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Su “America amore” di Alberto Arbasino

di Niccolo Scaffai

[Alias, 7 maggio 2011]

Si racconta che quando Bernard Berenson, arrivando a New York via mare, scorse i primi grattacieli di Manhattan li paragonò alle torri medievali di San Gimignano. Quel confronto è ormai buono oggi solo per i turisti americani sulla rotta Firenze-Siena. Ma, nel secolo scorso, di quel paragone si erano serviti sia Borgese nel suo Atlante americano (1936) sia Emilio Cecchi in America amara (1939): due autori e due libri cui si affianca di prammatica il Soldati di America primo amore (1935). È questa la trilogia degli antenati primonovecenteschi che la critica ha legittimamente evocato a proposito dell’ultimo, colossale e affascinante volume di Alberto Arbasino (America amore, Milano, Adelphi, pp. 867, euro 19, 00). Del resto, lo studiato richiamo soprattutto al titolo di Cecchi non lasciava scampo, proiettando già il lettore nel sistema citatorio che caratterizza la vertiginosa retorica di Arbasino: «Tanti europei si saranno magari anche chiesti più di una volta qual è allora la verità su questo paese, se è America Amara o America Amore, se non è tutte e due insieme».

Una retorica in cui risalta proprio l’arte del confronto; ma non si tratta, se non esteriormente, di similitudini come quella tra Manhattan e San Gimignano, destinate bene o male a ridurre a un comune denominatore illustrans e illustrandum. Alla didascalia Arbasino sostituisce spesso il paradosso, così che i due termini di paragone non convergono in una vera somiglianza ma si rifrangono nelle molteplici, impertinenti sfaccettature che movimentano la cultura e lo spirito dell’osservatore. La sede del «Monitor» di Boston, per esempio, ha « la facciata a colonne imponentissima […] degli uffici governativi e delle banche – tempio greco tutto-granito – ma appena entrati si capisce che naturalmente è la cattedrale di Torcello, con le cripte, i mosaici, e tutto». Proprio così: naturalmente. Allo stesso modo, il Municipio di Beverly Hills è un’«Alhambra fra magnolie fiorite, con anche del Positano e dello Stupinigi. Dentro, una biblioteca uguale al cinema Odeon di Milano».

I confronti non si limitano alle architetture, ma coinvolgono anche le persone, meglio se raffigurate in un (auto)ritratto collettivo, creato stavolta per esaltare più le differenze che le affinità: «Questi autori americani sono molto diversi dai nostri; e quelli alcolici, tutti uguali fra di loro. Cerco d’immaginare delle analogie, quando [Kerouac] racconta: per esempio, io con Sanguineti oppure con Testori, che andiamo a trovare Ottieri oppure La Capria, e lì invece di parlare del Gruppo 63 ci tiriamo dei pugni per giocare, e a un tratto giù i calzoni, e poi fuori le bottiglie, e poi giocare a dadi fino all’alba con Parise…». A figurarsi una situazione del genere c’è da morir dal ridere. E così deve essere.  In primo luogo perché America amara, come molta parte dell’opera di Arbasino, è spesso straordinariamente ironica (come di rado lo è la nostra letteratura contemporanea e come non lo sono stati gli ‘americanofili’ novecenteschi: da Pavese e Vittorini a Cecchi e Soldati, appunto). In secondo luogo perché, se volessimo sforzarci un po’ a studiare con l’ausilio di Bergson un passaggio come quello citato, troveremmo delle chiavi di lettura per avvicinarci ad America amore. Se è vero per esempio che «è comico ogni incidente che attira la nostra attenzione sul fisico di una persona quando dovremmo badare solo al morale di essa» (capitolo primo del Riso), possiamo pensare che uno dei segreti dell’ironia di Arbasino stia nella sua capacità di portare un affondo proprio dove non ce lo aspetteremmo.

Così, mentre badiamo ai Grandi Personaggi che si affollano nel carnet dello scrittore, questi ci ricorda che è sua l’avventura, che è lui il raffinato picaro protagonista della schidionata di incontri che si succedono nel libro. (L’Arbasino di America amore non è solo un intervistatore né propriamente un reporter; neppure il confronto con altri scrittori-giornalisti in missione all’estero – per esempio il Montale di Fuori di casa – è davvero appropriato). Tanti e tali quegli incontri che, se non li sapessimo veri, li attribuiremmo a un precoce esperimento di non fiction o magari, guardando indietro, ai mémoires sette-ottocenteschi (il Da Ponte ‘americano’?) o a un romanzo-confessione esplosi al contatto con l’atmosfera del XX secolo: non è Arbasino un ottuagenario che racconta la sua avventura?

L’avventura, in questo caso, comincia nel 1959, quando Arbasino arriva in America con una borsa di studio per seguire i seminari estivi di International Affairs tenuti da Kissinger ad Harvard. Poco meno che trentenne, l’aspirante diplomatico (ma già autore delle Piccole vacanze e dell’Anonimo Lombardo) scrive i suoi pezzi sugli Stati Uniti per inviarli al «Mondo», al «Corriere d’Informazione», all’«Espresso» e ad altre importanti testate. Lo scrittore viaggia anche lungo la West Coast e, negli anni, scrive a più riprese di letteratura, cinema, teatro americani. Quei materiali, rielaborati e in parte aggiornati, rifluiscono in questo libro del 2011 che accoglie ampie selezioni da Grazie per le magnifiche rose (1965), Off-Off (1968), Sessanta posizioni (1971).

Eppure, non una nota informa su date e circostanze di composizione o pubblicazione dei testi. Oltre che a dare unità al ‘racconto’ americano di Arbasino, l’espediente crea un effetto di presenza continuata e ininterrotta. Il presente è appunto il tempo verbale dominante in un libro che non sembra il frutto di un’esperienza conclusa, ma la cronaca di un’epoca a cui il narratore non ha cessato di appartenere. Per questo il lettore, più che dentro a un’enciclopedia dell’America del Novecento, si sente trasportato nel mezzo di un party brillantissimo con ospiti geniali. Certo, quell’America non c’è più (e Lower Manhattan oggi è meno squallida di come la troviamo qui descritta): sono scomparsi Edmund Wilson, cui Arbasino dedica pagine tra le più importanti del libro; sono scomparsi Hemingway e Mary McCarthy e tutti i maggiori. Chi è rimasto, come Philip Roth, scrive ormai da anni troppi libri non belli. Arbasino lo sa eccome, ma non indulge quasi mai al necrologio culturale.

L’ottuagenario di oggi entra sì in relazione dialettica con il più giovane se stesso dei soggiorni americani, ma la distanza storica conta meno del ‘qui’ e dell’‘ora’, conta meno dei fenomeni registrati in presa diretta. La forma volentieri adottata per dar conto di quei fenomeni è l’enumerazione più o meno caotica, un’antica passione di Arbasino, fervido compilatore di elenchi in tempi non sospetti (vedi già Le piccole vacanze e poi Super-Eliogabalo). D’altra parte, tra i libri sacri della letteratura americana non c’è forse Leaves of Grass, momunentale raccolta di cataloghi e di nomi?

Dalla titolarità del ruolo di osservatore-protagonista dipende anche la prospettiva dell’autore sul mondo e sugli uomini che vede e racconta. Oltre a essere un «giovane italiano di buone letture e nessun pregiudizio» (così la quarta di copertina del volume adelphiano), Arbasino appare alieno da ogni ‘occidentalismo’ (inteso come orientalismo dislocato a sinistra sul planisfero) e meno vincolato di Cecchi e Soldati all’obbligo di esprimere un giudizio definitivo sugli Stati Uniti. Né sembra vittima della sindrome da American Dream che colpiva e ancora colpisce molti italiani oltreceano. I confronti con l’Italia dell’epoca, oltre a provocare in certi casi gli effetti ironici di cui si è detto, servono anche come garanzie di parità tra i due ‘amanti’: l’America e Arbasino.