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Perché mai un laureato in storia o in filosofia non può tentare il concorso diplomatico?

di Claudio Giunta


Totò, ambasciatore del Catonga

[Supplemento domenicale del “Sole 24 ore”, 8 gennaio 2011]

C’è un’idea caratteristica del liberalismo che dovrebbe piacere a tutti, anche ai non liberali: l’idea che ogni cittadino abbia il diritto di adempiere le sue attitudini e di mostrare le sue capacità competendo con gli altri cittadini su un piano di parità. Una formulazione celebre è quella di Croce nella sua polemica con Luigi Einaudi: l’atteggiamento liberale esprime «fiducia e favore verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo aperto perché gareggino e si provino tra loro e cooperino in concorde discordia, che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni» (Benedetto Croce – Luigi Einaudi, Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Milano-Napoli 1957, p. 4).

Anche sotto questo aspetto, come sotto tanti altri, l’Italia è una terra di estremi. Iperliberale a volte, più spesso illiberale; liberale mai.

Il diciannovenne X ha fatto studi tecnici alle scuole superiori ma ha deciso che vuole diventare un esperto di lingue classiche. Bisogna dunque che l’università si attivi per organizzare un corso di ‘Greco zero’ che lo metta in condizione di seguire questa sua nuova vocazione. La quarantenne Y si è laureata, a suo tempo; ma adesso vorrebbe fare un dottorato di ricerca: può iscriversi al concorso? Certo, e con buone probabilità di vittoria, dato che essendo più vecchia avrà anche più titoli, esperienza, conoscenze dei suoi competitori venticinquenni.

L’idea è che qualsiasi progetto di crescita individuale debba essere favorito e finanziato dalla collettività. Mentre però il favore va benissimo («… fiducia e favore verso la varietà delle tendenze»), il finanziamento pubblico va meno bene, perché dovrebbe essere chiaro che se finanziamo X e Y non avremo i soldi per finanziare W e Z (dove W e Z sono, poniamo, borse post-doc per giovani meritevoli, o posti di ricercatore). Se i progetti di crescita sono velleitari, o vanno nell’esclusivo interesse di chi li intraprende, allora forse è il caso di pensare a qualche restrizione.

Ma di restrizioni ce ne dovrebbero essere il meno possibile, dopo. Invece, quando si passa dal piano delle possibilità astratte alla concretezza della vita, e dagli studi ‘disinteressati’ al lavoro (e all’interesse), questo zelo pseudo-liberale fa una rotazione di centottanta gradi, e il Paese delle Libertà diventa il paese delle gilde e dei concorsi riservati.

La RAI bandisce un concorso per giornalisti. Ma per essere ammessi all’esame bisogna essere iscritti all’Ordine. Non basta, bisogna essere laureati (il che esclude i tanti ottimi praticanti che si sono messi a lavorare subito dopo il liceo). Non basta ancora, bisogna essere laureati in certe discipline e non in altre. Non basta ancora, bisogna aver preso non meno di 110/110 alla laurea (che è un modo eccellente per premiare le facoltà e gli atenei che largheggiano nei voti). Dopodiché, la prova per gli eletti può cominciare.

Il Ministero dell’Istruzione pubblica un bando di concorso per assistenti di lingua italiana all’estero, circa trecento posti in tutto. «I posti di assistente di lingua italiana all’estero – specifica il bando – sono attribuiti previa selezione dei candidati e riservati esclusivamente a studenti universitari di madrelingua e cittadinanza italiana». Benissimo, solo che la lista dei requisiti, anziché finire, comincia qui: perché bisogna, tra l’altro, aver sostenuto «almeno due esami relativi alla Lingua, Letteratura o Linguistica del Paese per il quale si presenta la domanda». Il che esclude a priori, per esempio, coloro che, volendo insegnare italiano, hanno messo nel loro piano di studi soprattutto esami d’italiano (o di storia, o di filosofia, o di arte italiana); e coloro che, conoscendo già la lingua e la letteratura del paese in cui vogliono andare a insegnare (magari perché hanno un genitore originario di quel paese), proprio per questo non hanno dato esami in quelle materie.

Dettagli? Non direi; e sarebbe bene, comunque, che di questi dettagli gli studenti venissero informati prima di cominciare l’università, non dopo. Ma vorrei fermarmi su un caso più interessante.

Può un laureato in storia o in filosofia o in storia dell’arte o in lingue orientali iscriversi al concorso diplomatico bandito annualmente dal Ministero degli Esteri? Poteva. Il dpr n. 51 del 30 gennaio 1991 stabiliva che al concorso potevano accedere candidati in possesso dei diplomi di laurea più disparati, e cioè, oltre alle solite giurisprudenza, economia, statistica, scienze politiche, anche «lettere, filosofia, sociologia, storia, geografia, lingue e letterature straniere, lingue e letterature straniere moderne, filologia e storia dell’Europa orientale, lingue e civiltà orientali, lingue e letterature orientali». Un laureato in discipline umanistiche poteva, dunque, tentare la carriera diplomatica. Ma da una decina d’anni non può più. Il nuovo regolamento (dpcm n. 285 del 17 maggio 2001) stabilisce infatti che per accedere al concorso diplomatico bisogna essere laureati in una delle seguenti discipline: giurisprudenza, relazioni internazionali, scienze economiche, scienze politiche, studi europei. Non altre.

A me pare che una restrizione del genere, per un paese come l’Italia, sia davvero bizzarra. Anche perché le prove scritte riguardano materie (storia delle relazioni internazionali, diritto internazionale, politica economica, lingue straniere) sulle quali un bravo laureato in storia o filosofia possiede, spesso, delle buone competenze; e delle quali, comunque, qualsiasi laureato volenteroso e intelligente può, in capo a uno o due anni, diventare esperto. In nome di quale principio si nega a questi laureati volenterosi e intelligenti la possibilità di partecipare al concorso?

Questa limitazione, dicevo, mi pare strana se si pensa non solo a ciò che significa e vale (anche in termini economici) la cultura italiana nel mondo ma anche al fatto che l’Italia ha avuto ed ha, per fortuna, diplomatici dotati di un’invidiabile preparazione letteraria, storica, artistica, filosofica. Da Costantino Nigra in poi i nomi sarebbero decine. Ed è sorprendente osservare che paesi che hanno alle spalle una tradizione culturale anche non altrettanto illustre non ritengono affatto di dover preselezionare in questo modo la loro diplomazia.

In Spagna si richiede ai candidati il titolo di «Licenciado, Ingeniero, Arquitecto o Grado», senza ulteriori specificazioni. In Svizzera, «tout type de licence universitaire est pris en consideration». Negli Stati Uniti, dove ci si aspetterebbe un monocolore di avvocati e specialisti in business administration, tutti quanti, semplicemente, possono iscriversi all’esame: «Please note that we require no specific education level, academic major, or proficiency in a foreign language for appointment as a Foreign Service Officer». Certo: perché il pragmatismo americano va d’accordo con un autentico spirito liberale, quello che cerca il suo bene nella più ampia «varietà delle tendenze» (da questo punto di vista, anche solo un giro nella sezione Careers del sito del Dipartimento di Stato americano è molto istruttivo).

Naturalmente una volta iscritti si tratta di passare l’esame: che è, in questi paesi, molto difficile. Ma è un esame molto difficile anche in Italia, ed è un bene che lo sia. Ma allora – anziché affidarsi alle «classi di laurea», che non dicono assolutamente nulla sul valore dei candidati – perché non lasciare che sia questo esame a stabilire chi è più degno di rappresentare l’Italia all’estero?