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Videogiochi a Reykjavik: “Eve online”

di Claudio Giunta

[Domenicale del Sole 24 Ore]

Domanda: “E dunque cosa fai, passi il tempo a leggere riviste di fumetti?”. Risposta: “No, leggo soltanto Vogue”. Ma Fiona risponde con un tono-Vogue impossibile da riprodurre (“Well nooou, only Vaag”), e che ha l’effetto di completare l’opera di involontaria seduzione che era cominciata nel momento in cui ero entrato nel suo studio alla CCPGames e l’avevo vista al suo tavolo di lavoro, alonata di luce nordica: non sono più soltanto sedotto, sono proprio innamorato.
Fiona Cribben ha una trentina d’anni, è irlandese e fa un lavoro che non credevo esistesse, e che anche lei non crede che qualcun altro faccia: disegna gli abiti per i personaggi di uno dei videogames più giocati nel mondo, Eve online, per una delle più grosse game company del mondo, la CCPGames.

Tutto questo – Vogue sul comodino, Fiona, il mestiere postmoderno che si è inventata – è già abbastanza glamorous, ma non è ancora niente. Perché l’edificio in cui lavora Fiona è proprio il genere di posto che uno immagina quando sente pronunciare le parole internet company o game company: quattro piani di uffici open space con il biliardo, il calcio balilla, l’acquario coi pesci multicolori incassato nel muro; e lavagne piene non di numeri ma di nomi (i personaggi, le famiglie, le trame e le sottotrame del gioco), e bambini che girano liberamente tra i tavoli, perché le scuole sono chiuse e i figli dei dipendenti sono ben accetti, e naturalmente sono tutti vestiti come gli pare, poche camicie, nessuna cravatta, moltissime barbe incolte (quelle che un settantacinquenne che dice ‘gògol’ volendo dire ‘google’ può benissimo scambiare per lo stigma del Comunista: mmm… no, non è più così), e quasi nessuno ha più di quarant’anni, nessuno ha i capelli bianchi. Insomma il Luogo di Lavoro Perfetto: e se ne esce come ispirati, come ubriachi di potenziale creatività, anche solo dopo averci trascorso un’ora come ho fatto io. Ma neppure questo basta. Perché il glamour, l’esotismo, l’interesse, la stranezza aumentano esponenzialmente se si aggiunge che CCPGames sta in Islanda, a Reykjavík, nella zona del porto, e che dalla finestra dell’ufficio di Fiona, sotto nuvole nere, si possono vedere i traghetti e i pescherecci attraccati nella baia e, sullo sfondo, il monte Esja ancora coperto di neve anche se siamo a giugno. CCPGames ha sedi anche a Shanghai e ad Atlanta, ma la casa-madre è a Reykjavík, perché i fondatori (anno 1997) sono islandesi.

Disegnare gli abiti per gli eroi di un gioco elettronico significa che Fiona sta per X ore al giorno davanti al mega-schermo del suo computer, dove X può corrispondere a 2 ma anche a 10 ore: c’è un’agenda comune, ci sono obiettivi comuni, ma ogni membro dello staff decide come, quando e dove lavorare. “Potresti anche startene a casa, in effetti”, osservo. “Ma stare qui è così piacevole…”, risponde lei. Fiona disegna con una specie di pennarello elettronico col quale ‘veste’ le decine e decine di personaggi che popolano Eve online. Una volta completati i disegni, li passa ai tecnici del 3D, che “inseriscono i personaggi nel gioco” (“In che modo?”. “Ah, lo sanno loro!”: ferrea ma spensierata divisione del lavoro). I disegni sono appesi a decine dietro la scrivania di Fiona, e sono in pratica gli unici pezzi di carta che vedo durante la mia visita a questi ambienti che sono insieme asettici – niente bloc-notes, niente penne, niente fotocopiatrici o stampanti sommerse di cartacce – ed estremamente accoglienti, più un club che un ufficio, più la cameretta di un sedicenne che un club. Il lavoro di Fiona ha l’aria di un gioco – e di fatto è il sogno di ogni ragazzina diventato realtà: vestire le proprie bambole – ma visto dall’ufficio commerciale non è un gioco per niente, e lo capisco quando, dopo aver regalato a Fiona un pezzo di parmigiano da un chilo che ho portato con me dall’Italia per ringraziarla del tempo che mi concede, le chiedo se posso avere un foglio dei suoi bozzetti come ricordo, uno a caso, e lei mi risponde costernata che no, proprio non è possibile, i suoi disegni non devono lasciare l’edificio. Ma mi darà una brochure con la pubblicità della nuova espansione di Eve online, Dust 514 – bello, ma non è la stessa cosa.

Un po’ troppo? Non è un po’ eccessiva, non fa un po’ ridere questa smania di segretezza intorno a degli abiti virtuali disegnati per vestire dei personaggi virtuali? In realtà no perché, mi spiega Fiona, partendo dalla ‘collezione’ virtuale di Eve online che lei ha disegnato, l’azienda sta pensando di realizzare, anzi sta già realizzando dei modelli reali, degli abiti reali da mettere in vendita, per ora sempre online, per i fans del gioco. I soldi arrivano soprattutto dagli abbonamenti dei giocatori (15 euro al mese x 350 mila abbonati = 5 milioni 250 mila euro al mese), ma i soldi non sono mai abbastanza, ed è chiaro che a un pubblico così fedele si può vendere qualsiasi cosa: la maglietta col logo (25 dollari), il modellini della nave spaziale (75 dollari), il romanzo ispirato a Eve (40 dollari), il boccale da birra (14 dollari), il portachiavi (12 dollari), e sì, certo, anche i vestiti disegnati da Fiona per la para-umanità dell’anno Ventimila dopo Cristo.

In fatto di moda, Fiona condivide i miei disgusti (Dolce & Gabbana, la penosa nevrosi da griffe delle donne italiane), e mi elenca invece tre o quattro nomi di stilisti che le piacciono e che io ho sentito nominare forse due volte, ma che – a un controllo rapido sui loro siti – mi sembrano effettivamente in linea con le cose molto dark, pelle nera cerniere fibbie, che disegna Fiona: Rick Owens, Gareth Pugh, Ann Demeulemeester. Pendo dalle sue labbra, non solo perché a differenza di lei io leggo più spesso i fumetti che Vogue, ma anche perché Fiona ha cominciato come disegnatrice in un atelier vero, con abiti veri, a New York, quando aveva poco più di vent’anni, dunque sa di cosa parla. Dopodiché si è fidanzata con un islandese e ha dovuto cercare un lavoro a Reykjavík, dove gli atelier di moda non abbondano. Ma a Reykjavík c’erano quelli di CCPGames, che probabilmente non avevano mai pensato di avere bisogno di una collaboratrice come Fiona. Lei però ha cominciato un pressing quasi giornaliero. “Gliel’ho ripetuto per mesi: io vi servo, vi servo, vi servo”. E alla fine li ha convinti. A occhio e croce ha fatto bene perché, per quanto possa suonare naïf (un’illusione generata dalla rara miscela in cui confluiscono Fiona, gli open space scintillanti della CCPGames, il porto di Reykjavík fuori dalla finestra), raramente in un luogo di lavoro ho visto tante facce sorridenti e rilassate. Forse se CCPGames non facesse soldi a palate l’atmosfera sarebbe diversa. Ma li fa.

Cosa resta da dire? Ah sì, il gioco. Eve online è un gioco di fantascienza, non un fantasy: per capirsi, qualcosa di più vicino a Guerre stellari che al Signore degli anelli. Si svolge nell’anno 23341, e in sostanza è una guerra tra cinque razze post-umane: gli Amarr, i Caldari, i Gallente, i Joviani, i Minmatar. L’obiettivo, spiega il sito… No, è perfettamente inutile. Per capirci qualcosa bisogna giocare. Ma per giocare bisogna, oltre che pagare, avere la possibilità di lasciarsi la vita reale alle spalle diciamo per qualche settimana: e alla fine è probabile che la spesa e lo sforzo vi permetteranno di orientarvi fra le Tribù, i Pirati, le Alleanze… Settimane di pratica. Mesi. Vale la pena? Fiona ha un figlio di tre anni. Gli permette, gli permetterà di giocare a Eve online? “No”.