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Prendetevi un pezzo di carta

di Giuseppe Sciortino

[Corriere di Bologna, 24 dicembre 2011]

Si dice che i primi scienziati fossero mossi dall’ambizione di provare l’esistenza di Dio nell’anatomia degli insetti. Più modestamente, io credo che il problema cruciale dell’università italiana possa essere rivelato dal caso Lombardelli, il capo di gabinetto del sindaco Merola dimissionario.

Premetto che non conosco Lombardelli né so nulla di lui.  Ho idee confuse sulle competenze professionali richieste dalla sua (ex) carica. Ma so che dall’intero dibattito, che ho seguito in modo assai scrupoloso, non ho ricevuto alcuna informazione sulle sue competenze e capacità professionali. L’unica cosa che sembra interessare è che nessuno ha intonato per lui coretti o lanci di uova.

Certo, se esiste davvero una norma che richiede la laurea per svolgere quel lavoro, è grave che tale norma sia stata violata. Detto questo, si può anche dire che se quella norma esiste, essa andrebbe assai rapidamente abrogata. Assieme a tutte quelle, troppe, che riservano ai laureati attività professionali, promozioni, scatti, partecipazione a concorsi pubblici. L’idea che l’avere una laurea sia prova di determinate competenze, e che il possesso di un pezzo di carta, non quello che si è fatto o che si sa fare, sia quello che debba determinare le carriere delle persone è infatti esattamente la  radice di tutti i problemi dell’università italiana. Esiste infatti un solo motivo per il quale l’avere una laurea avrebbe fatto di Lombardelli un capo di gabinetto migliore? Avremmo vietato quella carica a Steve Jobs? E se il sindaco avesse scelto Benedetto Croce?

Il vero problema è che sin quando quelle norme esistono, la ragion d’essere delle università non sarà la loro capacità di insegnare davvero capacità professionali e pensiero critico, ma soltanto il loro potere di rilasciare questi pezzi di carta. Sin quando queste norme esistono, gli studenti non saranno interessati ad acquisire capacità professionali e pensiero critico, ma soltanto ad acquisire quel pezzo di carta. E’ per questo che gli studenti si fregano le mani quando possono scegliere un corso insulso o un docente che ha fama di largheggiare coi voti. E’ per questo che associazioni più o meno benemerite stipulano accordi con le università che fanno ottenere agli associati lauree a prezzi di realizzo. E’ per dispensare pezzi di carta che atenei stranieri dai nomi improbabili aprono sedi nelle penisola con tariffari allegati. Come in un gigantesco e pervasivo kaliyuga induista, il certificato ha preso il posto della sostanza, l’illusione della realtà. E visto che queste norme esistono solo in ambito pubblico, il messaggio devastante che mandiamo alle giovani generazioni è che per amministrare beni privati bisogna essere bravi, per amministrare beni pubblici basta sapere usare con destrezza i bignamini.