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Vampiri. A proposito di “Prima di Dracula” di Tommaso Braccini

di Claudio Giunta

[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 5 febbraio 2012]

Il vampiro di Murnau è uno spilungone scheletrico che si nutre del sangue delle sue vittime. Il vampiro di Intervista col vampiro è Brad Pitt: e anche lui è un emaciato, ancorché piacente, succhiatore di sangue. Una delle cose interessanti che s’imparano leggendo il saggio di Tommaso Braccini Prima di Dracula (Il Mulino) è che questi vampiri letterari e cinematografici non hanno quasi niente da spartire con i vampiri della tradizione folklorica.

La credenza nei vampiri nasce soprattutto da un equivoco. Bisogna sapere (e mi scuso coi patologi e coi necrofili, che queste cose le sanno, e coi deboli di stomaco, che è meglio se smettono di leggere qui) che quando un cadavere viene sotterrato non si decompone subito e, soprattutto, non sta fermo. Il corpo si disidrata, e da questo dipende l’impressione che le unghie, i capelli, i denti si siano allungati: è solo un’impressione, perché non sono loro ad allungarsi, sono i tessuti che si ritirano. I gas derivati dalla putrefazione gonfiano le cavità corporee, tanto che il cadavere può, in meno di un giorno, raddoppiare di volume (!), spostarsi dentro il sepolcro, avere (solo se maschio) un’erezione (!!). Batteri luminescenti possono colonizzare i tessuti e dare al defunto un bell’aspetto fosforescente (!!!). In passato poteva capitare addirittura che i fluidi fuoriusciti dalla bocca del cadavere impregnassero il sudario e che, in una successiva fase di disidratazione, il tessuto venisse risucchiato e si riducesse a brandelli, «assumendo tutta l’apparenza di un tessuto bucato proprio a causa della masticazione»: onde la leggenda dei morti masticatori (!!!!), l’usanza di chiuder loro la bocca con un mattone e mille altre variazioni splatter.

Di qui a pensare che i cadaveri possano alzarsi dai sepolcri e camminare il passo non è breve, ma è un passo che, stimolata dalla paura della morte e dei morti, la credulità popolare ha fatto. I morti escono da tombe malchiuse, si aggirano per i villaggi, chiamano tre volte gli abitanti, e chi risponde è perduto. Il mito, la credenza, affiora in punti diversi dell’Europa, ma il suo fuoco sembra essere l’area greco-balcanica. Il saggio di Braccini racconta questa storia morbosa e affascinante.

Una volta installatasi nelle menti, la credenza è inamovibile: tutti gli argomenti razionali che sembrerebbero doverla mettere in crisi finiscono per rafforzarla. La Chiesa ortodossa dà il suo valido contributo. «Che dopo la morte il tuo corpo non possa dissolversi!», è la formula che i vescovi greci pronunciano quando scomunicano qualcuno. Così, se un cadavere si gonfia e non si decompone vuol dire che paga le malefatte che ha commesso in vita, paga la scomunica. Ma càpita anche di trovare dei cadaveri di scomunicati perfettamente decomposti, ridotti allo scheletro. Che cosa pensare? Che Dio ha inflitto loro una condanna ancora più severa: perché il corpo del tympaniaios (il ‘cadavere gonfio e teso come un timpano’, appunto) può ricevere una seconda sepoltura e trovare pace, mentre il corpo dello scomunicato che si è decomposto «non ha più speranza di ottenere il perdono». Un’antilogica ferrea, che porta dritto dritto a profilassi di questo tipo: «gli abitanti di Santorini, per liberarsi delle apparizioni di questi sventurati [i presunti vampiri] disseppelliscono il corpo e lo bruciano; altri ne strappano il cuore, che da altri ancora viene trafitto da parte a parte. Assicurano infatti di aver sperimentato che, dopo che il cuore è stato estirpato e trafitto, il demonio non può più rianimare quei cadaveri».

Col che può dirsi risolto il mistero dei vampiri, questo frammento di storia della superstizione. Non sono i morti che si accaniscono sui vivi: sono i vivi che, terrorizzati da fenomeni naturali che non riescono a spiegarsi, vilipendono i morti segando loro la testa, bruciandoli, inchiodandoli alla bara con un paletto nel cuore perché non se ne vadano a spasso. Invece che di ‘storia del vampirismo’ sarebbe più onesto parlare di ‘storia dell’immotivato maciullamento dei cadaveri’.

Da dove vengono, invece, i vampiri succhiasangue dei romanzi e dei film? L’ematofagia è, in realtà, un mito moderno: i vampiri del folklore mangiano piuttosto frutta e verdura, o (essendo morti) non mangiano niente. «Nelle tradizioni folkloriche – scrive Braccini – non esiste nulla di simile alla nitidezza e alla linearità della figura del vampiro letterario, creato dal morso di un altro vampiro, che la notte apre la propria bara e ne esce per succhiare il sangue ai viventi». E anche la magrezza, l’aspetto emaciato o scheletrico, è un tratto recente, forse dovuto alla sovrapposizione tra il mito vampiresco e il dilagare in età moderna della ‘peste bianca’: la tubercolosi. Insomma, quello che si dice e si scrive «prima di Dracula» non è molto pertinente per spiegare il Dracula di Stoker, e tutti i vampiri venuti dopo di lui.

Le parti più interessanti del libro di Braccini sono le appendici. Può suonare come una critica, ma non lo è. Il fatto è che la storia della credenza nei vampiri si fa attraverso i testi, e i testi raccolti da Braccini sono una galleria di meraviglie: si vorrebbe quasi che tutto il libro fosse costruito così, come un’antologia commentata. Braccini procede diversamente, e tenta di fare (come molti studiosi oggi, e a buon diritto) due cose insieme, cioè ricerca e alta divulgazione: un saggio accademico ben documentato e un ‘racconto del vampirismo’ leggibile non solo da parte dei pochi che si occupano di questo argomento ma da un pubblico più ampio. Il titolo stesso, Prima di Dracula, mira chiaramente a questo secondo obiettivo, perché di Dracula nel libro quasi non si parla. Nel complesso, il tentativo mi sembra riuscito; ma la fusione non è sempre perfetta.

È probabile che il lettore specialista trovi qui, soltanto sfiorati, temi che richiederebbero una trattazione più articolata, e dietro i quali s’indovina un dibattito; e un po’ troppo spesso il discorso procede per accumulo di esempi e di aneddoti. Del resto, Braccini deve tenere insieme una materia che si stende amplissimamente nello spazio e nel tempo, dall’Islanda alle Cicladi, e da Omero ai giorni nostri (nel novembre 2009, riferiscono le agenzie, alcuni presunti vampiri hanno terrorizzato il villaggio serbo di Gornje Stopanje), ed è inevitabile che la presentazione dei casi occupi più spazio di quanto ne occupa l’argomentazione: ma sono lodevoli la sua sobrietà e la sua capacità di non forzare l’interpretazione (la materia si sarebbe prestata anche troppo).

Dal canto suo, il lettore non specialista verrà forse scoraggiato dall’accumulo di dettagli che frantumano un po’ il discorso e da certi paragrafi forse un po’ estrinseci sull’etimologia del nome vampiro o su fenomeni laterali rispetto alla credenza nei vampiri come il mascalismo, cioè l’uso di tagliare mani e piedi del cadavere del nemico e legarglieli attorno al busto (a un certo punto l’effetto-accumulo fa sì che tutte le nefandezze commesse ai danni dei cadaveri sembrino poter finire nel calderone del vampirismo: è difficile, in una ricerca del genere, tracciare dei confini netti). Se poi lo sforzo era quello di farsi leggere da mille anziché da cento lettori sarebbe stato il caso di tradurre tutte le fonti raccolte in appendice. Non tutti leggono con facilità il francese e il latino, non tanti leggono il tedesco e pochissimi leggono il greco antico: un aiuto sarebbe stato gradito.

Ciò detto, Prima di Dracula è un libro serio e interessante. Lo consiglio senz’altro, meglio ancora se abbinato – in un bel cofanetto natalizio – a Nosferatu, a Intervista col vampiro e alla serie televisiva americana The Walking Dead, che è una delizia. E come biglietto di dedica – nonché come antidoto ai documenti di una così penosa ma, hélas, così umana irrazionalità – l’ultimo verso di una poesia di Dylan Thomas, A Refusal to Mourn, che dice in sintesi tutto quello che c’è da sapere sul tema ‘la vita dopo la morte’: «After the first death, there is no other».