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Literaturbüro

di Matteo Galli

I.

Un giorno, quando due anni fa trascorsi un lungo periodo a Berlino, esco di casa, faccio pochi passi e vedo fare capolino dalla finestra di un ufficio al piano terra il giovane e talentuoso scrittore di origine bosniaca Saša Stanišić. Mi era accaduto di scrivere un saggio sul suo eccellente romanzo d’esordio La storia del soldato che riparò il grammofono, pubblicato in Italia da Frassinelli e di recensire la traduzione italiana per “L’indice dei libri”. Avevo anche cercato di invitarlo a Ferrara per un convegno sul romanzo famigliare che avevo organizzato nel 2008, ma la cosa purtroppo non era andata a buon fine perché Saša in quel periodo era negli USA. Cominciai a chiedermi che cosa ci facesse da queste parti e mi misi un po’ a curiosare. Ma non osai andare a disturbarlo.

Dopodiché scoprii che, non esagero, a cinquanta passi da casa mia, ha sede un “Literaturbüro”, non saprei nemmeno come tradurlo in italiano: ufficio letterario? Agenzia di letteratura’. Ne fanno parte scrittori, redattori free lance che lavorano per case editrici e traduttori, sette-otto persone in tutto. Verso la fine del 2009 rividi Stanišić a una lettura pubblica, e stavolta andai a presentarmi, si ricordava delle mail che ci eravamo scambiati, e mi invitò – dopo che gli avevo detto che eravamo “vicini di casa” – a passarlo a trovare. Di lì a poco ripartii e non se ne fece di nulla. E poi uno ha sempre paura di rompere le scatole.

La settimana scorsa, infine, ho preso coraggio e ho scritto all’indirizzo mail collettivo, presentandomi e chiedendo un appuntamento . Mi ha risposto, quasi subito, uno degli scrittori che lavorano nel “Literaturbüro”, Thomas Pletzinger, invitandomi, quando volessi,  a passare di lì, avremmo preso un caffè insieme, in questi giorni l’avrei sempre trovato. E così stamani ho fatto. Arrivo verso le 11:30 in una delle giornate più belle di questa estate berlinese e in quel momento in ufficio sono in due, il citato Pletzinger e Tillman Rammstedt, che nel 2008 vinse lo “Ingeborg-Bachmann-Preis” a Klagenfurt, il premio più importante per i giovani talenti. Gentilissimi mi propongono di uscire e di andare a bere qualcosa insieme. Ci mettiamo a sedere sulla panca di fronte a casa mia, che fa capo a un fornaio superfighetto che si permette di stare aperto cinque giorni alla settimana, vendere croissant costosissimi. E chiacchiero due ore a ruota libera con due persone squisite.

Thomas è altissimo e ha pochi capelli, Tillman ha dei bei capelli lisci con scriminatura da un lato, occhi azzurrissimi, barba di tre giorni e denti un po’ ingialliti dal fumo. Sia Thomas che Tillman hanno 36 anni, vengono entrambi dalla Westfalia, Thomas è di Münster e Tillmann è di Bielefeld. Thomas è fra i soci fondatori dell’ufficio, Tillman è arrivato dopo qualche tempo. L’idea di mettere su un “Literaturbüro” nasce al termine del periodo che Thomas,  Saša e Katharina Adler (che all’impresa ha prestato il nome, il Büro si chiama Adler & Figli) hanno trascorso a Lipsia, come studenti del “Literaturinstitut”, il più antico- e serio – istituto di scrittura creativa esistente in Germania. Talmente entusiasti di quel modo di lavorare insieme, di leggersi le cose, scambiarsi le idee che decidono di non perdersi di vista, di non tornare ciascuno alle proprie città di provenienza o dove avevano cominciato gli studi universitari. Decidono allora di trasferirsi (almeno in parte) a Berlino e di fondare l’ufficio. L’idea è quella di andare in ufficio a scrivere, ma anche a chiacchierare, a leggersi l’un l’altro quello che si è appena finito di buttare giù, uscire dall’isolamento delle proprie case e dall’ansia della pagina bianca. Thomas scrive solo lì, se gli viene in mente qualcosa mentre è a casa, ha sempre con sé un blocchetto di appunti, ma niente computer. Tillman invece scrive anche a casa. Tutti e due hanno figli piccoli, a casa – anche a volere – non c’è grande tranquillità. In ufficio non c’è mai la ressa, ci sono sette tavoli e non sono mai tutti occupati. Di recente se n’è andata via Christine una traduttrice svedese, si è trasferita per amore in Croazia, e hanno deciso di non reclutare nuovi aspiranti che pure ci sarebbero stati, ma di restare così.  Nell’ufficio niente telefono, vietato parlare via skype. Due uffici danno sulla strada, uno sul retro, lì lavorano i redattori che hanno bisogno di un po’ di tranquillità,  il più attivo fra di loro, Jan Valk, ha tanto per fare un esempio curato la redazione dell’edizione tedesca di “Infinite Jest” di DFW. Thomas Pletzinger ha finora pubblicato, oltre a racconti, saggi e traduzioni dall’inglese, un romanzo soltanto che è uscito nel 2008 s’intitolaFunerale di un cane, all’inizio di quest’anno ne è uscita anche l’edizione americana, cosa più unica che rara perché in quel mercato per gli scrittori tedeschi è difficilissimo sfondare. Non l’ho letto ma me lo sono fatto mandare. Adesso sta per pubblicare un libro di saggistica; ha seguito per un anno intero, in casa e in trasferta, l’Alba Berlin, la squadra di basket della città. Da ragazzo voleva diventare giocatore professionista, non ce l’ha fatta, e questo libro è un po’ la conferma del fatto che il destino alla fine gli è stato amico, i suoi coetanei sono a fine carriera con i ginocchi a pezzi e lui è invece nel pieno della sua attività di scrittore. Deve consegnare entro due settimane ed è molto indietro – una ragione in più per essergli grato, visto il tempo che mi ha dedicato. E’ appena uscita la sua traduzione dall’inglese di un graphic novel intitolato “Asterios Polyp” di David Mazzucchelli.

Mentre stavamo tornando verso l’ufficio è arrivata la moglie con una bella bimba di pochi mesi in carrozzina. Tilman ha avuto un successone con L’imperatore della Cina, un romanzo divertente, anche se qua e là un po’ esile, uscito da Del Vecchio. Adesso – vecchia tradizione medievale – viene pagato per fare lo “Stadtschreiber” (il “cronista”) di Oldenburg.  Lo “Stadtschreiber” virtuale, beninteso. Deve scrivere due pezzi a settimana sulla città, ci ha messo piede tre o quattro volte, deve solo  farsi venire in mente qualcosa di originale, magari pescato da internet.  Vorrebbe scrivere un romanzo, ma è tre anni che non riesce a lavorare a un nuovo progetto, anche perché è stato parecchio in giro a promuovere L’imperatore della Cina.  Mi sono sembrate due persone felici.

Quando siamo tornati verso l’ufficio, fuori, col computer sulle gambe, una t-shirt gialla con le maniche arrotolate c’era  Saša Stanišić. Mi sono presentato, ma non mi ha riconosciuto, né ho cominciato con quelle patetiche frasi tipo: non si ricorda di me, Ferrara, romanzo famigliare, etc. etc.

II.

La prima volta che sono stato a Pankow sarà stato sei o sette anni fa. Avevo appena tradotto Il venditore di fontane di Jens Sparschuh. E loro ci invitarono a cena, Jens, con la moglie Vera e le due figlie, Olga, bellissima, e Laura. Sparschuh abita in una casa vecchia della Eintrachtstraße, a cui ha dedicato anche uno dei suoi deliziosi feuilleton pubblicati nella raccolta Pensavo non ci trovassero. La casa odora di tabacco da pipa, ha un’aria piacevolmente bohémien e la serata fu molto gradevole, persone semplicissime, senza tanti fronzoli e Jens, con quell’aria stralunata, dotato di un’ironia fulminante. Credo di esserci tornato almeno altre due volte in quella casa  la cui facciata nel frattempo è stata ristrutturata e dove le figlie non abitano più. Già quella prima sera Jens mi raccontò – quel che avrei dovuto già sapere ossia: – che nel quartiere abitavano molti scrittori, fra i più noti Christa Wolf e Volker Braun; a lui capitava spesso, ancora ai tempi della DDR, di contendersi la (poca) migliore frutta e la migliore verdura del mercato rionale con Gerhard Wolf, il marito di Christa, e Anneli Braun, la moglie di Volker. Da non molto ci abita anche Christoph Hein.

Poi a Pankow ci sono tornato l’anno scorso a trovare proprio Volker Braun che abita forse a distanza di 300 metri dalla casa di Sparschuh. Avevo finito di tradurre la Storia incompiuta e avevo da sottoporgli un paio di questioni aperte. La casa di Braun è molto più ampia, molto più borghese di quella di Sparschuh, basta vedere come sono ordinati i libri: ammassati dappertutto a casa Sparschuh, perfettamente ordinati negli scaffali a casa Braun. Ci mettemmo a un tavolo a ragionare sulle questioni che gli ponevo, Braun tendeva un po’ a divagare ma fu straordinariamente gentile e ospitale.Anneli mi fece assaggiare una torta alla ciliegia, l’aveva fatta con le sue mani il giorno prima, le ciliegie erano un po’ aspre ma l’impasto era buono. Come a casa Sparschuh, anche qua gentilezza e ospitalità profuse a piene mani; d’accordo ti sono grati perché stai “lavorando” per loro, ma si capisce bene che c’è una disponibilità particolare. Che sia l’aria di Pankow?

Quest’anno a Pankow ci sono tornato due volte e ci tornerò ancora lunedì, quando andrò all’Ufficio Elettorale a prendere i documenti per poter votare dall’Italia con la “Briefwahl” (“voto epistolare”). La prima volta a cena da amici italiani che hanno preso una casa in affitto nella parte nord di Pankow, dove Berlino lentamente digrada verso Blankenfelde – potere della “gentirification” che spinge verso i suburbia chi non può spendere troppo per l’affitto.

La seconda volta ci sono tornato ieri sera. Volevamo festeggiare l’uscita della Storia incompiutacon Volker e, colpo di scena, alla cena si è unito anche Uwe Timm, di ritorno a Berlino. Timm, Braun e consorti. L’appuntamento era in un ristorante all’aperto chiamato “Majakowski” situato nel famoso o famigerato Majakowskiring, la strada semicircolare dove negli anni ’50 – prima di esiliarsi a Wandlitz – abitavano i vertici politici della DDR: Ulbricht, Pieck, Grotewohl, Honecker, Johannes R. Becher. Ma fra gli abitanti illustri della zona c’era anche, fino al 1947, anno della morte, Hans Fallada, ormai alcolizzato e morfinomane, e Becher lo proteggeva; adesso gli hanno dedicato una lapide e una strada che va a finire proprio sul Majakowskiring: il Rudolf-Ditzen-Weg e l’edizione critica di Ognuno muore solo e in cima alle vendite, in Germania.

Il ristorante è stato fondato da una coppia di attori nel 1992. Prima qui di ristoranti non ce n’erano, la zona era decisamente off-limits. La strada confina con il castello di Schönhausen, un castello barocco, con uno splendido parco, che è uno di quegli edifici tipici di Berlino che trasudano storia da ogni poro: storia prussiana, storia del Nazismo, storia della DDR. Ho attraversato il parco in bicicletta ma dentro il castello non sono mai stato. Sarà per la prossima volta. All’epoca della DDR era la sede del presidente della repubblica, di Wilhelm Pieck, l’equivalente orientale del castello di Bellevue, e infatti, dopo l’Unificazione, quando si è reso necessario il restauro di Bellevue si era pensato di spostare qui temporaneamente il presidente della Germania unita. Poi si è soprasseduto per ragioni di soldi, anche perché pure Schönhausen aveva bisogno di un restyling (però ci hanno lasciato dentro, come era allora, la stanza da lavoro di Pieck). Da Schönhausen sono passati ospiti illustri: Indira Gandhi, Fidel Castro e Gorbaciov. Anneli Braun raccontava ieri sera che durante la visita di Gorbaciov i soldati della sicurezza non volevano farla passare dal Majakowskiring per andare in sauna, dove si era regolarmente prenotata con largo anticipo. Solo grazie alla sua caparbietà alla fine ce l’aveva fatta a convincerli, ma poi la sauna non se l’era per niente goduta.

Abbiamo cenato in giardino infestati dalle temibili zanzare di Pankow e, in parte, dagli aerei che ti passano sopra la testa decollando da (o atterrando verso) Tegel. L’anno prossimo, quando inaugureranno il mega aeroporto ancor più distante di Schönefeld, lo chiuderanno l’aeroporto e gli abitanti si sentiranno riavere, penso. La qualità del cibo non mi è parsa memorabile, il genere lo chiamano“neu-Berliner Küche”, anche se il cuoco, a quanto leggo, è bavarese. Uwe e Volker si conoscono non da molto tempo, si stimano e si stanno simpatici, frequentano regolarmente le due principali accademie tedesche, la “Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung” di Darmstadt e la “Akademie der Künste” di Berlino, della cui sezione letteraria Braun per quattro anni è stato presidente prima di cedere il testimone a Ingo Schulze. Entrambi amano ridere e raccontare e, anche a tavola, ciascuno di loro narra proprio come lo fa sulla pagina scritta: Timm in modo sapido e pastoso, con una marcata accentuazione dell’aspetto sensoriale, fisico; Braun in modo più contorto, franto, sconnesso, verrebbe da dire: brechtiano. Le mogli, due vere compagne di vita; si avverte in entrambi i casi una profonda e reciproca stima intellettuale; del resto una è fra le più note traduttrici tedesche dallo spagnolo e l’altra, germanista e romanista, ha lavorato come formatrice di insegnanti e nell’editoria. Due belle coppie di valorosi settantenni, nulla da dire. I Timm sono andati via presto, dovevano tornare a Friedenau, ci avranno messo non meno di un’ora. Con i Braun siamo rimasti (c’era anche Francesco che fa il dottorato con me e lo conosce da più tempo di me) fino alle undici e mezzo a chiacchierare di libri e di politica (bisognerebbe un giorno scrivere sul mito Berlinguer nella politica e nella cultura della sinistra europea, o forse ci ha già pensato qualcuno).

Alla fine Braun mi ha regalato i “Werktage”, il diario di lavoro, 995 pagine, impossibile trasportarlo in bicicletta. Lo abbiamo avvolto in un tovagliolo rubato e in carta stagnola, poi Francesco lo ha caricato nel cestino della sua bici.

III.

Vediamoci per un vino a casa mia, alle 19. Voi come lo capireste? Per me è un aperitivo. E invece era una cena. Solo che avevo già fissato per cena con un amico, alle 21. L’appuntamento era a Arkonaplatz, una delle piazze più carine della zona di confine tra Mitte e Prenzlauer Berg, dove la domenica c’è un bel mercatino delle pulci.

La cosa risale a un paio di anni fa. Il “Literarisches Colloquium” organizza un incontro fra scrittori e traduttori con presentazioni di libri. A seguire una cena a buffet. Mi ritrovo seduto accanto a una scrittrice di cui possedevo un paio di libri ma che non avevo mai letto, Jenny Erpenbeck. Con il suo primo libro, la storia di una trovatella nella tradizione di Kaspar Hauser “Geschichte vom alten Kind” (“La storia del bambino vecchio”) nel 1999 aveva ottenuto buoni consensi da parte della critica e da allora aveva scritto quattro o cinque libri con una caratteristica per me rara e impagabile: libri brevi, controcorrente rispetto alla logorrea imperante nel mercato editoriale tedesco.

Scoperto che sono italiano, mi comunica in tono leggero e con una bella risata aperta che mi rimane impressa che con un suo grande rammarico le sue opere sono state tradotte in molte lingue, ma in italiano no. E la cosa per lei è un autentico cruccio. Le chiedo come mai. Perché questa predilezione per l’Italia, le domando. E lei mi dice che ci ha vissuto per un anno da bambina. Capita, niente di strano, lei è del 1967, chissà quanti freak dell’Italia, dell’Eurocomunismo, di Gramsci, Pasolini e Basaglia hanno vissuto in Italia negli anni ’70. E invece in questo caso le cose stanno in modo leggermente diverso. Perché la bambina in questione veniva dalla DDR. E che una bambina proveniente dalla DDR trascorresse un anno a Roma era decisamente una rarità. Tutto è dovuto al fatto che la madre di Jenny era legata con l’allora ambasciatore della DDR a Roma,  uomo della prima ora della SED, il partito unico, ministro della cultura e per le “kirchliche Fragen” (“questioni religiose”).  La madre di Jenny aveva seguito il compagno  fino a Roma. E Jenny con loro. Mi ha raccontato ieri sera che i bambini potevano seguire i genitori  in missione diplomatica nei paesi del capitalismo soltanto fino alla quarta elementare.  Quelli più grandi dovevano restare in patria e venivano sistemati in un apposito collegio per figli di diplomatici. Jenny faceva la seconda e dunque era potuta partire. E si era ritrovata  a Roma in una specie di enclave con altri bambini dell’ambasciata, dove, in piccolo, erano riprodotte tutte le strutture educative del sistema scolastico della DDR, con tanto di “Pionierleiterin” e di “Ordnerin”, con regolari scambi di visite e attestati di solidarietà e amicizia  ai bambini dell’ambasciata sovietica a Roma, ma con una libertà incomparabilmente superiore rispetto a quella dei coetanei rimasti in DDR: quella di viaggiare per l’Italia, la Sicilia, Napoli, Capri, Firenze, Pisa. Forse quel soggiorno sarebbe potuto durare anche di più, ma fra l’ambasciatore e la mamma le cose non andavano più tanto bene; madre e figlia, dopo un anno, ripresero la via di casa. E l’ambasciatore rimase all’estero fino al 1978 (leggo che dopo Roma è stato ambasciatore al Vaticano e a Malta).

Adesso il sogno di Jenny si è avverato perché da Zandonai è uscita  la traduzione di quello che forse è il suo libro migliore “Heimsuchung”. Lo ha tradotto Ada Vigliani, e quindi c’è da stare tranquilli. Si chiama “Di passaggio”. A novembre Jenny è venuta a Ferrara a un convegno che ho organizzato. E’ una persona davvero simpatica che ha confermato in tutto e per tutto la mia prima impressione.

Jenny è sposata o comunque vive con un noto direttore d’orchestra originario di Graz e hanno un figlio di nove anni che suona il violoncello. Wolfgang, il marito, conosce bene l’Italia, adora Trieste e ha vissuto anche lui per un periodo a Roma, prima di Jenny, sul finire degli anni ’60, dove ha studiato direzione d’orchestra con Franco Ferrara. Era ospite della foresteria dell’Istituto Austriaco di Cultura. Il pianoforte era nei sotterranei e lui trascorreva intere ore a fare esercizi. Al piano di sopra in quegli stessi mesi alloggiava Elias Canetti.