Archivio di ottobre, 2011

Cultura e società

Non restate folli

  di Alessandro Della Corte

Sono i vincenti, si sa, che scrivono la storia. Non solo i vincenti sul campo di battaglia: anche nel mondo della ricerca, nell’arte e nel mercato sono quasi sempre i vincenti a raccontare come le cose sono andate e quindi, dal loro punto di vista, come dovrebbero andare.

Il 12 giugno 2005 un vincente per antonomasia, Steve Jobs, pronunciò di fronte ai laureandi di Stanford un discorso che, già subito ampiamente pubblicizzato, dopo la sua morte è stato elevato quasi a testo sacro da giornalisti e specialisti in comunicazione di tutto il mondo. Il tono del discorso era quello di un’esortazione accorata ai giovani studenti: cercate di seguire le vostre passioni e le vostre idee, non lasciatevi ingabbiare da percorsi di vita preconfezionati e, soprattutto, credete in voi stessi. Come tutti i testi sacri, il discorso (che conteneva alcuni spunti molto più originali e interessanti dei precedenti, come la difesa di una cultura ricca e varia più che immediatamente spendibile a scopo produttivo) è stato in realtà letto poco dalla maggioranza dei suoi devoti, che si sono per lo più accontentati della banalizzazione giornalistica e, soprattutto,  del motto che Jobs (riprendendolo da quell’accattivante contenitore che era il Whole Earth Catalog) scelse come conclusione: restate affamati, restate folli.

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Università

Alcune considerazioni sulle facoltà umanistiche

  di Claudio Giunta

[In una versione più breve sul supplemento domenicale del Sole 24, 16 ottobre 2011]

I.

Dato che le facoltà umanistiche offrono pochi sbocchi lavorativi, sarebbe il caso che alle facoltà umanistiche si iscrivessero in pochi, e non in tantissimi come succede oggi.

Questo è più o meno tutto ciò che c’è da dire sull’argomento, se non fosse che questa ragionevole conclusione va contro gli interessi, o i supposti interessi, di tutti i soggetti coinvolti in quello che nell’antilingua della burocrazia si chiama ‘processo formativo’. Vale a dire che, per motivi diversi, questa ragionevole conclusione è serenamente ignorata dallo Stato, dalle università e dagli studenti.

Che lo Stato voglia ignorarla è comprensibile. Che altra possibilità c’è, infatti? Da un lato, vogliamo aumentare il numero dei laureati per colmare il nostro divario rispetto agli altri paesi europei, e un laureato in Filologia romanza pesa quanto un laureato in Ingegneria. Dall’altro, nonostante la riforma, in Italia l’università resta in sostanza l’unico canale di formazione post-secondaria. I ragazzi devono pur fare qualcosa. La scuola superiore non li ha preparati a un lavoro, e non l’ha fatto scientemente, in ossequio a un progetto: «Mai, in nessun momento storico, la nostra istruzione secondaria superiore è stata così integralisticamente preparatoria all’Università [...]. Dal nostro vigente sistema scolastico si sprigiona una forza spesso irresistibile che spinge i giovani verso le scuole che portano all’Università e comunque permettono loro di fuggire il mondo del lavoro» (S. Valitutti e G. Gozzer, La riforma assurda, Roma 1978 [sic!], pp. 96-97). Inoltre, un relativo benessere permette a quasi tutti i diciottenni di non doverlo cercare, un lavoro: c’è tempo. Resta lo studio. E dato che le altre facoltà sono più difficili, o hanno dei test d’ingresso selettivi, bisogna che almeno le porte delle facoltà umanistiche restino spalancate (a questo esplicitamente esortava il ministro dell’Istruzione di un precedente governo di centro-sinistra). Che s’iscrivano tutti, dunque, indipendentemente dalle proprie soggettive capacità e dalle oggettive possibilità d’assorbimento nel mondo del lavoro. Poi qualche santo sarà.
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Università

A proposito di “Maestri e amici”, di Alfredo Stussi

  di Claudio Giunta

[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 9 ottobre 2011]

Nel dibattito recente (nel dibattito perenne) sull’università si sono dette cose giuste e interessanti su questioni come i finanziamenti pubblici, il reclutamento dei docenti, il governo degli atenei; e a dirle sono stati anche e soprattutto i professori delle facoltà umanistiche (da fronti diversi, per esempio, Andrea Graziosi nel suo libro L’Università per tutti e Filippo Pontani nei suoi interventi su «Il Post»). Ma ho l’impressione che, a parte quelli che ci insegnano o ci studiano, pochi abbiano idea di ciò che nelle facoltà umanistiche effettivamente s’insegna e si studia; e che chi non sa ne pensi male piuttosto che bene.

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Cose che riguardano l'Italia

Blow Jobs 1994-2011

  di Claudio Giunta

Università

Valutazione della Ricerca Scientifica e Università

  di Raffaele Corrado

Commento a “Con questi criteri di valutazione la ricerca perde fiducia in se stessa” di Tullio Gregory (Corriere della Sera, 10 settembre 2011).

La riforma dell’università e dei meccanismi di reclutamento e carriera avviata con la legge 240/2010 (Gelmini) ha prodotto nuove proposte per la valutazione della ricerca scientifica. Il dibattito che le riguarda mi sembra inadeguato, lo mostro confrontando le proposte dell’ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca, 22/6/2011) alla critica di Tullio Gregory sul Corriere della Sera (10/9/2011).

Sintetizzo anche aspetti generali della valutazione della ricerca, conseguenze sull’università e tendenze internazionali, per evidenziare un problema della valutazione della ricerca scientifica in Italia. Commenterò il quadro dell’università che emerge dall’insieme di queste considerazioni.

Valutazione della ricerca scientifica

Le possibili direzioni della ricerca scientifica sono infinite, le risorse da destinarvi limitate, allora è necessario valutare per decidere dove impiegarne di più e dove di meno. Come valutare il lavoro di un ricercatore? Fisica o lettere il principio è uguale, quanto bene fa al mondo, ma è un metro non applicabile in pratica. Si ricorre perciò a un criterio indiretto: l’importanza che ha per gli studi del suo campo. Questo può essere valutato solo da esperti dello stesso campo del ricercatore, i quali per questa competenza sono detti suoi “pari”, in inglese peer. La valutazione dei pari è la peer review.
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