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Un ordinario stato d’eccezione

di Claudio Giunta


[In una versione più breve sul Domenicale del Sole 24 ore, 17 giugno 2012]

Come tutti sanno, l’Italia non dà il suo meglio nell’ordinaria amministrazione (dove son buoni tutti) ma nelle emergenze, quando invece di una grigia, insapore affidabilità occorre il nostro garibaldino Eroismo. Come nel caso della Costa Concordia, per fare un esempio. O come nel caso del penultimo terremoto, quando L’Aquila 1 non era ancora crollata e già si lavorava, nottetempo, alla costruzione di L’Aquila 2. I problemi cominciano quando lo stato di emergenza s’incancrenisce a tal punto da diventare ordinaria amministrazione. Molte delle biblioteche italiane, e quasi tutte le biblioteche universitarie che conosco, si trovano in questa non piacevole situazione.

La scorsa settimana la sede centrale della Biblioteca Universitaria di Pisa ha chiuso i battenti «a tempo indeterminato» a causa di problemi strutturali che il recente terremoto ha aggravato e reso più allarmanti, ma che evidentemente preesistevano al terremoto. Il danno è evidente. Si tratta della biblioteca più grande della città, una città che ha un numero esorbitante di studenti, moltissimi libri sparsi in molti indirizzi diversi e nessuna vera grande biblioteca che possa contenere insieme gli studenti e i libri (Pisa è un caso di scuola: come non far diventare un campus universitario una città che è, per così dire, un campus universitario naturale). La scorsa settimana ha chiuso anche Palazzo Maldura, la sede della biblioteca della facoltà di Lettere di Padova: anche qui, rischi strutturali, anche qui preesistenti al terremoto, ma che il terremoto ha reso non più ignorabili. E anche qui il danno è evidente: è probabile che si stoccheranno in magazzini fuori città alcuni chilometri di libri, e alla riapertura la biblioteca si troverà ad essere più povera e meno funzionale.

Si capisce che chiudere bisogna, se c’è pericolo. E si capisce che l’Italia è, nella sua ricchezza, svantaggiata: i nostri palazzi storici non sono stati costruiti per contenere centinaia di migliaia di volumi. Ma se è scusabile l’emergenza, non è scusabile l’ordinaria amministrazione che non ha fatto fronte per tempo a queste prevedibili difficoltà.

Che i grandi atenei, passati da poche migliaia a varie decina di migliaia di iscritti nel giro di trent’anni, avrebbero avuto bisogno di biblioteche più grandi, dunque di biblioteche nuove, era scontato (a Padova si parla da vent’anni di una nuova biblioteca di Lettere, ma il bando di gara è stato pubblicato solo all’inizio di quest’anno, e chissà se e quando questa biblioteca si farà). E che le nuove piccole università avrebbero avuto bisogno, innanzitutto, di biblioteche adeguate, anche questo non era difficile da immaginare. Ma si è ragionato così: perché spendere i soldi in biblioteche anziché, poniamo, in stipendi, dal momento che tra gli atenei italiani non c’è vera concorrenza, e dal momento che l’erogazione dei fondi ministeriali non tiene conto di dati come quelli relativi ai fondi per gli acquisti di libri e riviste, alle attrezzature informatiche, alla percentuale di scaffale aperto, agli orari di apertura, eccetera?

Il risultato è lo sfacelo attuale, uno sfacelo che si misura soprattutto nella carenza o nell’inadeguatezza degli spazi. Per fare un esempio (e non certo dei peggiori), la Biblioteca Umanistica dell’Università di Firenze è divisa in sette sedi distinte che stanno in sei punti diversi della città. Questo significa che se cerco il libro di Piaget Cibernetica e strutture operatorie del pensiero lo trovo alla Biblioteca di Psicologia, Via di San Salvi 12; se però voglio leggere la monografia di Graziella Morselli Dewey, Piaget, Husserl devo andare alla Biblioteca di Scienze della Formazione, Via Laura 48; e se per caso, dio non voglia, il libro della Morselli rinvia a un altro studio di Piaget, Il diritto all’educazione nel mondo attuale, questo lo trovo alla Biblioteca di Scienze Sociali, Via delle Pandette 2, dall’altra parte della città.

Questa dispersione non riguarda soltanto le biblioteche universitarie ma anche le biblioteche statali, e ha conseguenze gravi. Sono rare le biblioteche italiane aggiornate sulla bibliografia straniera: i libri e le riviste importanti che escono all’estero sono sempre di più, ed è difficile trovare un istituto che possa permettersi di tenere il passo. Sono rarissime le biblioteche che restano aperte la sera, perché costa troppo (ovvero, perché i pochi soldi disponibili non possono essere adoperati per l’apertura serale): per tanti studenti fuori sede, che si dividono una stanza in un appartamento di periferia, l’alternativa è il pub, e non è una buona alternativa. Studiare d’estate, in Italia, è una pena. Gli orari d’apertura sono ulteriormente ridotti, l’aria condizionata è un miraggio: ectoplasmi in infradito si aggirano nelle sale in penombra. È curioso che nel paese delle mille biblioteche, nel paese degli immensi fondi storici delle Biblioteche Nazionali e della Vaticana, i miei colleghi storici e i miei colleghi latinisti migrino durante l’estate verso la British Library o la Bibliothèque Nationale o la Staatsbibliothek, e i più fortunati verso gli Stati Uniti. Così come è curioso, e desolante, che la storia dell’arte in Italia la si possa studiare seriamente quasi solo nelle biblioteche di istituzioni straniere come il Kunsthistorisches Institut di Firenze e alla Hertziana di Roma. Ed è curioso non solo perché fa un po’ ridere che per studiare il latino uno debba andare a Londra, ma anche perché i soldi che i miei colleghi ed io spendiamo quando andiamo a studiare all’estero potrebbero restare in Italia, e delle buone biblioteche – moderne, coibentate, aperte fino a mezzanotte – potrebbero attrarre in Italia gli studiosi stranieri, proprio come fanno le grandi biblioteche straniere. Il nostro senso di inferiorità nei confronti delle scienze dure ci fa dimenticare un po’ troppo spesso che possedere una buona percentuale del patrimonio artistico mondiale implica anche il fatto che migliaia e migliaia di persone in tutto il mondo amano, conoscono e studiano la letteratura, la storia, l’arte, la filosofia, la lingua italiana. Trattare male queste persone non è solo una vergogna, è uno spreco. Non si tratta – come suona la sciocca formula corrente – di ‘investire nei beni culturali’: si tratta di usare in maniera sensata il patrimonio che abbiamo, un patrimonio di cose e di persone, e questo vuole dire coltivare non solo il pubblico dei turisti curiosi ma anche quello dei conoscitori interessati.

D’altra parte, una nuova biblioteca può essere un investimento fruttuoso per un intero quartiere o per un piccolo centro, specie se si riesce a fare in modo che la biblioteca non venga vista dalla cittadinanza come un corpo estraneo, un patrimonio che riguarda solo studenti e professori, ma come un bene comune. Una visita alla splendida biblioteca San Giorgio di Pistoia è, da questo punto di vista, molto istruttiva, perché questa biblioteca ha tangibilmente migliorato la vita della città. La nuova Biblioteca Civica di Torino e la BEIC di Milano avrebbero avuto certamente lo stesso effetto, solo che, dopo anni di discussioni e concorsi, sono ancora allo stadio di progetti: si è preferito investire altrove, ma dubito molto che si sia investito meglio.

Dal canto loro, è chiaro che le biblioteche universitarie pongono problemi diversi: per le loro dimensioni e per gli utenti a cui si rivolgono. Al di là dei casi singoli, anche virtuosi (come la biblioteca dell’Università di Milano Bicocca, dove c’è una gestione unitaria dei servizi tecnici e l’accorpamento delle sedi in un’unica grande sede centrale, con risparmio di denaro per il contribuente e risparmio di tempo e fatica per gli utenti), mi pare che l’intero modello sia da ripensare. Gli edifici storici non bastano più: bisogna costruire, o bisogna (come a Pistoia) recuperare spazi, meglio se in centro città, che possano diventare biblioteche davvero funzionali: l’altana di un palazzo del Seicento poteva andare bene fino agli anni Cinquanta, adesso non più. S’intende che spese del genere, responsabilità del genere, non possono competere soltanto agli atenei: servono accordi con gli enti locali e con sponsor intelligenti, e serve, innanzitutto, un uso accorto dei pochi soldi di cui potremo disporre in futuro. Sarebbe bene non disperderli in circenses che non lasciano traccia se non nelle cronache dei quotidiani (mostre smandrappate, congressi pletorici, festival demenziali) ma concentrarli in pochi luoghi strategici che durano nel tempo, le biblioteche innanzitutto. Una buona ordinaria amministrazione: e forse i futuri terremoti non ci coglieranno così impreparati.