Archivio di novembre, 2011

Cose che riguardano l'Italia

Creatività 1, 2, 3 (sugli anni Ottanta)

  di Claudio Giunta

[in Unicità d'Italia 1961-2011. Made in Italy e identità nazionale, a cura di Enrico Morteo, Venezia, Marsilio 2011]

Tra le cose che si dovrebbero festeggiare quest’anno c’è il cinquantenario di quella meraviglia che è il dizionario Battaglia. Il Grande Dizionario della Lingua Italiana diretto da Salvatore Battaglia cominciò a uscire infatti esattamente cinquant’anni fa, nel 1961, dopo una gestazione di quasi un decennio: primo volume, A-BALB. Il ventunesimo e ultimo volume è uscito nel 2002, TOI-Z. Quarant’anni ben spesi.

Nel Dizionario Battaglia il sostantivo creativo, nel senso di ‘copywriter, ideatore di campagne pubblicitarie’, non c’è ancora. C’è creatività, sobriamente definita come ‘capacità, facoltà, attitudine a creare’, con rimandi a passi di Croce e di Pavese. Chiamerò la sobria creatività del Dizionario Battaglia Creatività 1.
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Non-fiction

Lobbisti sotto la pioggia

  di Claudio Giunta

[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 27 novembre 2011]

Atterrate, e all’aeroporto vi accoglie lo slogan dello shuttle per il centro: «Puntuale come la pioggia belga». E fuori, infatti, piove. Pioverà, a spizzichi, a sprazzi, copiosamente, per i tre quarti del vostro soggiorno, quale che sia la lunghezza del vostro soggiorno. E anche quando non pioverà, quei rari attimi, tutto vi sembrerà, se non proprio bagnato, umido. Il simbolo di Bruxelles è un bamboccio che piscia, e non riuscirete a dimenticarvene nemmeno per un attimo. Nel chiaroscuro del tardo pomeriggio la luce giallastra del logo della Metro, una M con la prima gambetta verticale obesa, vi metterà addosso una strana, irrazionale tristezza. Il vostro albergo è solenne ma un po’ délabré; a cento metri ce n’è uno meglio che costa solo qualche euro di più.

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Informazione

Il ‘foglietto’ di Berlusconi. Filologia e attualità

  di Claudio Lagomarsini

«La filologia […] è un abito mentale, lo stesso per il quale ciò che ci viene detto o che ci viene fatto leggere ci domandiamo o dovremmo domandarci come l’abbia saputo chi ce lo dice (davvero i due ministri chiusi in una stanza si sono detti le parole riferite dal giornale fra virgolette?); una specie di igiene mentale contro il pressapochismo e l’indifferenza per i fatti […] e la degenerazione delle informazioni […]».[Pietro Beltrami, A che serve un’edizione critica? Leggere i testi della letteratura romanza medievale, Bologna, il Mulino, 2010, p. 12).

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Cose che riguardano l'Italia

Sull’immigrazione. Intervista a Giuseppe Sciortino

  di Claudio Giunta

[www.tamtamdemocratico.it]

Giuseppe Sciortino (Palermo, 1963) insegna Sociologia del mutamento nella Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. Ha studiato a Bologna e alla Yale University; ha insegnato, oltre che a Trento, a Phnom Penh (sa il cambogiano) e alla Yale University. Insieme ad Asher Colombo ha curato la serie di volumi Stranieri in Italia per Il Mulino; è membro, tra l’altro, dell’Istituto Cattaneo di Bologna e del board delle riviste «Polis» e «Sociological Theory». Il suo ultimo libro, scritto in collaborazione con Gianfranco Poggi, è Great Minds. Encounters with Social Theory (Stanford University Press). Quelle che seguono sono sei domande ‘telefonate’ sull’immigrazione. Nel senso che ho cercato di far dire a Sciortino le cose che gli premeva dire, senza contraddirlo: anche perché non avrei la competenza per farlo; e anche perché sono d’accordo con lui praticamente su tutto.

1. Prima di dire quello che non va nell’approccio della sinistra all’immigrazione, vediamo quello che non va nell’approccio della destra. Possibile che l’unica  policy a cui si riesca a pensare, su quel versante, sia la repressione? Possibile che l’idea-guida sia quella di «essere cattivi coi clandestini» (Maroni)?

Ma la destra in questi anni è stata tutto salvo che repressiva e crudele. La crudeltà la si ritrova, in modo per altro piuttosto trito, nei disegni di legge e nelle interviste. E la sinistra regolarmente ci casca, si mobilita, s’indigna, evoca spettri epocali, poi perde e dimentica, regalando così alla destra una patente di rigore del tutto virtuale. I fatti stanno diversamente. È stata la destra a promuovere le sanatorie e i decreti flussi più generosi, a tagliare le spese per le espulsioni (che infatti non aumentano), a costringere i poliziotti a stare chiusi negli uffici a fare i travet di un’anagrafe parallela invece che a pattugliare le strade, a riconoscere lo status di protezione umanitaria ai giovani tunisini sbarcati a Lampedusa soltanto per toglierseli di torno. I fatti sono che nessuna delle misure repressive della Bossi-Fini ha mai prodotto gli effetti desiderati: alcune norme sono state rapidamente dichiarate incostituzionali (ed era praticamente certo sin dall’inizio che lo sarebbero state), altre sono risultate impraticabili (e si sapeva anche questo), altre ancora troppo costose (ed era addirittura scritto nella relazione tecnica che accompagnava la legge). Se oggi ci sono in Italia un po’ meno irregolari di qualche anno fa è solo per effetto della crisi economica e dell’allargamento ad est dell’Unione Europea. Non sicuramente per le politiche della destra, che si sono limitate solo a qualche dispetto, generalmente rivolto agli immigrati onesti. La realtà è che la destra non ha una politica per l’immigrazione, ma tira solo a campare facendo la voce grossa, senza  sapere nemmeno approntare un centro di detenzione decente. Più che la repressione, è la loro improvvisazione che fa paura.

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