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Alcune considerazioni sulle facoltà umanistiche

di Claudio Giunta


[In una versione più breve sul supplemento domenicale del Sole 24, 16 ottobre 2011]

I.

Dato che le facoltà umanistiche offrono pochi sbocchi lavorativi, sarebbe il caso che alle facoltà umanistiche si iscrivessero in pochi, e non in tantissimi come succede oggi.

Questo è più o meno tutto ciò che c’è da dire sull’argomento, se non fosse che questa ragionevole conclusione va contro gli interessi, o i supposti interessi, di tutti i soggetti coinvolti in quello che nell’antilingua della burocrazia si chiama ‘processo formativo’. Vale a dire che, per motivi diversi, questa ragionevole conclusione è serenamente ignorata dallo Stato, dalle università e dagli studenti.

Che lo Stato voglia ignorarla è comprensibile. Che altra possibilità c’è, infatti? Da un lato, vogliamo aumentare il numero dei laureati per colmare il nostro divario rispetto agli altri paesi europei, e un laureato in Filologia romanza pesa quanto un laureato in Ingegneria. Dall’altro, nonostante la riforma, in Italia l’università resta in sostanza l’unico canale di formazione post-secondaria. I ragazzi devono pur fare qualcosa. La scuola superiore non li ha preparati a un lavoro, e non l’ha fatto scientemente, in ossequio a un progetto: «Mai, in nessun momento storico, la nostra istruzione secondaria superiore è stata così integralisticamente preparatoria all’Università […]. Dal nostro vigente sistema scolastico si sprigiona una forza spesso irresistibile che spinge i giovani verso le scuole che portano all’Università e comunque permettono loro di fuggire il mondo del lavoro» (S. Valitutti e G. Gozzer, La riforma assurda, Roma 1978 [sic!], pp. 96-97). Inoltre, un relativo benessere permette a quasi tutti i diciottenni di non doverlo cercare, un lavoro: c’è tempo. Resta lo studio. E dato che le altre facoltà sono più difficili, o hanno dei test d’ingresso selettivi, bisogna che almeno le porte delle facoltà umanistiche restino spalancate (a questo esplicitamente esortava il ministro dell’Istruzione di un precedente governo di centro-sinistra). Che s’iscrivano tutti, dunque, indipendentemente dalle proprie soggettive capacità e dalle oggettive possibilità d’assorbimento nel mondo del lavoro. Poi qualche santo sarà.

Secondo soggetto, i docenti. Dato che la quota di finanziamento per ateneo è proporzionale al numero degli studenti, è difficile che le facoltà si mettano a lottare per averne di meno. «Se facciamo come dici tu – mi ha obiettato un collega – chiudiamo tre corsi di laurea». Beh, sarebbe un inizio. Più studenti s’iscrivono più soldi arrivano, più insegnamenti si attivano, più docenti si sistemano. Perciò anche il famoso ‘orientamento universitario’ finisce per essere, in sostanza, pubblicità che le facoltà (tutte) fanno a loro stesse in nome del proprio interesse, proprio interesse che non necessariamente coincide con l’interesse dello studente: «No, tu sei negato, fai qualcos’altro» non è una formula che sia contemplata nella retorica dell’orientamento universitario. Per questa ragione è un pio desiderio immaginare che le facoltà umanistiche decidano motu proprio una politica di assoluto rigore, bocciando agli esami tutti quelli che meriterebbero di essere bocciati: è difficile che una corporazione (qualsiasi corporazione) scelga di suicidarsi.

Terzo soggetto, gli studenti. Qui il discorso e più delicato anche perché alla fine, come si dice, ‘ci vanno di mezzo loro’.

Alcuni studenti s’iscrivono alle facoltà umanistiche perché non sanno che altro fare, e scelgono la via che a loro sembra più facile e che generalmente è, di fatto, più facile. Nei film comici, le scene a scuola o all’università sono sempre scene di esami in materie come Letteratura (Ecce Bombo: «Alvaro Rissa. A disposizione. Vogliamo parlare del ruolo del poeta nell’oltretomba? O del ruolo dell’oltretomba nella poesia?») o Semiotica (Paz: «Apocalypse Now, nella sua complessità, configura la scena di una sfida, quale?» – «La sfida tra l’uomo e la natura»): la scienza fa meno ridere perché si presta meno alla cialtroneria.

Benché molti pensino il contrario, questi studenti depistati e svogliati sono una minoranza. I più, sono studenti seri e motivati. Alcuni tra questi hanno fatto un buon liceo e sono pronti ad approfondire le materie che già al liceo preferivano. Non sono moltissimi, e non sono necessariamente i migliori. A volte sanno molto a paragone dei loro coetanei ma hanno intelligenze pigre e poco originali, e non hanno e – quel che è peggio – non vogliono avere nessuna esperienza del mondo che sta al di fuori delle aule scolastiche.

La maggior parte degli studenti seri e motivati non ha fatto ‘un buon liceo’ ma proviene da scuole nelle quali l’istruzione umanistica è più carente: gli istituti professionali, i tecnici, l’arcipelago di scuole sperimentali che le varie riforme e le varie autonomie hanno prodotto. «Ho fatto il liceo socio-psico-pedagogico», mi sento spesso dire agli esami da studenti che non sanno chi siano Weber, Freud o Rousseau, e che si sono iscritti a Lettere perché finalmente, e a buon diritto, vorrebbero impararlo. Che fare con questi studenti? Sono la prova dell’esistenza di un ampio, diffuso desiderio di istruzione: arte, letteratura, storia, musica. È un desiderio sacrosanto, preziosissimo per la società, e su cui è possibile costruire. Sembra non risentire del dumbing down indotto dai media; anzi, sembra crescere a mano a mano che il dumbing down dei media si fa più sfacciato e volgare. Sono spesso studenti molto diligenti, e persone anche umanamente eccezionali, disposte a fare veri sacrifici per imparare cose che, lo sanno benissimo, non li aiuteranno molto quando si tratterà di trovare un lavoro.

Ma il bagaglio di nozioni che posseggono quando entrano all’università è molto leggero. E non è solo questione di quanto poco sanno, ma – soprattutto – di un atteggiamento, di una forma mentis che è inadeguata allo studio. Questi studenti cambiano, maturano, crescono a vista d’occhio di mese in mese, ma non riescono veramente a recuperare il ritardo: l’università li migliora, ma non basta a fare di loro dei buoni studiosi o (questo è il primo obiettivo delle facoltà umanistiche) dei buoni insegnanti. Più che una formazione spendibile nella vita, l’università finisce per essere una forma di terapia, o un’educazione sentimentale. È qualcosa, certo, ma forse non è abbastanza.

E non c’è solo questo. Dato che studenti simili formano spesso la grande maggioranza degli iscritti, il livello delle lezioni dev’essere commisurato alle loro possibilità, e non a quelle della minoranza di studenti che potrebbe seguire con profitto una lezione di livello più che liceale. La conseguenza è che questa minoranza, che non è venuta all’università per sentirsi ripetere le cose che ha già imparato al liceo, si annoia, trova l’impegno troppo facile, cambia indirizzo di studi. Risultato: le facoltà umanistiche diventano uno splendido parco a tema nel quale ragazzi tra i 18 e i 25 anni che possono permettersi di non lavorare trascorrono una parte della loro vita occupandosi di cose anche interessanti, anche utili per la loro formazione e per la loro psiche. Al termine del loro corso di studi, però, pochi di loro troveranno un lavoro e – questa è la cosa più grave – pochi di loro meriteranno di trovarlo. Perché partivano da un punto troppo basso per poter davvero recuperare il ritardo (purtroppo non tutto, sempre, è possibile, e ci sono muri che a una certa età vanno semplicemente accettati); o perché, e vengo al punto che mi sta più a cuore, nessuno ha mai chiesto loro di fare uno sforzo, nessuno ha mai chiesto loro di darsi veramente da fare per superare una soglia.

Un esame d’ingresso alle facoltà umanistiche potrebbe essere questa soglia. Un esame selettivo, non un test ‘orientativo’. Per esempio, un esame sul programma scolastico svolto negli ultimi tre anni in determinate materie; o su un certo numero di libri fondamentali (sì, quei libri che «bisognerebbe aver letto al liceo»). A chi ha fatto (bene) il liceo basterebbe, per prepararsi, un pezzo dell’estate. A chi ha fatto una scuola professionale servirebbe di più: un recupero durante l’ultimo anno scolastico, forse un anno in più di studio per conto proprio. Fatti suoi. Sarebbe un investimento ragionevole, utile anche per chi lo fa, per capire se è davvero quella la strada che vuole intraprendere o se si tratta soltanto di un’infatuazione o di un equivoco. Una soglia. E chi non la supera rimane fuori. Rimanere fuori a 18 anni non è una tragedia. Le alternative, a quell’età, esistono. E non passare un esame, trovare sulla propria strada qualcuno che dice «No, tu non puoi fare questi studi», può essere una fortuna. Se invece la soglia la si trova, insuperabile, a 24 o 25 anni, le cose sono molto più difficili. E se la si trova alla fine del dottorato, a 30 o 35 anni, come purtroppo càpita, le cose sono disperate.

II.

Una soluzione come quella che ho appena proposto dovrebbe anche aiutarci, in progresso di tempo, a diminuire il numero dei laureati in discipline umanistiche. Il che mi porta alla seconda questione che vorrei sollevare.

Il dibattito in corso sul ruolo del sapere umanistico oggi non mi sembra bene impostato. Che cosa dobbiamo volere? Che cosa non dobbiamo volere?

Dobbiamo volere l’incremento della cultura diffusa. Vogliamo che le persone leggano più libri, e libri migliori, che vedano film decenti, che vadano a teatro, che s’interessino al lavoro scientifico che sta dietro ai microchip dei loro cellulari; vogliamo che, quando vedono su Rai 2 l’oroscopo di Paolo Fox, le persone sghignazzino (e magari pensino anche che non è una buona cosa, occupare i palinsesti della TV di Stato con mezz’ora d’oroscopo). Ora, per quanto possa dispiacere, la cultura diffusa non si accresce, in primo luogo, attraverso iniezioni di cultura diffusa. Una retrospettiva di Kubrick in lingua originale, una lussuosa stagione concertistica, una documentata mostra del Mantegna, un tour gratuito dell’osservatorio astronomico – sono tutte cose benedette, ma non cambiano molto la situazione. Si chiama: preaching for the saved, predicare a quelli già salvati. Oppure si chiama: predicare a quelli che fanno solo finta di ascoltare, perché il Mondo li ha convinti che bisogna fare così (su questo 90% del pubblico delle mostre d’arte raccomando la lettura dello smagliante Tommaso Labranca, Neoproletariato. La sconfitta del popolo e il trionfo dell’eleghanzia, Roma 2002, che dice l’essenziale).

Per migliorare la cultura diffusa bisogna procedere per gradi, mediatamente, e questo vuol dire che gran parte dello sforzo va fatto non nel settore della cultura genericamente intesa ma nel settore dell’istruzione. Ma anche qui bisogna intendersi.

Nel suo saggio Non per profitto, tradotto in italiano qualche mese fa, Martha Nussbaum lamenta un deficit di cultura umanistica: per affrontare la crisi presente e le sfide future occorrerebbero più letterati, più filosofi, e insomma più persone versate nella cultura umanistica, perché è questa la cultura davvero vitale per una società che si voglia civile. Il favore con cui questo libro pieno di retorica e buoni sentimenti è stato accolto da molti non mi pare un buon segno. Può darsi – anche se non credo – che una ricetta del genere possa avere un senso negli Stati Uniti, o in certe parti degli Stati Uniti, dove il disprezzo per la cultura disinteressata è più forte che da noi. Ma in Italia? In questo paese di avvocaticchi con le loro plaquettes di poesie pubblicate in proprio? In questo paese dove ogni villaggio ha un assessore alla cultura, e ogni assessore si porta dietro uno stuolo di geniali pittori, scultori, scrittori, esegeti di Dante, filosofi da pubblica concione?

E del resto, un po’ di realismo sarebbe augurabile. Tra i lavori del futuro di cui parlano le statistiche non c’è né il critico letterario né il poeta; e neanche il curator, nonostante la tragicomica proliferazione dei musei d’arte contemporanea. Avremo ancora bisogno di critici, poeti e curator, ma i posti disponibili non sono molti. Dire che le scienze umane «sono essenziali per l’obiettivo della crescita economica e di una sana cultura aziendale», e che «la letteratura e le arti stimolano queste competenze e quando esse mancano la cultura aziendale si indebolisce in fretta» (Nussbaum), non porta molto lontano. Se uno vuole andare a dirigere un’azienda studia economia, non i presocratici. Non dubito che una persona con un’eccezionale preparazione filosofica possa diventare un grande manager, e non dubito che a un grande manager farebbe bene passare qualche ora ogni giorno a leggere Spinoza, ma lo scopo di una facoltà umanistica di massa non può essere quello di ingentilire i manager.

A me non pare che la strada indicata dalla Nussbaum sia quella giusta. Se proprio vogliamo parlare della miscela che dovrebbe formare la cultura degli italiani, e ammesso e non concesso che abbia senso dosare le percentuali di ‘umanesimo’ e quelle di ‘scienza’, mi pare chiaro che è nell’istruzione tecnico-scientifica che il nostro paese è particolarmente carente. Non occorre citare le statistiche PISA, che mostrano come le competenze scientifiche degli studenti italiani siano ben al di sotto delle medie dei paesi OCSE; basta vedere come la scienza viene maltrattata nella divulgazione dei giornali e della TV, e basta vedere l’infimo (perché confuso, dilettantesco) livello del dibattito su cose importanti come gli OGM, le staminali e il nucleare.

Questo non significa che l’istruzione umanistica non sia fondamentale. Lo è, ma bisogna intenderla in un modo sensato. Intanto, per tornare a quanto ho già accennato, è precisamente istruzione, e non genericamente cultura: sono le lezioni che si fanno a scuola e all’università, non sono le conferenze, le mostre e i concerti con cui i cittadini riempiono il loro tempo libero. Ben vengano questi loisirs ma, per cominciare, io non sono così convinto che il loro costo debba gravare sui bilanci delle amministrazioni pubbliche. Mi pare che i soldi che spendiamo per questo genere di cultura non siano pochi ma troppi. Invece è chiaro che l’istruzione umanistica ha un ruolo cruciale a scuola, e che la sua presenza nei curricula, anche e soprattutto nelle scuole tecniche e professionali, è importantissima. In questo modo, migliorando l’istruzione di base, è possibile, probabile forse, che si formino dei cittadini migliori, che all’idea di cultura – di cultura personale, di applicazione e studio – resteranno affezionati anche una volta usciti dalla scuola secondaria.

Ma, una volta usciti dalla scuola secondaria, non ha senso che s’iscrivano in massa alle facoltà umanistiche. È questo che non dobbiamo volere. L’acculturazione di massa è un giusto proposito ma – per quanto sia tentante sentirsi investiti di un ruolo così nobile – non può essere il proposito dell’università. Quell’acculturazione di base deve avvenire prima. L’Italia non ha bisogno di legioni di laureati in filosofia. Ha bisogno, lo ripeto, di una buona cultura diffusa, di una coscienza civica diffusa. Ma questo è tutt’altro discorso: e l’aiuto che le facoltà umanistiche possono dare in questo senso consiste soprattutto nel formare ottimi insegnanti e intellettuali dotati di senso critico che riescano a innalzare il tono delle professioni pubbliche (giornalismo, politica), non consiste nel laureare in Lettere l’intera nazione.

Possiamo dire che l’università stia adempiendo questo compito? Difficile generalizzare, si capisce. Ma, generalizzando, la mia impressione è che l’università ratifichi l’esistente, dando poco a tutti quanti: poco agli studenti bravi, che restano bravi senza però sviluppare del tutto le loro qualità, perché le qualità si sviluppano soprattutto quando ci sono degli ostacoli da superare, e di ostacoli in questa università ce ne sono troppo pochi; e poco agli studenti mediocri, che restano mediocri ma superano lo stesso gli esami, e si laureano lo stesso, perché a tutti fa comodo così. Ma a lungo andare, in realtà, questa situazione non fa comodo a nessuno, e meno che meno alla società, che ci mette i soldi. Vogliamo rifletterci sopra?