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Mio figlio dottore

di Giuseppe Sciortino


[Corriere di Bologna, 24 maggio 2012]

Dei gusti non si discute. Qualcuno dovrebbe riuscire a spiegarlo alle mie figlie, che non perdono occasione per sottolineare che i miei sono scadenti. Non apprezzo l’uso costante delle scarpe da ginnastica rigorosamente slacciate e risulto insensibile alla profondità culturale di No puede ser, la serie TV venezuelana che costituisce il metro di tutto ciò che nella vita è buono e giusto.

Ogni tanto, ho il sospetto che abbiano ragione loro. Come spiegare altrimenti il fascino che provo per le vicende di Renzo Bossi, detto dai suoi stessi familiari (con la crudeltà che solo un familiare può avere) il Trota? Non bisogna essere Manzoni per sapere che gli italiani adorano deridere i potenti solo quando questi sono caduti in disgrazia. Io sono invece sensibile al fascino tragico della sua vita, dove scorgo un’epifania dei complessi rapporti tra società italiana e sistema universitario.

Vediamola così. Il fondatore di una ditta di grande successo si rende conto che il figlio non è particolarmente sveglio né versato per qualunque professione a base cognitiva. Decide quindi, cosa c’è di più italico?, di inserirlo nell’organico aziendale, forse a malincuore, forse speranzoso. Nel mio fantasticare, immagino la madre insistere cena dopo cena, sino a sfinirlo, affinché non sia troppo duro e conceda al figlio sfortunato quei simboli di status – la macchina, le ragazze, la visibilità televisiva – senza i quali si sentirebbe umiliato. I dirigenti dell’azienda, per non irritare il proprietario, abbozzano. Poi tutto crolla, perché il destino non è solo virtù, ma anche fortuna. Meno furbo dei tanti altri, il poveretto è persino costretto a dimettersi.

Il dettaglio affascinante è la spasmodica ricerca da parte del Trota di un titolo universitario, a qualunque condizione. Aveva già tutto ciò che i miei studenti ritengono costituire il successo, eppure sentiva la mancanza della laurea. Cosa vale conquistare il mondo se non si può essere chiamati dottore? E questo nonostante l’azienda familiare fosse specializzata nella produzione di populismo, un bene perfettamente compatibile con l’assenza di titoli di studio elevati. Nel resto del mondo, il Trota avrebbe rivendicato tale assenza come un titolo d’orgoglio, prova della sua natura popolana e popolare. Il Trota invece ha inseguito una laurea sino a uno sconosciuto ateneo  albanese.

Dal che si imparano tre cose. Che le famiglie italiane attribuiscono un peso spropositato e quasi fanatico alla laurea; che quello che identificano con la laurea non sono le competenze, ma il pezzo di carta. E che le tanto disprezzate università italiane, persino le più scalcinate, comunque un po’ di rigore evidentemente lo mantengono. Forse è poco per conferire al Trota una laurea ad honorem, ma almeno abbastanza per guardarlo con tenerezza.