dicevo, non toccano questo brano né segnalano il bisogno di citare una fonte (che è uno degli interventi tipici dei Wikipediani: il testo viene evidenziato in rosa e accompagnato dall’indicazione “Citazione necessaria”). Come ho anticipato, la versione primitiva di Moongateclimber (traduzione+interpolazione) è stata minimamente rivista in due successive occasioni. Vediamo gli interventi del primo revisore (banali adeguamenti nella traduzione dei titoli dei romanzi, l’ultimo addirittura arcaizzante… ma allora perché non Inchiesta del San Gradale, come per l’antico volgarizzamento toscano?):

[Versioni a confronto: 3/3/06 (utente: “Moongateclimber”) > 6/3/08  (utente: “Maitland”)]

Storia del Graal (Estoire del Saint Graal) > Storia del Santo Graal (Estoire del Saint Graal)

– Merlino (Estoire de Merlin) > Storia di Merlino (Estoire de Merlin)

– La ricerca del Graal (Quest del Saint Grail) [sic] > La cerca del Santo Graal (Quest del Saint Graal) [sic]

Ad un ultimo intervento redazionale (data: 1/6/09, utente: “Phantomas”) si deve la correzione di un anglicismo superstite (Quest del Saint Grail > corr. Queste del Saint Graal) ereditato dalla versione inglese: «The Quest del Saint Grail (Quest for the Holy Grail)». Detto questo, la tradizione testuale della voce dedicata al Lancelot-Graal appare consolidata e, per il momento, ferma. Si è creata una vulgata, insomma. Prevedibilmente, molte tesine di studenti in Lettere che hanno sostenuto in questi sei anni un esame di Filologia romanza sul famoso ciclo arturiano avranno letto ed utilizzato una medesima versione.

Sarà interessante, poi, vedere il caso di una voce di Wikipedia prevedibilmente attiva (fino a potersi dire esplosiva). Scegliamo, sapendo a priori di pescare bene, il lemma “A.S. Roma” (la squadra di calcio, naturalmente). La voce è molto lunga ed articolata, con una struttura annidata in 17 paragrafi principali, e quasi ogni riga è accompagnata da note e riferimenti. Il controllo della cronologia elenca ad oggi 498 redazioni successive (con interventi di oltre 100 utenti: molti umani, pochi bot). Oltre agli aggiornamenti continui – la rosa dei titolari, gli acquisti, i risultati conseguiti – la tradizione orizzontale del testo è costantemente tesa tra entropia, volontaria e non, e controllo. Un utente cancella, l’altro ripristina; uno cambia e l’altro annulla. Soltanto alcune modifiche vengono accettate dalla comunità, dando luogo ad un’effettiva nuova versione. Ogni settimana, per un piccolo dettaglio o per sezioni più ampie, il testo cambia.

E si verificano fatti – che sarebbero impossibili nel caso di una voce neutra e inattuale come “Lancillotto in prosa” – che, pur ponendosi in margine alla tradizione, la connotano con forza. Ad esempio, un utente – che saggiamente nasconde il proprio nome dietro ad un muto indirizzo IP – nel maggio 2012 ha sostituito il lemma “A.S. Roma” con (absit iniuria verbis) “Rommerdisti fate schifo!!!!”. Il parallelo può far sorridere, ma non posso non pensare ad un manoscritto pisano del Guiron le courtois (conservato a Venezia, Bibl. Naz. Marciana, fr. IX) sul margine del quale un lettore di fine Duecento o inizio Trecento, probabilmente genovese, ha scritto: «Esti soun stati li malvasi cam Pisan smargarizay ch’àno le boxie qui sono in esto libro» (“Sono stati quei malvagi cani sbattezzati dei Pisani che hanno [hanno scritto?] le bugie che si trovano in questo libro”). Un clima da post-battaglia della Meloria (1284), non molto diverso dalla partecipazione del tifoso laziale (o anti-romanista) che abbiamo visto all’opera. E dirò anche che il manoscritto in questione presenta una redazione rimaneggiata, come ci si aspetta, appunto, in un’atmosfera di fruizione interessata ed appassionata delle “bugie” del testo.

È davvero notevole – se queste mie considerazioni sono almeno in parte corrette – che culture testuali tra loro distanti nel tempo, nello spazio e nelle realizzazioni materiali, quando si trovano in determinate condizioni (anonimato, mancanza di vincoli dall’alto, percezione di libertà nei confronti del testo recepito, …) tendano ad attuare procedimenti simili. Mi pare anche un esempio significativo di come lo studio di cose apparentemente astruse, come sembrano o sono i testi medievali, possa invece contribuire a rispondere al problema di fondo che tutte le scienze umane si pongono: perché l’uomo ragiona e si comporta in un determinato modo? Quali sono le strutture profonde che, di secolo in secolo, continuano a governarlo e ad informarlo? E quali mezzi abbiamo per descriverle?