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A proposito di “Maestri e amici”, di Alfredo Stussi

di Claudio Giunta


[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 9 ottobre 2011]

Nel dibattito recente (nel dibattito perenne) sull’università si sono dette cose giuste e interessanti su questioni come i finanziamenti pubblici, il reclutamento dei docenti, il governo degli atenei; e a dirle sono stati anche e soprattutto i professori delle facoltà umanistiche (da fronti diversi, per esempio, Andrea Graziosi nel suo libro L’Università per tutti e Filippo Pontani nei suoi interventi su «Il Post»). Ma ho l’impressione che, a parte quelli che ci insegnano o ci studiano, pochi abbiano idea di ciò che nelle facoltà umanistiche effettivamente s’insegna e si studia; e che chi non sa ne pensi male piuttosto che bene.


È questo che mi è venuto in mente una volta finito il libro di Alfredo Stussi Amici e maestri (evviva i titoli sobri! Evviva i libri senza sottotitoli!): che un libro del genere è, tra l’altro, un ottimo modo per capire in che cosa può consistere il lavoro dello studioso di discipline umanistiche. Il libro parla infatti di questo lavoro attraverso il ricordo e il ritratto di quindici studiosi con i quali Stussi è entrato in contatto come allievo o come collega o come maestro. O meglio: quindici sono i ritratti, ma ciascun ritratto ammette poi, sullo sfondo, una folla di figure appena tratteggiate (ecco per esempio, tra gli ‘esterni’ che partecipavano al seminario di Augusto Campana, cui è dedicato il secondo capitolo, Eduard Fraenkel e Arnaldo Momigliano), sicché il libro finisce per essere una foto di famiglia in cui si ritrovano, in primo piano o di scorcio, molte delle migliori intelligenze che nel secondo Novecento hanno lavorato nel campo degli studi umanistici. E oggi che l’etichetta di ‘grande studioso’ viene concessa a chiunque riesca ad arrampicarsi su una cattedra o a scrivere su un giornale, fa un certo effetto immaginare nelle stesse stanze – per lo più le stanze della Scuola Normale, dai primi anni Sessanta alla fine del secolo – uomini come Contini, Campana, Roncaglia, Dionisotti, Timpanaro.

Dicevo dell’opportunità che il lettore ha di comprendere, attraverso questi ritratti, in che cosa possa consistere il lavoro di un ‘umanista’. I maestri e gli amici di cui parla Stussi sono per lo più storici, linguisti e filologi. Il loro è un lavoro eminentemente tecnico. La cosa va sottolineata, perché nella considerazione comune (e nelle menti di molti giovani che s’iscrivono a Lettere) gli studi umanistici passano per essere una simpatica vacanza dalla vita, una vacanza da riempire coi romanzi o i quadri o i dischi che ci piacciono, e soprattutto con le nostre personali, fondamentali opinioni su tutte queste meraviglie dell’arte. Non è affatto così. Le ricerche degli autori ritrattati da Stussi non hanno nulla di vago o di impressionistico: Il nesso ‘ks’ in italiano; Per il trattamento delle vocali d’uscita in antico lombardo; La genesi del metodo del Lachmann – per realizzare studi del genere occorre un lungo apprendistato, non diverso per natura da quello che è necessario nelle scienze ‘dure’, un apprendistato che passa attraverso le lingue classiche e la storia, e attraverso discipline tecniche come la linguistica, la filologia, la paleografia. È su questo fondamento che quegli studiosi hanno poi potuto ridisegnare i confini delle loro discipline o – come hanno fatto splendidamente, tra gli altri, Timpanaro e Orlando – trascenderli.

Linguisti e filologi non hanno molte chances di finire sui giornali, o in TV, ed è un peccato, perché sarebbero un utile argine alla valanga di fuffa con cui ci travolgono quotidianamente i professori di filosofia (aka filosofi) e i professori di scienze politiche (aka politologi). Immagino dunque che molti di questi nomi saranno nuovi per il lettore non specialista. Ebbene, il libro di Stussi è una splendida occasione per fare la conoscenza di alcuni studiosi eccellenti e di alcuni studiosi addirittura sommi, insuperabili come Dionisotti, Contini, Timpanaro. Che cosa tiene insieme tutti questi nomi, a parte la bravura? Direi soprattutto questo: che tutti quanti sono stati anche grandi didatti. Anche Timpanaro, che una cattedra non l’ha mai avuta; anche l’archivista Luigi Lanfranchi, che ‘insegnava’ liberalmente ai giovani frequentatori dell’Archivio di Stato di Venezia. Chi ha esperienza di università sa bene quanto sia difficile trovare docenti che sappiano davvero, e vogliano davvero, insegnare, che cioè riuniscano in sé tutte le virtù necessarie all’ufficio: competenza, chiarezza, umiltà, generosità. È più comune la figura del docente-conferenziere (Francesco Orlando, scrive Stussi, «si è dedicato in modo esemplare all’insegnamento, senza risparmio di tempo e di energie; è stato nell’Università, sottolineo, un insegnante, non un brillante conferenziere, si è cioè impegnato a istruire tutti, a riconoscere il talento dei migliori, a guidarli fino alla laurea»). E ancor più comune è, purtroppo, la figura del negligente, dell’ignavo, che lascia alla lezione e al colloquio con gli studenti gli scampoli del suo tempo. Ma è raro che insegnanti del genere siano anche studiosi eccellenti: le due cose vanno insieme. Un buon insegnante non si sente diminuito se gli tocca spiegare delle cose semplici; in classe cerca di portare una ricerca in fieri, su cui ancora non ha idee definitive (splendide, per questo aspetto, le pagine sui seminari di Campana alla Normale: seminari fissati al sabato dopo cena e alla domenica mattina!); e, aggiungo, di solito parla delle cose, non parla di sé: che, in un arengo nel quale molti entrano per consolare il proprio narcisismo (parlo anche per me), mi pare una lezione da tenere a mente.

Tutti i ritratti sono belli, ma il più bello è quello del glottologo Tristano Bolelli, perché mentre tutti gli altri sono ritratti di persone amate, si capisce subito che tra Stussi e Bolelli non c’è stata vera sintonia, e il riconoscimento delle qualità dell’uomo e dello studioso deve lottare, deve farsi strada attraverso quello che s’indovina essere un contrasto di fondo non tanto sul modo in cui bisogna intendere gli studi ma sul modo in cui bisogna intendere la vita. E anche chi non è interessato alla storia degli studi leggerà con profitto il saggio su Bolelli, perché in pochi cenni Stussi riesce a dare un’immagine molto vivida di che cosa fosse l’università prima del Sessantotto, di quale genere di umanità la abitasse, e costringe anche a riflettere su ciò che, col Sessantotto, abbiamo guadagnato e abbiamo perduto. Del resto, storia e politica occhieggiano da queste pagine con molta più frequenza di quanto ci si potrebbe aspettare: segno che non si tratta di semplici medaglioni bensì di ritratti ‘in piedi’, di uomini calati nel mondo che è stato il loro. Questo è, insomma, anche, un libro di storia italiana.

Si legge Maestri e amici con un salutare e, alla fine, quasi piacevole senso di indegnità. Perché ci si ritrova a fare i conti, e si scopre che Contini ha pubblicato il suo primo saggio importante a vent’anni, che La filologia di Giacomo Leopardi esce quando Timpanaro ne ha trentadue (ed era un filologo classico!). E i Testi veneziani di Stussi sono del 1965, l’autore aveva ventisei anni. E si sente un muto rimprovero anche nell’atteggiamento di uno studioso come Augusto Campana, che, ricevuto l’assenso di Contini a proposito di una sua geniale congettura, ‘dimentica’ di pubblicarla. La frase «altri tempi!» consola soltanto a metà.

Questo libro potrà essere letto con profitto da molti. Intanto da tutti quelli che, per dirla con Auerbach, hanno conservato puro l’amore per la nostra tradizione culturale; poi dai giovani che si apprestano ad entrare nelle facoltà umanistiche, perché vedranno quanto è meravigliosa, ma anche quanto è dura, la strada che si apre davanti a loro (“Chi devo leggere?”, càpita spesso di sentirsi chiedere dagli studenti; e la migliore delle risposte è contenuta in questo libro, sono gli autori di cui si parla in questo libro); e infine, perché no, da quei simpatici semicolti che, senza minimamente conoscerlo, presumono di liquidare come obsoleto il sapere umanistico, gente della quale si sarà spento anche il ricordo quando le opere dei Maestri e amici di Alfredo Stussi saranno ancora lette e studiate con reverenza.

Oppure no? Perché una volta chiuso il libro, chi è del mestiere prova un po’ d’invidia pensando a una vita che è trascorsa nella conversazione con uomini come Contini, Timpanaro, Momigliano, e finisce per domandarsi con una punta d’angoscia se a settant’anni avrà anche lui questi bei ricordi. Domanda che ne presuppone un’altra, sulle chances di sopravvivenza che avrà nel prossimo futuro il genere di università nella quale Alfredo Stussi ha studiato e insegnato. Stussi ha lavorato alla Normale, e io non dubito che posti come la Normale siano ancor oggi pieni di insegnanti colti e intelligenti, e non dubito che formino ancora persone colte e intelligenti. E così accade in molte università italiane. Ma l’idea di continuità e di comunità scientifica che è sottesa a un libro come Maestri e amici – che è sottesa, per dire con più precisione, alle esistenze di cui parla Maestri e amici – ha perduto, col tempo, gran parte della sua forza, né si vede come possa recuperarla. Più volte, leggendo questo libro, mi sono ripetuto una frase di Tennessee Williams, detta a proposito del cristallo: «How beautiful it is, how easily it can be broken». Spero di sbagliarmi, ma temo che i verbi vadano ormai coniugati al passato.