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L’ANVUR e il ‘merito’. Retoriche del commissariamento

di Michele Dantini


In occasione del seminario CRUI Atenei: costruire le nuove identità Stefano Fantoni, fisico nucleare e presidente dell’Agenzia nazionale di valutazione delle ricerche, si è pronunciato a favore dei “giovani” e del “merito” (*). Confidiamo nel proposito. Si consolidano tuttavia i motivi di perplessità. L’età media dei sette membri del Consiglio direttivo, stimabile in 60.57 anni, è certo elevata per assicurare rappresentanza alle generazioni accademiche più giovani, le stesse che si trovano in larga parte a sostenere i danni di una conduzione impropria e dequalificata dell’istituzione, e la circostanza appare tanto più significativa se consideriamo quanto riforme universitarie, previdenziali e del mercato del lavoro; innovazione tecnologica e delle modalità di apprendimento; crisi sociali e finanziarie abbiano modellato in profondità gli ultimi tre decenni e stabilito rilevantissime differenze giuridiche, economiche e culturali tra generazioni. Di più: tutti e sette membri sono ordinari, e anche questo tende a apparire poco in linea con le retoriche del “rinnovamento” o l’intenzione di porre fine alla governance dei professori, manifestata (con sottinteso polemico e moralizzatore) dal presidente del Consiglio Mario Monti (**).

Sono soprattutto le implicazioni sociali e politiche dei dispositivi di valutazione a destare perplessità. Attorno alle technicalities del processo di valutazione è nato un ampio dibattito cui è possibile rimandare: non occorre ripetere considerazioni formulate molte volte e con maggiore competenza. Preme solo osservare, oggi, che i procedimenti di valutazione né incoraggiano l’”eccellenza” individuale né colpiscono la negligenza (l’”improduttività”) dei singoli: distribuiscono premi e restrizioni di finanziamento all’unico corpo collettivo del Dipartimento.

Il principio che sorregge l’azione dell’ANVUR, certo non per deliberazione dei membri, ma per il disegno politico sotteso alla costituzione ultimativa dell’Agenzia, è quello, né reso esplicito né discusso, della responsabilità collettiva (potremmo dire anche, con dizionario corporate: del “talento collettivo”). L’Agenzia corrisponde a orientamenti “sistemici” (o di management aziendale) che solo oggi tendono a divenire trasparenti (la citazione è da Francesco Profumo): sua missione non è quella di accompagnare il merito all’interno delle università, piuttosto disegnare una cartografia dipartimentale che preluda a dismissioni. “Quando la valutazione sarà conclusa”, afferma in un’eloquente quanto pugnace intervista a Repubblica (*) Sergio Benedetto, ingegnere elettronico, responsabile del processo di valutazione, “avremo la distinzione tra researching universities e teaching universities. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa”. Il corso di studi, l’innovatività delle ricerche, l’indipendenza e la chiara fama con cui si è costruita una carriera accademica non hanno alcun ruolo: tendono anzi ad averne sempre meno. Docenti e ricercatori delle più giovani generazioni si troveranno a trasferire al Dipartimento gli eventuali vantaggi procurati da competenza e dedizione (quando mai, infatti, potranno decidere sovranamente quali cattedre attivare, o quali candidati scegliere?); o a pagare per negligenze non proprie. Saranno comunque favoriti o discriminati ex ante in base alla scelta professionale, non a performance individuali.

L’appartenenza a questo o quel Dipartimento appare oggi circostanza decisiva per le sorti di una carriera o di un progetto di ricerca: eppure è circostanza quantomai casuale. Può dipendere da stanzialità accademica dell’ex-studente, oggi ricercatore (divenuto tale dopo essere stati studente e borsista dell’istituto) o nomadismo dell’idoneo (ci si trova a insegnare dove si è stati chiamati in seguito al conseguimento di un giudizio di idoneità). “La ricerca è il mestiere più bello del mondo”, prosegue Benedetto (e noi siamo entusiasticamente con lui). “E’ per questo che vorrei introdurre il merito dentro l’università. Sarebbe la liberalizzazione più importante del nostro paese, dove le categorie privilegiate non sono solo quelle dei notai o dei farmacisti, ma anche di chi gode di un cognome importante o di conoscenze influenti”. La domanda è: simili promesse sono coerenti con l’azione di valutazione e il criterio seniorile che ha condotto alla scelta dei valutatori?

Le risorse individuali appaiono del tutto trascurate dai criteri di retribuzione anche nel caso di corsi di studio e indirizzi di ricerca che pure le presuppongono in modo ineludibile, e che hanno visto ridursi progressivamente o venire meno le possibilità di finanziare team di ricerca ampi e partecipati. Non è singolare che le competenze storiche, sociali, giuridiche siano così vistosamente sottorappresentate in seno all’ANVUR e al suo Consiglio direttivo? Mi chiedo: qual è il vero punto di vista dei membri dell’ANVUR sulle Humanities (quello di Mariastella Gelmini lo conosciamo già)? Esiste, a parere dell’Agenzia stessa, garanzia di rappresentanza di tutte le competenze disciplinari, o si è esposti al sospetto di non enunciati intenti di egemonia politico-culturale, di dispersione di competenze e forse “blocchi sociali” (ma quali?) e comunità di opinione? E ancora: è possibile “liberalizzare” senza assumersi la responsabilità di scelte radicali, come la ricostruzione delle carriere accademiche sull’unico principio della competenza scientifica e delle attitudini didattiche? In assenza di un’anagrafe equilibrata della ricerca, di valutazioni e retribuzioni individuali il proposito di sorreggere gli outsider di talento e i ricercatori brillanti appare velleitario, o meglio finisce per apparire un camouflage, una narrazione di copertura. Non crediamo che la metafora aziendale calzi se usata con riguardo all’università. Ammettiamo tuttavia di usarla almeno per un attimo. Si può modificare la governance, in un’azienda, sospingendo i talenti emergenti verso posizioni di decisione, attraendone di nuovi oppure commissariando. Quest’ultima pare l’opzione implicata dall’istituzione dell’ANVUR, in particolare se considerata dal punto di vista di chi, per età o altro, non ha beneficiato delle distorsioni di sistema. I membri dell’ANVUR appaiono chiamati a commissariare un’azienda da cui essi stessi provengono, e da cui traggono o hanno tratto legittimità. Spiccano per tratti illuminati? Non ne dubitiamo. La loro appare comunque una posizione inclinata, se non ambigua.

(*) Il convegno si è tenuto il giorno 4 Maggio 2011 nell’Aula Convegni del CNR.

(**) Mario Monti nell’intervista a Claudio Tito, in: Repubblica, 4.2.2012, p. 3.

(***) Simonetta Fiori, Laurea DOC, in: Repubblica, 4.2.2012, p. 49.